Ciro Adrian Ciavolino #EmozioniInMostra2019

Ciro Adrian Ciavolino è nato a Torre del Greco dove vive e lavora. 
Ha compiuto gli studi presso l’Istituto Statale d’Arte di Napoli diplomandosi in Scultura Decorativa. Insegnante di ruolo per concorso nazionale. 
Esercita attività di scultore e soprattutto di pittore, divenendo uno degli artisti della generazione di mezzo della pittura figurativa napoletana, con presenze di prestigio nel panorama artistico dagli anni sessanta a oggi. Innumerevoli le presenze in mostre di carattere nazionale, ottenendo innumerevoli riconoscimenti, con alto numero di primi premi dei quali è difficile tenere il conto. 
Presente in gallerie e collezioni private. 
Ha tenuto Mostre Personali in molte regioni italiane, in particolare centro-sud. 
Molte collettive minori. Tre personali al Caffè Letterario Portico 340, Napoli con il ciclo Pulcinella, Abbasciammare e San Gennaro è passato di qui, tra quelle recenti.
Tra le più importanti le mostre per il Maggio dei Monumenti del Comune di Napoli nel 2004, 2010 e 2015, con il ciclo di 20 opere di grande formato “Una Lady alla Corte dei Borbone” e con il ciclo “Gli Ultimi Canti” nella Basilica di San Giovanni Maggiore di Napoli, dedicata a Giacomo Leopardi. 

In occasione della Visita di S.S. Giovanni Paolo II a Torre del Greco ha realizzato per il palco il grande altorilievo, m. 7 x 2, con Storie del Beato Vincenzo Romano, opera trafugata. L’opera pittorica “San Gennaro protegge Napoli” è stata donata da S.E. il Cardinale Giordano alla Prefettura di Napoli. L’opera “La Pace”, del 1988 è nell’atrio della Scuola Media Angioletti. Alla Scuola “G. Mazza” è il grande telero M. 4 x 4. “Il bene nel mondo”.

Alcuni altorilievi sono in scuole pubbliche.Ha realizzato, inoltre, scenografie teatrali, illustrazioni, murales.Per la Festa dei Quattro Altari che si tiene a Torre del Greco ha relizzato circa 20 tappeti floreali e almeno 15 Altari, dei quali la metà tridimensionali.Svolge attività di scrittore. 
E’ presidente della Associazione Culturale Il Perseo iscritta all’Albo Comunale delle Associazioni Culturali. Con tale Associazione è sorta la Libera Accademia dell’Arte.
E’ iscritto all’Albo Comunale di Torre del Greco dei professionisti in qualità di artista.
E’ stato insignito delle Onorificenze di Cavaliere e di Ufficiale dell’Ordine “
Al merito della Repubblica Italiana” con decreti del Presidente della Repubblica: Saragat (1968) e Pertini (1981) 

Ha partecipato a Emozioni in Mostra “L’Armenia incontra il Mondo” con
“Luna vesuviana”, acrilico su tela juta, 100×120

#EmozioniInMostra
#SenzaFrontiere
#CARTOLINEconVistasulMondo
#Napoli
#29agosto#9settembre

Domenica 15 settembre 2019, ha aderito a #EmozioniInMostra2019. Incontri “Informali” a Maggie’s Paradise, Sorrento.

La #Bacheca: #AnniNOVANTA. Gli Zingari e il Rinascimento – Prima del tramonto – Ho sognato di vivere

Firenze è una città volgare.” Il libro “Gli Zingari e il Rinascimento” è uscito per Feltrinelli nel 1999. Quasi introvabile è stato ora proposto in una nuova veste da Edizioni Piagge. È una sorta di meta-reportage, se fosse un termine consentito, dove Antonio Tabucchi affronta il tema di Rom e Zingari che abitano a Firenze. La città è assunta come esempio emblematico, perché si tratta di un problema generalizzato. È un libro di accusa, senza parole dette a mezza voce, dove ci sono tutti i pregi dello scrittore il quale parla di cose che vede e di parole che ascolta. In coda al reportage, alcuni scritti inediti sul tema degli zingari: da segnalare il racconto immaginario sulla morte di Federico Garcia Lorca, che da solo varrebbe l’intero libro. Antonio Tabucchi non era una persona che parlava a caso. Un libro fastidioso, scomodo, agile, facile da leggere. http://sololibri.net

