DALLA CAMPANIA LA STORIA DI ALBA, MAMMA A 18 ANNI, IN UNA “MISSIONE” CHE OGGI, PER ALTRE FAMIGLIE, POTREBBE AVERE UN FINALE DIVERSO. Roma Ministero della Salute il convegno dal titolo “Screening neonatale: dai progetti pilota all’adeguamento del panel”, a cura dell’O.M.A.R. (Osservatorio Malattie Rare).

DALLA CAMPANIA LA STORIA DI ALBA, MAMMA A 18 ANNI, IN UNA “MISSIONE” CHE OGGI, PER ALTRE FAMIGLIE, POTREBBE AVERE UN FINALE DIVERSO

La storia della signora Alba dev’essere un monito alle istituzioni e a chi ha il potere di rendere possibile un cammino ed un esito diverso per i neogenitori, ma anche per chi è affetto da adrenoleucodistrofia, una malattia terribile per il suo decorso e per l’impatto devastante che ha sui pazienti e le famiglie che ne vengono totalmente coinvolte.

L’accidentato e doloroso percorso di Alba, con il fardello dell’Adrenolecodistrofia, comincia sul finire degli anni ’70, quando suo fratello di 11 anni a scuola manifesta disturbi comportamentali , perde spesso il controllo di sé: le insegnanti lo indirizzano ad un supporto psicologico.

In seguito, gli viene diagnosticato un sospetto di leucodistrofia e viene suggerito alla famiglia di fare ulteriori indagini, ma nessuno ne indirizza i componenti, non vi è una reale presa in carico, e quella parola rimane lettera morta. Quasi in concomitanza, dopo un evoluzione molto rapida della malattia, Alba perde il fratello e il suo piccolo Antonio, che di anni ne ha 8 , comincia a manifestare problemi comportamentali e motori: “si confondeva,  urtava contro i cancelli, dimenticava il percorso per andare a scuola”, ricorda con dolore.

Alba ha il timore che possa trattarsi della stessa malattia che ha portato via suo fratello così fa visitare il piccolo da un neuropsichiatra che gli diagnostica un’epilessia, anche se Antonio di convulsioni non ne ha.

Nel frattempo il senso di solitudine, di isolamento e di inadeguatezza cresce: forse è lei che si sta suggestionando, che sta proiettando la sua ansia sul figlio, come le viene detto da più parti, anche dagli stessi medici. Alba, durante una vacanza con la famiglia d’origine in Germania, nutre la speranza di poter far visitare Antonio da un ulteriore specialista. Lo incontra e gli racconta i sintomi ed è lì che le viene detto che probabilmente è una cosa davvero seria. Dopo un anno di peregrinazioni, Alba arriva finalmente al Vecchio Policlinico di Napoli. E’ lì che il prof. Cotrufo diagnostica al piccolo Antonio l’Adrenoleucodistrofia. Alba è disorientata: torna dal neuropsichiatra e gli comunica la diagnosi, ma lo specialista parla di un errore diagnostico, ne sminuisce l’importanza, diminuisce al piccolo la dose di antiepilettico da assumere. Antonio, i cui sintomi neurologici avanzano inevitabilmente, va in coma. Alba ne ottiene il ricovero al Santobono, poi torna a cercare un punto di riferimento al Vecchio Policlinico. E’ smarrita: sente che è qualcosa di troppo più grande di lei.

Avere una diagnosi già per suo fratello avrebbe voluto dire poter fare scelte basate su una consapevolezza diversa.

Al Vecchio Policlinico incontra una professionista e prima ancora la persona che non la abbandonerà mai in tutto il suo percorso con Antonio: si tratta di Marina Melone, oggi direttrice del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate & Centro Interuniversitario di Ricerca in Neuroscienze dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli.

“Ho cercato di procrastinare le dimissioni dall’ospedale – racconta – . Avevo letteralmente il terrore di essere sola a casa, ma la professoressa Melone mi promise che avrei potuto chiamarla in qualsiasi momento per qualsiasi problema, anche a casa,  e così è stato, l’ha fatto davvero. Lei mi ha dato la forza di andare avanti. Mi è sempre stata vicino e quando ero davvero disperata è venuta persino a casa per darmi indicazioni e supportarmi. Antonio ha vissuto con questa malattia per ben 23 anni e noi insieme a lui”.

