Il linguaggio della Dea – Marija Gimbutas

Il linguaggio della Dea - Marija Gimbutas - copertina

“Il linguaggio della Dea” (1989), pietra miliare dell’archeomitologia, ha rivoluzionato le prospettive sulle origini della nostra cultura. L’autrice è riuscita a ricostruire la civiltà arcaica dell’Europa Antica e a riportare alla luce la presenza centrale del femminile nella storia. I suoi studi spaziano dal neolitico all’età del bronzo. A sostegno delle sue tesi, esamina i reperti, in parte già noti e in parte da lei stessa dissepolti durante i suoi scavi nel bacino del Danubio e nel nord della Grecia, che comprendono un vastissimo repertorio di oltre 2000 manufatti, tutti riprodotti nel volume, mostrando i nessi dimenticati tra il mondo materiale e quello dei miti di una cultura raffinata, la cui genesi è alle radici del patrimonio culturale dell’Occidente. https://www.ibs.it/

Il linguaggio della Dea  Marija Gimbutas  
Editore:
 Venexia
Collana: Civette di Venexia
Anno edizione: 2008
In commercio dal: 1 gennaio 2008
Pagine: 390 p., ill. , Brossura
EAN: 9788887944624

Marija Gimbutas è nata a Vilnius in Lituania da genitori medici che nel 1918 avevano aperto il primo ospedale pubblico lituano; entrambi erano molto attivi per la difesa del patrimonio culturale, cosa che influenzò Marija sin dalla più tenera età. Gimbutas studiò archeologia, folklore, arte popolare e antiche religioni baltiche all’Università di Vilnius. Dopo mille peripezie riuscì a fuggire dalla Lituania durante l’invasione tedesca (come amava dire lei “in una mano mia figlia e nell’altra la tesi”) e riprese gli studi presso l’università di Tubinga, dove si laureò nel 1946 in Archeologia a indirizzo preistorico ed etnologico. 

Nel 1949 si trasferì negli Stati Uniti con il marito ingegnere e le due figlie, e nel 1950 l’Università di Harvard le conferì l’incarico di scrivere un libro sulla Preistoria dell’Europa Orientale, che uscì nel 1956, e la nominò membro permanente della biblioteca e del museo Peabody. Nel 1963 si separò e si trasferì con le figlie in California, dove divenne docente di Archeologia Europea all’Università di Los Angeles, e curatrice della sezione di archeologia riservata al mondo antico presso il Cultural History Museum della stessa università. È autrice di oltre venti opere, tra cui I Baltici (Il Saggiatore, 1967), Goddesses and Gods of Old EuropeThe Civilization of the Goddess, Le dee viventi (Medusa, 2005)e di più di duecento pubblicazioni su argomenti che spaziano dalla preistoria e mitologia dell’Est europeo alle origini degli Indoeuropei.

“Il Linguaggio della Dea” (Venexia, 2008) è forse il libro più noto della grande archeologa. Pubblicato per la prima volta nel 1989 negli Stati Uniti, è subito diventato una pietra miliare dell’archeomitologia e ha operato una rivoluzione radicale di prospettiva sulle origini della cultura europea. 

Jenny Wren, Paul McCartney.

Jenny Wren è una canzone di Paul McCartney, presente nell’album Chaos and Creation in the Backyard, incisa il 21 novembre 2005, secondo singolo estratto dall’album nel Regno Unito.

Il brano è stato scritto a Los Angeles, e parla di una donna con lo stesso nome dal romanzo di Charles Dickens Il nostro comune amico. Si riferisce anche a un uccello inglese conosciuto come lo scricciolo (“Wren”), che risulta essere il preferito da McCartney, il quale ha scritto la melodia nello stesso stile finger picking usato in altri suoi pezzi quali Blackbird, Mother Nature’s Son e Calico Skies. La canzone parla di solitudine, come altri suoi famosi brani e si è aggiudicata una nomination per il Grammy Awards del 2007 nella categoria Best Male Pop Vocal Performance. L’assolo è suonato da uno strumento a fiato armeno, chiamato duduk – il primo nella storia della musica pop – eseguito da un musicista venezuelano, il polistrumentista Pedro Eustache. Il musicista ha ricordato la sua esecuzione come un momento catturato “in una sola take”

Jenny WrenAcoustic Guitar [Epiphone Texan],
Percussion [Ludwig Floor Tom],
Vocals – Paul McCartney
Duduk – Pedro Eustache

Nella canzone l’autore parla dell’aridità dei sentimenti del mondo, e di come gli uomini lasciano scorrere i giorni senza dare importanza all’amore ed al valore della vita, non permettendo a Jenny di cantare. La riflessione passa attraverso la povertà e la tristezza del pianeta e dei suoi abitanti, che come “guerrieri feriti” portano via la canzone. Il testo si conclude con una nota di speranza in cui l’augurio è che gli uomini sappiano redimersi e Jenny possa nuovamente cantare.