Da “Rom Tour” – Un film di Silvio Soldini e Giorgio Garini

Più che ’reportage’ questo testo avrebbe dovuto chiamarsi reportage di un reportage. Esso nasce infatti da un diario che ho tenuto accompagnando una persona che teneva un diario su ciò che era venuta a vedere a Firenze…

La #Bacheca#LIBRI

Antonio Tabucchi “gli Zingari e il Rinascimento” (Feltrinelli)
“Avevo conosciuto Liuba nel 1968 a Lisbona. Di origine polacca, famiglia ebrea, i suoi genitori erano arrivati in Portogallo nel 1943, fuggendo dalle persecuzioni naziste, con la speranza di potersi imbarcare da Lisbona per gli Stati Uniti. Non so invece per quali motivi erano rimasti in Portogallo” Con queste frasi si apre il breve e interessantissimo reportage di Antonio Tabucchi “Gli Zingari e il Rinascimento” edito da Feltrinelli.

Prima del tramonto è un film a episodi del 1999 diretto da Stefano Incerti, con Saïd TaghmaouiNinni Bruschetta e Gigi Savoia. In Puglia, il giovane Alì, tunisino, sta per sposare la figlia del boss per cui lavora. I tavoli sono apparecchiati, gli invitati sono arrivati, ma la cerimonia non comincia. All’ultimo momento Alì scappa e si rifugia in un albergo con Assia, la ragazza di cui è innamorato. Intanto Domenico e Vito, due scagnozzi dipendenti dello stesso boss, si incontrano e, sul lungomare, decidono di approfittare della giornata tranquilla per fare qualche guadagno extra, derubando alcuni clandestini. In quella zona c’è un ufficio postale, dove gli impiegati Luca e Matteo sono in forte conflitto con il direttore e temono per la possibile chiusura dell’esercizio. Succede che altri killer al soldo del boss arrivano nell’albergo per eliminare Alì, che però in un secondo momento riesce ad ucciderli e a fuggire. Domenico e Vito arrivano all’ufficio postale, dove il primo entra per cambiare la valuta straniera di cui è in possesso. Nello stesso luogo arriva anche Alì, ferito e sanguinante. Dopo attimi di tensione, all’interno dell’ufficio si apre una cruenta sparatoria. Uno degli impiegati ne approfitta per uccidere il capo, e poi anche Alì. Anche i due scagnozzi muoiono. Quando arriva la polizia, si pensa ad un regolamento di conti. In fondo, sulla spiaggia, il sole sta tramontando.

La #Bacheca: #FILM
Prima Del Tramonto - DVD.it

Sogna ragazzo sogna è un album del cantautore Roberto Vecchioni, pubblicato nell’aprile 1999. C’è l’Uomo, nei dischi di Vecchioni, ed è l’uomo con la U maiuscola. L’Uomo metà divino metà umano, metà mortale metà immortale, metà finito metà infinito. C’è lo splendore e la miseria, l’umiltà e l’ambizione di un essere straordinario. Questo canta Vecchioni da una vita, questo come lo canta lui lo cantano forse in pochi: gli ermetici (De Gregori), gli impegnati (Fossati), i sociali (De Andrè), i politici (Guccini) hanno fatto altro, in definitiva, e l’Uomo in equilibrio su una palla da giocoliere è rimasto a Vecchioni. Dall’uomo il discorso sul sogno si fa veloce e quasi obbligato: Se è vero – come ha detto qualcuno – che “i sogni sono l’unica cosa che non conosce umiliazione”, Vecchioni va oltre e spiega la vita come un gioco d’equilibrio per tenere insieme realtà e sogno senza mai confondere i piani. Vede nel sogno qualcosa di più che un rimedio alle frustrazioni, anzi, gli attribuisce il senso del progetto, che è poi quello che ha guidato Icaro e Leonardo, Galileo e Luther King. “Sogna, ragazzo, sogna” è un disco pieno di parole che fanno male, perché ci rimettono davanti problemi, dilemmi che ci riguardano e che spesso non abbiamo più il coraggio di affrontare: la corrispondenza segreta con la nostra nota interiore, direbbe qualcun altro, il guardare la vita che facciamo e accorgerci che, in fondo in fondo, ci assomiglia. 

  La #Bacheca: #MUSICA

Ma eran cose senza senso
Di nessunissima importanza
Tra una luce limpidissima
E il buio di una stanza
Dove ti ricordo bella, in piedi
A tenermi per la mano
Mentre ora sono qui con Dio
Che non ti rassomiglia nemmeno

Ho sognato di vivere Roberto Vecchioni

La #Bacheca: #TERRITORI. Il djembe, tamburo a calice originario dell’Africa occidentale, in particolare della Guinea Conakry, Mali, Burkina Faso, Senegal e Costa d’Avorio.