Alba affronta tutto da sola, non chiede aiuto a nessuno: notte e giorno ad assistere Antonio, senza uscire di casa. Notti  lunghissime in cui suo figlio soffre, piega la schiena ad arco, suda anche d’inverno, si lamenta  e respira con difficoltà. Alba si inventa ogni cosa, lo culla con dolcezza, anche quando Antonio non è più un bimbo, ed a volte riesce a portargli sollievo.

Un giorno Alba, in tv, vede i coniugi Odone : sono diventati esperti mondiali della malattia  del suo Antonio, hanno creato persino una miscela di olii che ne rallenterebbe la progressione! Il loro figlio Lorenzo ne è affetto. E’ uno spiraglio. Li contatta e grazie a loro conosce un’altra mamma, Pompea, e suo figlio, il piccolo Giovanni. Vuole incontrarla, parlarle da vicino e conoscere gli effetti dell’assunzione dell’olio. Quindi un bel giorno monta in auto e parte alla volta di Formia, per raggiungerla.

La malattia di Antonio è troppo avanzata per assumere l’olio, ma Alba ha altri due figli! Anche Vincenzo, il secondogenito, ha la mutazione genetica e la malattia si esprime come adrenomieloneuropatia, una forma meno grave che coinvolge prevalentemente gli arti inferiori e lo condurrà a stare in sedia a rotelle. Per lui l’olio e la dietoterapia potrebbero fare la differenza, ma Vincenzo sente che è difficile, impossibile, accettare i cambiamenti profondi  che hanno letteralmente travolto la sua vita, i suoi progetti, i suoi orizzonti, le sue speranze.  L’ultima figlia di Alba, invece, che avrebbe potuto ereditare lo stato di portatrice, non ne è coinvolta. Ha fatto l’analisi genetica due volte: quando è arrivata la diagnosi per Antonio e quando ha deciso di sposarsi, con la prospettiva consapevole di diventare mamma.  

Oggi purtroppo Antonio  non c’è più, ma Alba non ha mai smesso di parlargli, neanche quando tutti le dicevano che era inutile, che era sordo e cieco e non poteva sentirla. Oggi, mentre cura una rosa in giardino, con il pensiero la porge al figlio, affinché, condividendola, possano sentirne finalmente  il profumo, vederne la bellezza e toccarne i petali delicati.

“Vorrei tanto – ribadisce Alba – che per il futuro e per gli altri le cose possano andare diversamente. Questa malattia coinvolge tutta la famiglia e distrugge tutto”.

Screening neonatale esteso: passi in avanti per l’allargamento del panel

Si è svolto a Roma presso il Ministero della Salute il convegno dal titolo “Screening neonatale: dai progetti pilota all’adeguamento del panel”, a cura dell’O.M.A.R. (Osservatorio Malattie Rare) .

Scopo: fare il punto sullo stato di attuazione dello screening neonatale esteso e valutare quanto emerso dai progetti pilota in vista di un ampliamento del panel relativo alle malattie sottoponibili a screening. Tra queste vi è l’Adrenoleucodistrofia, una malattia devastante che provoca gravi danni al sistema nervoso centrale con effetti altamente invalidanti, con un espressione clinica così eterogenea che attualmente la diagnosi è molto complessa e rischia di arrivare in ritardo. I tempi sembrerebbero essere maturi: infatti da una parte vi è la precisa volontà politica di adeguamento del panel, dall’altra l’impegno del mondo medico-scientifico e delle associazioni dei pazienti per raggiungere obiettivi comuni. Un allineamento di forze che si dispiega da Nord a Sud, con progetti pilota già avviati o in partenza, caratterizzati da un’ottica paziente-centrica, in cui è centrale lo screening neonatale, ma anche il percorso di presa in carico ed assistenza integrata long life: dalla Lombardia alla Toscana, passando per la Campania, senza dimenticare i passi in avanti fondamentali compiuti in Veneto e in Lazio.