Zhang Ailing: Lussuria. Traduzione Maria Gottardo e Monica Morzenti.

Nessuno scrittore ha mai usato la lingua cinese con tanta crudeltà come Zhang Ailing, e nessun racconto è bello e crudele come Lussuria.
Ang Lee

Lussuria - Ailing Zhang - copertina
Lussuria
Zhang Ailing
Traduttore: M. GottardoM. Morzenti
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Collana: Scrittori contemporanei
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: 171 p., Brossura
EAN: 9788817018753

Nella Shanghai degli anni Quaranta, fascinosa e cupa, amore e spionaggio si mescolano in un’alchimia fatale. Una studentessa diventa l’amante di un funzionario del governo nazionalista durante l’invasione giapponese. Nel tempo circoscritto in cui la moglie di lui gioca con le amiche una partita di majiang, la ragazza attira l’amante in una gioielleria dove è stato preparato l’attentato che deve ucciderlo. Lui vuole regalarle un anello, lei attraversa tutte le fasi del dubbio, dell’indecisione, del rimorso.
https://bur.rizzolilibri.it/

Lussuria, da cui nel 2007 Ang Lee, autore di una breve prefazione al testo, ha tratto l’omonimo film, Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia, è in tal senso un classico: Jiazhi è una giovane attrice a cui viene chiesto di sedurre un funzionario collaborazionista per indurlo a cadere in una trappola mortale. La donna però si innamora sul serio, con conseguenze tragiche. I fiori di Yin Baoyan, pur se il meno riuscito del lotto, conserva una freschezza rinfrancante nel raccontare la relazione impossibile tra una studentessa e il suo professore, sposato e con figli. Infine Quanto odio getta uno sguardo lucido e cinico al tradimento e alle bassezze umane: Jiayin incontra Zongyu al cinematografo, ma rifiuta il suo corteggiamento. In cerca di lavoro, accetta di fare da insegnante privata alla piccola Xiaoman, ignara che il padre sia proprio Zongyu. Ne nasce una irrefrenabile relazione extraconiugale resa ancora più cupa dall’intrusione del padre perdigiorno di Jiayin, deciso loscamente a trarre tutti i possibili frutti dalla situazione.

Scritti tra il 1979 e il 1983, e qui tradotti dal cinese da Maria Gottardo e Monica Morzenti, i tre racconti, ambientati negli anni ’40, sono lo specchio nudo di un’epoca tormentata, decadente, inquieta. Zhang Ailing (1920-1995), insolita figura di donna indipendente, colta, consapevole di sé, è rimasta un modello insuperato di gusto e convinzione, ancora oggi amata e ricordata come una delle scrittrici più raffinate di tutta la letteratura cinese.

Lussuria – Seduzione e tradimento è un film del 2007 diretto da Ang Lee, tratto dall’omonimo romanzo di Zhang Ailing.

Risultato immagini per Lussuria ANG LEE"

Il tempo dei gitani. Regia: Emir Kusturica

Il tempo dei gitani è un film del 1988 diretto da Emir Kusturica.

Perhan, giovane gitano, si trova nelle mani di un branco di malviventi che trafficano con gli esseri umani nella Jugoslavia precedente alla dissoluzione della repubblica titoista. I protagonisti finiranno nell’ambiente della microcriminalità milanese.

Il visionario regista, spesso paragonato a Truffaut e Fellini, sfrutta umorismo surreale e amaro per dipingere lo spaccato di vita di un villaggio gitano che si snoda tra personaggi pittoreschi a due e quattro zampe: furfanti, vecchie maghe, papere, nani e giovani alla ricerca di una sposa.

Un romanzo di deformazione a parabola discendente che divide il film a metà: una prima parte colorata da voli pindarici e una seconda parte amara e maledettamente attuale, visibile ogni giorno agli angoli delle strade delle grandi città.