Il djembe (trascritto anche come djembèdjembédjambèdjambéjenbejembedjimbe e secondo altre varianti) è un tamburo a calice originario dell’Africa occidentale, in particolare della Guinea ConakryMaliBurkina FasoSenegal e Costa d’Avorio e nelle sue diversificazioni in tutta l’Africa e nel resto del mondo. Viene suonato a mani piene e ha tre colpi principali, lo slap (suono acuto), il tone (suono medio) ed il bass (suono basso). Si tratta di uno strumento che raramente viene utilizzato in solo: si suona piuttosto insieme ad altri tamburi e ad altri strumenti che, attraverso composizioni ritmiche, danno vita ad una poliritmia in cui intervengono degli “a solo” per ogni tamburo. Il djembe è uno strumento di comunicazione sociale e come tale ha un ruolo molto importante nell’accompagnare danze cerimoniali e rituali, ma anche durante le feste “mondane”. Il suonatore di djembe viene chiamato djembefola (fola significa suonatore).

Le origini dello strumento sono certamente molto antiche; una delle ipotesi più diffuse è che provenga dalla regione di Wosolo (oggi nel Mali), dove sarebbe stato inventato dall’etnia Bamana circa 3000 anni fa
È comunque sicuro che questo strumento sia nato nelle regioni tra la Guinea ed il Mali. Si ritiene che il djembe si sia diffuso in Africa Occidentale intorno al primo millennio d.C., probabilmente ad opera dei Numu, una classe di fabbri delle etnie Mandinka e Susu. Nonostante la relazione dello strumento con una particolare classe, tuttavia, in Africa la pratica di suonare il djembe non viene considerata un privilegio ereditario (come avviene per altri strumenti, per esempio quelli tipici dei griot). Pare che anticamente i djembe fossero usati anche per trasmettere messaggi a distanza. Durante il colonialismo, i francesi diedero un contributo fondamentale allo studio e alla diffusione del djembe nel mondo occidentale. In Europa, il djembe iniziò a essere conosciuto a partire dagli anni quaranta, e divenne sempre più popolare nei decenni successivi.

Dancers of Les Ballets Africains in Bonn, Germany, 1962

Molti Europei conobbero il djembe attraverso gli spettacoli de Les Ballets Africains di Papa Ladji Camara e Fodeba Keita. Verso la fine del XX secolo il djembe divenne uno degli strumenti “etnici” più popolari in Occidente. Questo crescente interesse internazionale per lo strumento fece sì che iniziassero a circolare esemplari prodotti in serie; i primi furono quelli realizzati dai mobilifici del Ghana e pensati per la vendita ai turisti. Fonte wikipedia

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Il djembè  è uno degli strumenti più rappresentativi dell’intero continente africano. La sua diffusione nel continente è tale da avere un vasto numero di nomi a seconda di dove. Difatti lo si trova chiamato anche djambè, djambé, jenbe, jembe, djimbe e molte altre varianti.  L’accordatura di questo strumento non è impresa semplice, così come  prendere un progetto consolidato e rinnovarlo completamente. Ciononostante la grande spinta dettata dal marchio Remo ha imposto di costruire percussioni più ecosostenibili e che andassero a migliorare la vita dei musicisti. Fonte: iltamburoparlante

Armin Linke. Fotografo e regista.