Michele è un bambino di Rimini: verso i sette anni ha cominciato a scrivere fuori dal rigo del suo quaderno a scuola… a distrarsi. Le maestre hanno chiesto ai genitori di affidarlo ad un supporto psicologico perché aveva dei disturbi del comportamento. Michele ha cominciato dopo qualche mese a perdere l’equilibrio, poi a parlare sempre meno… Michele, come tanti Michele, come Lorenzo Odone, come tutti i Lorenzo, come Francesco, oggi in stato di ridotta coscienza, da cui tutta la storia dell’Associazione Italiana Adrenoleucodistrofia ha avuto inizio, forse avrebbero potuto avere una vita diversa, se la diagnosi fosse arrivata in tempo.

Ed invece oggi non parlano, non vedono, non si muovono, non si alimentano, se non per via enterale.

Nonostante tanti passi avanti e tanti sforzi oggi sussiste ancora un vuoto di conoscenza diagnostica e assistenziale per l’Adrenoleucodistrofia.

Si resta nelle mani della fortuna, che agisce proprio come una dea bendata, nella speranza di entrare, quasi per caso, in uno dei centri di riferimento della patologia che darà le indicazioni giuste e di farlo prima che intervengano gravi danni al Sistema Nervoso Centrale.

Ma potrebbe non essere più così.

Questo grazie allo screening neonatale esteso, un percorso integrato e multidisciplinare che, introdotto con la legge 167/2016 , oggi consente di individuare precocemente ben 40 malattie metaboliche in tutti i nuovi nati sul territorio nazionale.

“Nessuna Regione deve rimanere indietro – sottolinea il viceministro della Salute Piepaolo Sileri -.  E’ importante l’uniformità di accesso e di attuazione su tutto il territorio nazionale, perché, dopo aver creato una legge sullo screening neonatale, non si possono fare passi indietro. C’è l’assoluta volontà politica di impegnarsi per l’estensione alle patologie neuromuscolari genetiche, alle immunodeficienze combinate severe e alle malattie da accumulo lisosomiale, valutando sia la fattibilità, sia i costi-benefici. A breve partirà un tavolo tecnico presso il Ministero della Salute. L’obiettivo è quello di valutare nello specifico le patologie da includere nei test e di definire la presa in carico migliore in caso di esito positivo”.

Ad oggi l’Italia è prima in Europa per numero di malattie sottoposte a screening. Si pensi ad esempio che Romania e Malta ne hanno appena 2 e la Francia solo 5.

“La legge 167/2016 – evidenzia la senatrice Paola Taverna, che ne è la promotrice è stata approvata già in fase deliberante, quindi all’unanimità. Scoprire tempestivamente una patologia, indirizzando ad una terapia, vuol dire dare ad un bambino la possibilità di avere una vita sana e felice, è indicatore di una sanità valida e consentirebbe un SSN sempre più sostenibile ed universale”.

A farle eco anche Domenica Taruscio, direttrice del Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità: “Lo screening neonatale – evidenzia – mette in sicurezza anche il Servizio Sanitario Nazionale. Abbiamo 9 laboratori attivi a livello regionale e 6 interregionali, con 29 centri clinici. Non è necessario, infatti ‘fare tutto in casa”, anzi è auspicabile che soprattutto le regioni con un bacino di utenza più piccolo attivino accordi interregionali”.

L’Adrenoleucodistrofia  è una patologia X  legata, trasmessa cioè dalle madri portatrici ai figli maschi (gli uomini affetti trasmettono solo lo stato di portatrice alle femminucce, che tuttavia svilupperanno neuropatie in età avanzata). L’ALD  ha un’incidenza di  1 su 15-17mila nuovi nati, con un incremento atteso di 35-40 casi all’anno. I casi diagnosticati sono tra i 200 e i 300, ma si stima che ben 3500-4000 persone ne siano affette. Un recente studio dell’Università del Minnesota parla però di numeri 5 volte più alti di quelli attualmente ipotizzati.