Kusturica voleva originariamente realizzare un film sui Doukhobors, una minoranza russa che vive in Canada, ma ha cambiato idea dopo aver letto su un quotidiano che una famiglia di rom aveva venduto un neonato in Italia. Per sviluppare la storia il regista visitò per due mesi la comunità rom di Skopje (dove poi girò la prima parte del film) informandosi sulla cultura gitana e facendosi raccontare storie che poi utilizzò per scrivere la sceneggiatura. Durante questi sopralluoghi vennero anche selezionati 120 zingari tra i quali alcuni vennero scelti per interpretare ruoli importanti nel film. In particolare la nonna del protagonista, Baba, lo zio Merdzan e il vicino Zabit. Il protagonista Perhan invece è interpretato da un giovane Davor Dujmović, che aveva già lavorato con Kusturica in Papà è in viaggio d’affari. Il film è stato recitato in lingua romaní ed in serbocroato. Alcune scene del film sono un omaggio al film del regista jugoslavo Aleksandar Petrovic “Ho incontrato anche zingari felici” (menzionato anche dal cantante Claudio Lolli nel 1976 in “Ho visto anche degli zingari felici”).

Titolo originale: Дом за вешање (Dom za Vesanje)
Paese: Inghilterra/Italia/Jugoslavia
Anno: 1988
Durata: 142 min
Genere: drammatico
Regia: Emir Kusturica
Soggetto: Emir Kusturica
Sceneggiatura: Emir Kusturica, Gordan Mihic
Produttore: Mirza Pasic, Harry Saltzman
Casa di produzione: Forum Sarajevo
Distribuzione: (Italia)Columbia Pictures
Fotografia: Vilko Filac
Montaggio: Andrija Zafranovic
Musiche: Goran Bregović
Scenografia: Miljen Kreka Kljakovic
Costumi: Mirjana: Ostojic

La cappella di Santa Maria di Momentana. La Madonna del parto, Piero della Francesca

La cappella di Santa Maria di Momentana è un edificio sacro che si trova in località Cappella di Momentana a Monterchi.

Una piccola chiesa di campagna dedicata a Santa Maria de Momentana o de Silva, ricordata fin dal XIII secolo, sorgeva isolata in questo luogo. L’edificio attuale deriva dalla trasformazione della chiesa in cappella cimiteriale nel 1785 attraverso la riduzione delle dimensioni originarie. Nel 1956 la chiesa fu completamente ristrutturata mutandone l’assetto, l’orientamento e le dimensioni secondo un asse ortogonale a quello precedente.

Per l’altare maggiore dell’antica chiesetta Piero della Francesca dipinse intorno al 1455 il celebre affresco della Madonna del parto, staccato nel 1911, qui conservato fino al 1992 ed oggi nei locali dell’ex scuola di Monterchi.

Madonna del parto piero della Francesca.jpg
Madonna del parto Piero della Francesca

La Madonna del parto è un affresco (260×203 cm) realizzato da Piero della Francesca, databile al 14551465 circa. Tradizionalmente l’affresco viene fatto risalire al 1459, quando l’artista visitò forse Monterchi in occasione dei funerali della madre, che era originaria del borgo. In ogni caso la datazione oscilla di solito negli studi agli anni sessanta del Quattrocento. L’affresco era destinato all’antica chiesa di Santa Maria di Momentana, già di Santa Maria in Silvis, località di campagna alle pendici della collina di Monterchi. Non si conoscono le ragioni per cui il pittore, già famoso, avesse dipinto un soggetto così impegnativo in una chiesetta di campagna e se ne ignora il committente. La destinazione originaria dell’affresco era la decorazione di un altare laterale, dedicato a sant’Agostino, di cui era titolare il vescovo di Sansepolcro. La Madonna del Parto era spesso visitata dalle partorienti per avere protezione durante il travaglio, le quali compivano un breve pellegrinaggio dal paese arroccato fino alla chiesa posta a valle.

Tra il 1784 e il 1786 il sito della chiesa venne scelto per la costruzione del cimitero di Monterchi, e la chiesa venne demolita per due terzi e riadattata a cappella funebre. In tale occasione l’affresco venne tagliato “a massello”, cioè segnando il muro su cui era dipinto, e spostato entro una nicchia centinata sull’altare maggiore, l’unica zona superstite della costruzione originaria. Nel 1789 si verificò un terremoto che danneggiò la cappella.