Videomaker e fotografo italiano di fama internazionale, Armin Linke lavora da molti anni sui temi della trasformazione del territorio e delle forze economiche e politiche che la promuovono. Prospecting Ocean è uno studio, realizzato grazie alla collaborazione di scienziati, tecnici e legali, sullo sfruttamento delle risorse marine e l’amministrazione dei fondali di tutto il mondo. Da oltre vent’anni Armin Linke indaga su come gli esseri umani usino tecnologie e conoscenze al fine di trasformare la superficie terrestre adattandola alle proprie esigenze. I suoi film e le sue fotografie documentano i cambiamenti prodotti dall’homo sapiens sulla terra, negli oceani e nella biosfera. Linke è stato professore al Karlsruhe University of Arts and Design (HfG) e allo IUAV di Venezia, nonché ricercatore affiliato alla School of Architecture and Planning del MIT di Cambridge, USA. Le sue installazioni multimediali sono state presentate in numerose biennali di architettura a Venezia. Nel 2004 l’installazione Alpi, sul paesaggio alpino contemporaneo, ha vinto un premio speciale come migliore opera nella sezione “Episodi”. La sua personale L’apparenza di ciò che non si vede è stata presentata al ZKM, Karlsruhe (2015-2016), al Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano (2016), al Ludwig Forum, Aachen (2017) e al Centre de la photographie, Genève (2017). Il suo progetto più recente, Prospecting Ocean, commissionato e prodotto da TBA21–Academy, investiga le sfide ecologiche e politiche con cui devono misurarsi oggi i nostri oceani. La sua installazione Carceri d’invenzione, ideata da Armin Linke in collaborazione con Giulia Bruno e Giuseppe Ielasi, e curata da Anselm Franke, è stato il contributo ufficiale tedesco alla XXII Triennale di Milano, Broken Nature: Design Takes on Human Survival. fonte: https://www.fotoindustria.it/

Oggi l’interesse per le persone è molto lontano, prediligi altre forme: ambienti naturali, architettonici. Sì e no perché quando fotografo un ambiente naturale o architettonico, fotografo anche l’iscrizione del gesto umano che ha creato questo ambiente o che ha modificato questo ambiente o che, appunto, ha creato questa architettura o riadattato hai modificato, utilizzato, questa architettura. Perciò, anche se le persone non sono presenti, è sempre una fotografia delle persone attraverso questi gesti negli spazi, attraverso lo spazio che è stato creato. Gli spazi che fotografo sono sempre spazi che sono stati modificati dalle persone degli esseri umani, è sempre comunque una relazione antropologica di lettura gli ambienti naturali architettonici. C’è un fotografo, o un artista a cui ti sei, almeno all’inizio, ispirato? Beh sicuramente ho letto delle biografie già parlato di Ando Gilardi prima, un’altra figura interessante era Man Ray che collaborava con altri artisti, nasce come pittore poi diventa art director di riviste di design, poi elabora manifesti concettuali collabora spesso in collettivi… la figura di un fotografo e artista più aperta e interessante. È importante capire che il mio è stato un lavoro spesso collaborativo, collettivo e perciò diciamo quest’idea di ispirazione e spesso è ancora presente perché in molti progetti ancora collaboro.  Fotografi per tematiche: montagne, laboratori scientifici, luoghi istituzionali, … Difficile rispondere, sarebbe più interessante andare a leggere proprio le fotografie. Diciamo che un esperimento espositivo che ho fatto, con la mostra che è stata presentata al PAC di Milano, “l’apparenza di ciò che non si vede”, era di prendere una serie di fotografie scelte per temi e poi fare leggere ad altri esperti queste fotografie secondo i loro temi o quali temi loro vedevano all’interno delle fotografie, come era possibile rileggere i temi all’interno le fotografie. Penso che un’opera d’arte interessante permette delle letture multiple, più stratificazioni di letture sono possibili, anche più temi sono intrinseci alle immagini, più l’opera d’arte è interessante, ricca. Dunque mi interessava presentare le fotografie non come punto di arrivo, dove io incornicio la foto e la blocco e dico questo è il tema questa è la mia visione, ma usare le fotografie come punto di partenza come “trigger”, iniziatore di discussioni, di messa in gioco. Sicuramente quello che è uno dei temi come la montagna, come il mio film sulle Alpi, in verità non è un film sulla montagna, ma sulla rappresentazione del paesaggio alpino, perché è un film dove le montagne non si vedono quasi mai, si vede casomai come vengono utilizzate, si vede come vengono rappresentate nei laboratori scientifici per controllare il territorio, si vedono le montagne nei dipinti o come vengono proiettate il nostro immaginario dall’industria turistica. Spesso la rappresentazione stessa del luogo è il tema della fotografia e non il luogo. Il laboratorio scientifico è anche un luogo della rappresentazione perché il laboratorio è dove bisogna ricreare, come in teatro, il mondo esterno, bisogna a volte semplificarlo, o bisogna isolare diverse variabili per poi fare l’esperimento, che è una messinscena e che permette poi di raccogliere e poi standardizzare dei risultati. Perciò il laboratorio è un luogo anche artistico, in cui lo scienziato deve creare uno script, una coreografia, è un luogo di rappresentazione. https://www.rivistasegno.eu/armin-linke-senza-rughe/

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