“E’ una malattia –  sottolinea Valentina Fasano, presidente dell’Associazione Italiana Adrenoleucodistrofia https://www.adrenoleucodistrofia.it/– per la quale si contano  più di 900 mutazioni del gene ABCD1, senza correlazione genotipo-fenotipo, con grande eterogeneità nell’espressione clinica e differenti età di esordio della sintomatologia”.

Per riuscire ad intervenire precocemente e donare a tanti bambini una vita serena occorrerebbe agire nella cosiddetta finestra pre-sintomatica, prima che il sistema nervoso centrale riporti danni irreversibili.

“Abbiamo il test che è pronto e sicuro – continua la presidente AIALD  – e la malattia è una delle più semplici da screenare. Inoltre un recente studio condotto dall’Università di Sheffield ci dice che lo screening neonatale costituirebbe un vantaggio anche dal punto di vista economico, oltre che etico e morale”.

Proprio per l’Adrenoleucodistrofia arriva la notizia che è in fase di avvio, a partire dalla Toscana, un progetto pilota per raccogliere congrue evidenze scientifiche sull’efficacia del test di screening.

“E’ di fondamentale importanza applicare le tecnologie alle malattie rare – mette in risalto Giancarlo La Marca, presidente Simmesn e rappresentante della Conferenza Stato-Regioni -. Infatti lo screening permette che la diagnosi arrivi prima della manifestazione dei sintomi, quando la patologia è ancora asintomatica. Sono stati raggiunti risultati importanti: allo stato attuale circa il 96,5% dei nuovi nati viene sottoposto a screening per 40 patologie metaboliche. Ma io non sono ancora contento di questi numeri: manca all’appello la Calabria. Dobbiamo fare di più”.

UNA MALATTIA CHE RIDUCE ALLA DISPERAZIONE L’INTERO NUCLEO FAMILIARE

Migliore qualità della vita non solo per i pazienti ma anche per famiglie e caregiver.

“Non si può immaginare il carico di fatica per chi assiste un malato di adrenoleucodistrofia – continua Valentina Fasano – che si traduce in una quotidianità equiparabile ad un vero e proprio calvario dal punto di vista fisico, emotivo, psicologico ed economico. Ve ne potrebbe parlare Caterina, con due figli che si si sono ammalati a distanza di 7 anni l’uno dall’altro. Bisognerebbe che conosceste Pompea che per 10 anni non ha messo un piede fuori casa, non ha più dormito nel suo letto, perché la sua vita era accanto a Giovanni, come nuovamente legati da un cordone ombelicale. Tutta la notte a tenerlo in braccio per alleviare le sue crisi, tutto il giorno ad alimentarlo con un cucchiaino di cibo”.

Ma non bisogna dimenticare chi non potrà accedere allo screening come ad esempio le persone adulte: l’obiettivo, secondo quanto ribadisce Fasano, dovrebbe essere quello di fornire un’assistenza completa, coordinata e continua, adattata allo sviluppo del paziente durante tutto l’arco di vita che risponda alle esigenze di una specifica alimentazione con cibi opportunamente supplementati, di assistenza domiciliare e di ausili necessari a garantire un’esistenza dignitosa.

LA SITUAZIONE DELLO SCREENING NEONATALE IN CAMPANIA

In Campania lo screening neonatale ha avuto avvio nel 2007 con un progetto pilota. A marzo 2019 è arrivata una delibera finalizzata ad evidenziare con precisione chi fa cosa, cioè i ruoli e le competenze del sistema di screening neonatale.

L’informativa viene distribuita durante i corsi pre-parto, nei punti di accompagnamento alla nascita e nei centri nascita ed è stato anche avviato il dialogo con i pediatri.

“Nel 2020 – spiega Margherita Ruoppolo, responsabile del laboratorio di screening del Ceinge Biotecnologie avanzate – sono previsti corsi di formazione sulle modalità di raccolta dello spot ematico, rivolti ai centri clinici, e momenti di formazione per i pediatri di famiglia”.