L’opera rimase negletta fino alla riscoperta ad opera dell’erudito Vincenzo Funghini, che la visitò l’8 gennaio 1889 riconoscendola come opera di Piero della Francesca e ridestando l’interesse degli studiosi. Nel 1911 la Regia Soprintendenza ai Monumenti decise, per ragioni di tutela e conservazione, lo stacco dell’affresco dalla parete, che venne effettuato dal restauratore Domenico Fiscali, che ricollocò l’opera su un supporto di gesso e rete metallica. In quell’occasione venne anche scoperto sotto la Madonna un’altra frammentaria Madonna col Bambino della prima metà del Trecento (oggi nella chiesa di San Simeone di Monterchi).

Il violento terremoto del 26 aprile 1917 costrinse le autorità a mettere l’opera a riparo: prima in un deposito in località Le Ville, dove rimase fino al 12 giugno 1919, poi nel Museo Civico di Sansepolcro, dove fu esposta fino al 13 settembre 1922. In quella data l’opera di Piero tornò nella Cappella di Momentana.

Passata la seconda guerra mondiale, che lasciò la cappella indenne, tra il 1952 e il 1953 la Madonna del parto subì un restauro curato da Dino Dini. La chiesetta venne interessata da pesanti lavori di ristrutturazione nel 1956, che mutarono l’orientamento originario est-ovest in favore di un nuovo asse nord-sud, con la chiusura del vecchio ingresso settecentesco e l’apertura di uno nuovo sul lato meridionale. Qui l’affresco venne esposto sulla parete nord, in quello che era diventato l’altare maggiore.

L’attuale sede dell’affresco
Da «La prima notte di quiete» (Italia, Francia, 1972) di Valerio Zurlini, con Alain Delon, Sonia Petrova, Giancarlo Giannini e Lea Massari. Sceneggiatura di Valerio Zurlini e Enrico Medioli.

L’affresco compare nel film del 1983 di Andrej Tarkovskij Nostalghia, di fronte al quale si svolge una delle scene più suggestive e centrali del film.

Nel film del 1972 di Valerio ZurliniLa prima notte di quiete il professore Daniele Dominici (Alain Delon) illustra questo affresco ad una sua allieva, Vanina Abati (Sonia Petrova), in una descrizione dove si intrecciano emozione e cultura.

https://it.wikipedia.org/wiki/Madonna_del_Parto Il compositore francese Gérard Grisey, appassionato della pittura di Piero, ha preso spunto dalla Madonna del Prato per elaborare la sua opera L’Icône Paradoxale (Omaggio a Piero della Francesca) per due voci femminili e grande orchestra divisa in due gruppi, composta tra il 1993 e il 1994. https://it.wikipedia.org/wiki/Madonna_del_Parto

EX MALO BONUM, personale di Giovanni Ruggiero. Napoli, Movimento Aperto via Duomo 290/C

Venerdì 8 novembre 2019,dalle ore 17.30 presso Movimento Aperto, via Duomo 290/C , Napoli, si inaugura la personale di Giovanni Ruggiero, intitolata : EX MALO BONUM, introdotta dal  testo di Gaetano Romano, “LO SGUARDO E LA FERITA” . In mostra un ciclo di 11 opere  di media  dimensione ,contenitori di legno, in cui sono disposti, con una foto, oggetti di vario tipo, che riconducono ad un  momento significativo  della vita dell’autore. La mostra resterà aperta fino al 30 novembre, lunedì e giovedì, ore 17-19, venerdì ore 10.30-12.30 e su appuntamento

Questi singolari assemblaggi di Giovanni Ruggiero sono qui disposti in due filoni, uno relativo al suo vissuto privato, l’altro ad incontri, esperienze maturate nel corso dei suoi viaggi. “L ‘assemblaggio delle foto  avviene in contenitori di legno chiusi, che dovremo aprire con le nostre mani, ciò conferisce a questa azione di svelamento rigore e valore” scrive Gaetano Romano, “Le cassette  sono offerte chiuse, sicchè tocca allo spettatore aprirle e svelarne il contenuto,”precisa lo stesso Ruggiero.

“ Ma la ricerca vera e propria…..nasce sulle ceneri del dolore, che ha spinto definitivamente Ruggiero ad indagare le molteplici valenze e declinazioni del suo passato, in un momento drammatico della sua esistenza, quando si è appesi ad un esile filo” ,ricorda Gaetano Romano  e precisa poi che: “ tra le ricerche in campo fotografico, quella di Giovanni Ruggiero  assume una valenza del tutto particolare, in virtù del suo  taglio linguistico situandosi e chiamando a sé, modalità installative che collocano la foto in un pattern che dialoga con lo spazio circostante, in una costante ricerca di senso.”

Così avviene che  questi inediti contenitori  piuttosto che chiudere gelosamente ricordi, confinati in un passato ormai lontano, aprano invece a riflessioni ,ad emozioni sempre nuove, e le foto, dialogando con oggetti prelevati dal reale acquisiscano uno spessore tridimensionale, un’evidenza inpensabili.

MUDISS – Museo Diocesano Sorrentino Stabiese, Giuseppe Panariello “VANITAS VANITATUM” a cura di Maurizio Vitiello 26 ottobre – 23 novembre 2019

MUDISS
Giuseppe Panariello
“VANITAS VANITATUM”
a cura di Maurizio Vitiello
26 ottobre – 23 novembre 2019

Sarà inaugurata, sabato 26.10.2019, alle ore 17,30, al MUDISS – Museo Diocesano Sorrentino Stabiese, Piazza San Giovanni XXIII – 80053 Castellammare di Stabia (NA), tel. 3391561650, con il patrocinio dell’Associazione Nazionale Sociologi – Dipartimento Campania, la mostra, curata dal sociologo e critico d’arte Maurizio Vitiello, intitolata “VANITAS VANITATUM”, con opere recenti dell’artista Giuseppe Panariello.

  • Saluti: Egidio Di Lorenzo, Direttore del MUDISS.
  • Interventi
  • Nicola Caroppoo, giornalista e storico dell’arte; 
  • Pino Cotarellii, giornalista, redattore di Teatrocult News e Proscenio; 
  • Franco Lista, docente UNISOB, architetto e artista;
  • Elena Saponaro, docente Fondazione Humaniter e sociologa;
  • Carlo Spina, avvocato ed ecologista.
  • ModeratoreMaurizio Vitielloo, sociologo e critico d’arte contemporanea, docente Fondazione Humaniter, Eurios, UNITRE/Vomero – Napoli, Libera Università di Castel Sant’Elmo – Napoli, Responsabile Cultura e Arti Visive dell’Associazione Nazionale Sociologi – Dipartimento Campania.
  • Intervento musicale:
  • Antonino Russo, flauto;
  • Francesco Pesante, chitarra – allievi del Liceo Musicale “F. Severi” di Castellammare di Stabia.
  • Contributi:
  • Elena Cavalieri, dirigente scolastica;
  • Angelo Ruggeri, docente di flauto;
  • Francesco Ardizio, docente di chitarra.

La mostra resterà aperta sino sabato 23 novembre 2019; orario: lunedì: 9.00-13.00, mercoledì 9.00-13.00/16.00-20.00; sabato. 9.00-13.00/16.00-20.00.

Scheda della mostra “Vanitas Vanitatum”, a cura di Maurizio Vitiello.

Giuseppe Panariello è un artista di alto profilo linguistico, che, recentemente, ha vinto il primo premio alla “Biennale Internazionale della Calabria Citra” (BiCc), a Praia a Mare (CS), e il secondo premio alla XLVI edizione del “Premio Sulmona”. Ha all’attivo numerose partecipazioni a rassegne e a varie personali in gallerie pubbliche e musei di prestigio. Con la locuzione “Vanitas Vanitatum” si apre e si chiude il lungo discorso di Qoelet, che occupa i dodici capitoli del libro omonimo. Qoelet, o Ecclesiaste, uomo saggio e maestro, dopo aver esplorato ogni aspetto della vita materiale, giunge alla conclusione (già preannunciata all’inizio del testo) che tutto è vanità. Il che non deve impedire all’uomo di riconoscere in Dio il creatore e di osservare i suoi comandamenti, come conclude il breve paragrafo finale a opera di un commentatore posteriore. Le elaborazioni convinte di Giuseppe Panariello contengono sensi e segmenti di una declinazione che ci fa pensare a Mark Rothko.