UN PROGETTO PILOTA IN CAMPANIA

Si sta svolgendo in Campania un progetto pilota sull’Adrenoleucodistrofia, ideato, realizzato e coordinato da Marina Melone direttrice del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate & Centro Interuniversitario di Ricerca in Neuroscienze dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli.

Il Progetto che prende il nome di MISSION-MEM è volto a creare un nuovo paradigma per dare voce ai pazienti affetti da adrenoleucodistrofia ed adrenomieloneuropatia e intende delineare un percorso organico ed efficace di assistenza long life che passi indispensabilmente attraverso Informazione/Formazione/Networking, Screening precoce fino a quello neonatale e Prevenzione.

“Il nostro centro universitario dalla metà degli anni ’80 ha individuato 10 famiglie affette dalla mutazione genetica ed attualmente abbiamo in follow-up circa 20 pazienti con quadro clinico AMN plus. Mission-Mem rappresenta un ulteriore passo in avanti che si pone in continuità col nostro impegno come centro di riferimento in Campania per la patologia e con la nostra missione a favore dei pazienti”.

In base a quanto afferma Melone, è essenziale la formazione di laboratori specializzati per le diagnostica delle malattie metaboliche in Campania, in particolare per l’adrenoleucodistrofia, un aspetto che consentirebbe di ridurre costi, indirizzando subito i pazienti verso un’assistenza adeguata.

“La stessa migrazione regionale di pazienti – continua la direttrice del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate –  è un costo che dovrebbe essere abbattuto facendo sì che ogni paziente venga indirizzato al centro della sua regione, laddove presente, o della Regione territorialmente più vicina”.

FARE RETE CON LE ALTRE ASSOCIAZIONI DEI PAZIENTI

Da più parti viene ribadito come la legge debba agire da facilitatore, laddove esista già una terapia e  non trasformarsi in un limite,  diventando pastoia burocratica. I bambini non possono aspettare: avere una diagnosi efficace, infatti, equivale ad assicurare un’esistenza normale e non costellata da ricoveri in terapia intensiva o vissuta in stato di ridotta coscienza. Vari i momenti cruciali del percorso di screening: quello della conferma diagnostica; quello della consulenza genetica accompagnato da una comunicazione chiara e corretta; quello della presa in carico di tutta la famiglia, in particolare se con alto rischio genetico, che deve essere accompagnata nella quotidianità.

“Bisogna continuare a parlare di questi pazienti – rincara la dose la presidentessa AIALD –  per restituire loro la piena dignità di esseri umani”. Tania Sabatino

Prisco Bruno “Il Mistero di Ruth”, Graus Edizioni. Giovedì 19 dicembre 2019 ore 17,00, Sala Di Stefano del PAN – Palazzo delle Arti di Napoli

Giovedì 19 dicembre 2019 alle ore 17,00, presso la Sala Di Stefano del PAN – Palazzo delle Arti di Napoli, via Dei Mille, 60, verrà presentato il nuovo romanzo del prof. Prisco Bruno “Il Mistero di Ruth”, edito da Graus Edizioni. Con l’autore interverranno il prof. Francesco D’Episcopo ed il prof. Ugo Morelli; modererà l’incontro la giornalista Maria Parente.

Anche quando cercava il senso delle cose e notava la desolazione e il dolore, c’era sempre da scoprire il bello. Chi può vivere senza emozioni? Chiedeva al suo amico letterato quando precipitava nella depressione. E gli raccontava la storia dei petali rossi delle camelie: oggi ho notato che le camelie del giardino sono di un rosso più acceso del solito e che il vento ha spinto i petali dappertutto. Per un po’ questi sono volati in alto come tanti fiocchi di neve di colore rosso e, prima di cadere a terra per formare piccoli cumuli agli angoli del giardino, ho fatto in tempo a vederli danzare nell’aria”.