… I quadri devono essere miracolosi.
Nell’istante in cui un quadro è terminato,
ha fine l’intimità tra la creazione e il creatore.
Il creatore diventa esterno alla sua stessa opera.
Per lui, come per chiunque altro
Il quadro dovrà essere una rivelazione,
la soluzione inattesa e inedita di un problema
che da sempre urge dentro.
… non credo che sia mai stata questione
di essere figurativi o astratti.
Piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio
E a questa solitudine, di dilatare il petto
E tornare a respirare. (Mark Rothko)

Giuseppe Panariello, tra l’altro, precisa: “C’è discontinuità pittorica. Una netta contrapposizione con generi e mode pittoriche. Oggi, la pittura è governata dall’urgenza degli eventi sociali, dalla cronaca, dalla crisi mondiale della politica e tantissime altre criticità. Oggi, l’artista è il poeta contemporaneo della ricerca, necessaria per avviare una riflessione sulle variabili fondamentali sull’arte, senza cedere alla tentazione di far prevalere il mercato sulla personalità lavorativa.”

Donatella Trotta, tra l’altro, segnala: “I supporti, poveri, e la materia pittorica, scelta con acuta cognizione per una disamina dei labirinti dell’anima, sommano composizioni senza compiacimenti, ma d’impatto. L’arte oltre l’arte. Per parlare alle coscienze di tutti con il linguaggio radicale – ancestrale – del gesto. E per generare un atto (non soltanto est-etico ma anche poetico, politico) che possa dare un senso nuovo all’insensatezza del mondo, un futuro al principio speranza, un orizzonte (o una meta, perennemente mobile) alla spaesatezza e all’erranza come destino dell’umanità … Nell’attuale crisi globale che è – prima ancora che economico-finanziaria e sociale – fondamentalmente una crisi di senso, e di orientamento, il progetto di Panariello offre così una significativa sintesi tra Oriente e Occidente che da anni, peraltro, ispira in modo subliminale la sperimentazione artistica dell’autore e didatta napoletano, permeando il dettato inconscio della sua concezione laicamente sacrale dell’arte, nutrendo la sua sensibilità vibratile e determinando il suo approccio non impositivo, prescrittivo, dogmatico ma sempre maieutico alla realtà.”.

Giuseppe Panariello sottolinea icone metaforiche, penetranti nella loro semplicità formale, che investono e interrogano l’immaginario. Sono la libera evocazione di passati lontani, di testimonianze post-moderne, di equilibri estetici fondati sulla percezione di un tempo sempre presente. La visione di intenso rigore formale porta alla riflessione su un silenzio dell’anima, quell’anima che ha scandito il tempo e che ha conosciuto i luoghi di uno spazio interiore. L’opera resta come muta testimonianza, residuo di una realtà passata, ma non dissolta. Giuseppe Panariello, Pippo per gli amici, riesce con materiali particolarissimi a esprimere un’estetica d’indubbia qualità performativa e di primo piano concettuale. Dei suoi lavori si possono apprezzare finezza compositiva, equilibrio raggiunto, armonia della bellezza, spiritualità esistenziale, sensibilità ben distribuita, amalgama visivo e il rosso pervasivo, incidente e sinteticamente impostato, folgora istantanei scatti, distribuiti e scalati in una calibratissima teoria di convenienti e appropriate azioni, dinamiche e mirate.
In conclusione, quest’esposizione merita attenzione per meglio comprendere la fattura di opere singolari e particolari, realizzate grazie al “gesto” cromatico con glitter su lamiere di ferro, appositamente fatte arrugginire.
Maurizio Vitiello

#LAlberodelleIdeeMusica, Agricantus ‎– Kaleidos – 1998

“Kaleidos” mescola passato e presente, campiona e propone Grieg, Mussorgsky, Albinoni, Paganini, Prokofiev, Bartòk, Brahms nascosti dentro loops e groove ritmici interetnici, alla scoperta del legame – spesso spezzato nell’immaginario collettivo – che raccorda la vena dei musicisti colti alle loro radici e sperimentazioni popolari.  https://www.rockol.it/

Loosin – ( (Canto popolare armeno) ) (adattamento musicale Tonj Acquaviva)

Loosin yelav ensaretz
saree partzò gadaretz
Shegleeg megleeg yeresov
Pòrvetz kedneen loosin dzov.

“Kaleidos inspired by Mussorgskij, Grieg, Albinoni, Prokofiev, Paganini, Berio, Brahms, Bartok, and in general by classical music composers who have worked on and made more noble the patrimony of popular music, Agricantus have added a new, formidable piece to their jigsaw of world music and stylistic blendings.” Flavio Brighenti – Musica! di Repubblica

Agricantus ‎– Kaleidos – 1998
Romeo & Giulietta · Agricantus
 Mentri m'ammuttanu ti toccu e sentu
occhi vagnati e manu ca si ceiccanu
prucissioni senza santi
su comu ciumi r'acqua
s'immiscanu i culura
unu 'ncapu all'autru.
Romeo & Giulietta
Fonte: Musixmatch

L’arte contro la violenza. Il diritto alla vita e la lotta al bullismo. Mostra di pittura di Anna Maria Zoppi

NOI VOCI DI DONNE
ORGANIZZA
L’arte contro la violenza
Il diritto alla vita e la lotta al bullismo

Mostra di pittura di Anna Maria Zoppi “l’artista Casalese”

L’evento sarà inaugurato il 23 OTTOBRE alle ore 10:00 e resterà aperto al pubblico AL 31 OTTOBRE 2019 . L’orario di visita dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00 presso la sede operativa del Centro Antiviolenza Noi Voci di Donne, in via San Gennaro (ex Caserma Sacchi).
L’obiettivo dell’esposizione è quello di realizzare un clima culturale, relazionale e istituzionale in grado di consentire ai giovani di partecipare ed essere protagonisti e di stimolarli alla ricerca della cultura e dell’arte, oltre che promuovere l’arte come strumento per sensibilizzare a tematiche attuali e delicate come il diritto alla vita e il contrasto al bullismo.
In particolare, il diritto alla vita sembrerebbe un concetto quasi scontato, ma rappresenta il fondamento e la condizione preliminare per l’esercizio di tutti gli altri diritti, sebbene negli ultimi decenni sia stato posto in serio pericolo.
Il bullismo, che mette in luce le fragilità dei giovani, rappresenta uno dei maggiori fenomeni da prevenire attraverso l’educazione al rispetto e alle diversità; tutto questo attraverso forme alternative di apprendimento quali l’arte e la pittura.
All’esposizione dei quadri dell’artista Zoppi seguirà un laboratorio artistico pratico/dimostrativo dal titolo “Questo sono io!” grazie al quale gli adolescenti avranno la possibilità di esprimere se stessi e le loro emozioni attraverso una diversa forma di comunicazione.

Anna Maria Zoppi, una donna solare, sorridente, talentuosa, dotata di molta sensibilità e con una grande vena artistica che porta con sé dalla nascita. Gli spunti per dipingere li prende dalle situazioni della vita che la circondano. Esprime la sua arte come megafono dello spirito e della sua straordinaria interiorità. Emerge comunque una donna determinata, dove in un territorio pieno di pregiudizi è riuscita, a dedicarsi all’arte e fare arte, e nelle sue opere emerge forte il riscatto sociale e culturale di tutte le donne “casalesi” che vogliono rappresentare la bellezza e le professionalità del loro territorio. https://www.facebook.com/events/391390461792876/

FRANÇOISE GILOT, CARLTON LAKE. LA MIA VITA CON PICASSO

Françoise Gilot, née le 26novembre1921 à Neuilly-sur-Seine (Hauts-de-Seine), est une artiste peintre et écrivaine française. Elle est régente du Collège de ‘Pataphysique.

Françoise Gilot commence des études de droit mais, plus attirée par sa passion pour l’art, suit les traces de sa mère, une aquarelliste, et s’oriente vers le dessin et la peinture. En mai 19431, elle rencontre Pablo Picasso, alors amant de Dora Maar. Elle devient sa compagne de 1944 à 1953, et la mère de deux de ses enfants, Claude (1947) et Paloma (1949). Picasso, durant leur période de vie commune, la représentera sous l’apparence de la Femme fleur, radieuse et solaire.

Dans le sillage de Picasso, elle continue à mener sa propre carrière d’artiste peintre. En 1964, elle publie Vivre avec Picasso, un livre relativement intime sur leur vie commune, qui rencontrera un énorme succès2 et quelques critiques, pour l’époque, d’opportunisme. Ce livre mettra Picasso dans une grande colère, qui ira jusqu’à ne plus vouloir recevoir ses enfants.

Après sa séparation d’avec Picasso, Françoise Gilot épouse le peintre Luc Simon, dont elle a une fille, Aurélia. En 1970, elle se marie avec le docteur Jonas Salk, pionnier de la vaccination de la poliomyélite, qu’elle a rencontré l’année précédente par l’intermédiaire d’amis communs à La Jolla en Californie, et avec qui elle vivra jusqu’à la mort de celui-ci en 1995.

Peignant douze heures par jour, elle a exposé ses œuvres à New York, en Californie et à Paris. https://fr.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7oise_Gilot

Pablo Picasso en 1962
Françoise Gilot, Carlton Lake. La mia vita con Picasso

«Pablo mi disse che la nostra relazione avrebbe portato la luce nella vita di entrambi. La mia comparsa nella sua vita era come una finestra che si apriva e che voleva restare aperta».

Una donna bellissima procede spedita sulla spiaggia, il volto ha un’espressione decisa e divertita. Un passo dietro di lei, un uomo più anziano la segue facendole ombra. La foto ritrae Pablo Picasso insieme a Françoise Gilot, la pittrice che per quasi dieci anni condivise il mondo e la vita del grande artista, diventando la sua musa, la sua più stretta collaboratrice e la madre dei suoi figli. Quando, nel 1964, anni dopo la fine della loro relazione, Françoise Gilot decise di raccontare la loro storia, Picasso fece di tutto per impedirlo: le fece causa tre volte, perdendo ogni volta perché lei riuscì a dimostrare che tutto ciò che aveva scritto non era altro che la verità. Dopo l’ultima sconfitta in tribunale – racconta oggi la pittrice – lui la chiamò per complimentarsi: «Congratulazioni, hai vinto. Sai che a me piacciono i vincitori». Era il suo lato più bello, commenta Françoise, «combatteva contro di te fino alla morte, ma quando era tutto finito sapeva accettare il risultato». Il libro diventò subito un best-seller, vendendo oltre un milione di copie in tutto il mondo. Pagina dopo pagina, il lettore ripercorre le vicende della coppia dal primo incontro in un ristorante a Parigi nel 1943, quando lei aveva solo 21 anni e lui 61, fino a quando, una decina di anni dopo, Françoise lo lasciò. In mezzo, il comune amore per l’arte, gli amici – Miró, Matisse, Braque e Giacometti, per citarne solo alcuni –, ma anche la gelosia e i tanti giorni neri in cui Picasso dava il peggio di sé, come uno dei minotaurimostri dei suoi quadri. La voce di Françoise ci accompagna attraverso la loro storia, restituendo un ritratto unico di quel genio burbero e dispotico, facendo intravedere l’uomo dietro la leggenda. Insieme a lui, i lettori scopriranno in queste pagine un altro personaggio straordinario: la stessa Françoise, artista poliedrica, grande pittrice, donna forte e determinata, tanto da non accettare mai che quell’uomo, che pure aveva amato profondamente, le facesse ombra. La traduzione, voluta da Françoise Gilot nel luglio del 1964, è di Garibaldo Marussi, scrittore, poeta, letterato, critico e storico d’arte, fondatore e direttore del mensile “Le Arti“, e della moglie Liana Marussi.

Il libro è soprattutto una straordinaria lettura di come Picasso concepiva la sua opera. Parlando di colori dice a Françoise: “Ciò che vedi ora è la prima impostazione: la macchia verde, l’affondo del violetto, e quella linea nera che le congiunge. Questi elementi lottano tra loro. E l’intrigo è ovunque”.

Parlando di cubismo ricorda: “Si esprimeva un vago desiderio … di ritornare a una specie di ordine. Cercavamo di andare in una direzione opposta a quella dell’impressionismo. Abbiamo abbandonato colore, emozione, sensazione e gli altri apporti della scuola impressionistica per cercare una base architettonica nella composizione, un’austerità che potesse reinstaurare l’ordine”.

Parlando di luce dice: “L’oscurità deve essere completa dovunque, eccetto che sulla tela, perché il pittore sia ipnotizzato dal suo lavoro e dipinga quasi come se fosse in trance. Deve restare il più possibile chiuso nel suo mondo interiore , se vuole trascendere i limiti che la sua ragione tenta costantemente di imporgli”.