Ian e Ruth sono due anime affini che si incontrano, si riconoscono, si innamorano, e si accompagnano nel cammino della vita fino alla morte di lei, la cui vita viene stroncata da una malattia che non le lascia scampo. Descrivendo scorci di vita passata recuperati dalle memorie dei due amanti, spesso conservate nel diario di Ruth, e interrogandosi su fenomeni di carattere filosofico, psicoanalitico e religioso, come la possibilità della reincarnazione, l’autore cerca di dare una risposta alla domanda che turba i suoi protagonisti: “Che ci faccio in questo mondo?”. Prisco Bruno indaga, quindi, sul rapporto fra vita e morte, fra vivi e morti, e sul passaggio dal mondo fisico all’Aldilà. Morire è come passare da una porta all’altra, e nell’aldilà qui descritto non esistono inferno e paradiso, ma solo stati d’animo di gioia e dolore che l’anima può provare dopo la morte, in attesa della purificazione. In questo toccante romanzo, dove il lettore non può fare a meno di lasciarsi coinvolgere dalle emozioni provate dai protagonisti, il presente, reale e concreto, si mescola all’immaginazione, fra ricordi, visioni e sogni ricorrenti che portano ad una conclusione: la morte non è la verità; oltre, c’è la vita.
Il nuovo romanzo di Prisco Bruno “Il mistero di Ruth”, Graus Edizioni, è una storia d’amore, intima e intensa che condividono i due protagonisti, legati da una di quelle unioni che, volute dal destino, non possono rassegnarsi ad essere condizionate da limiti di tempo ma sono appunto “destinate” a durare per sempre. Un uomo racconta la propria donna e, quando lei prematuramente lo lascia per un male incurabile, prova a raccontare se stesso.

Questa è la storia di due solitudini, di due anime, colte e sensibili, che si incontrano e si fanno corpo comune, chiamato a generare, non senza difficoltà, vite non tutte viventi e qualcuna segnata da gravi difficoltà fisiche, che saranno risolte grazie al costante, quotidiano impegno dei due coniugi.
Eroica, nella sua nobile quotidianità, appare la figura di Ruth, moglie e madre davvero esemplare e, all’unisono, si prospetta con sempre maggiore consistenza interiore l’immagine di Ian, il quale contraddice pienamente ogni falsa e superficiale idea di maschilismo, costretto, come sarà, a difendersi dalle avances sempre più dichiarate di una femminilità, avida e sensuale.
Ruth e Ian è come se fossero lontani dal mondo, dalle sue impellenti richieste di realtà: l’una, intenta a coltivare una sua inalterabile purezza interiore; l’altro, a rincorrere sogni, che risalgono alla sua infanzia e giovinezza con punte poetiche degne di esemplari eroi letterari, non contaminati dalle pressioni di un quotidiano, lontano anni luce da ogni logica emotiva e sentimentale.

Un amore cosmico non poteva allora accontentarsi di rimanere confinato alla terra. Il mistero di un qualcosa, che è dentro e fuori la vita, è il vero nucleo di una narrazione, che dall’inizio alla fine si misura con esso, esplodendo nel capitolo finale, nel quale si sostanzia saldamente la piena consapevolezza che la vita, soprattutto quando è dominata da questo straordinario sentimento, può andare oltre se stessa e due anime, nate per stare insieme, possono continuare a dialogare e farsi forza, superando così il naufragio inevitabile a cui la morte fisica espone. Qui risiede il forte messaggio che Prisco Bruno vuole dare e lasciare, contro ogni depressione, ogni conseguente decadenza del corpo e della mente, che può seguire la fine di una persona unica, indispensabile e irripetibile. Ufficio Stampa Graus Edizioni


Prisco Bruno laureato in Giurisprudenza, ha insegnato diritto ed economia. Inoltre, è stato preside di scuola media superiore. Ha già pubblicato: Elementi di Contabilità pubblica (Bucalo, 1977); Dizionario delle materie giuridiche (Edizioni Simone, 1999); Il dirigente scolastico Giano Bifronte dell’istituto pubblico scolastico – Le responsabilità (Litografia Cafieri, 1993); ha curato il testo Annuario 1984-1989: riflessioni, progetti, atti innovativi (Istituto Tecnico per Geometri “G. B. Della Porta” Napoli); Corso post-diploma biennale di specializzazione per geometri e periti edili nell’area dell’assetto ecologico e territoriale, recupero edilizio e consolidamento storico – Origini. Problemi. Valutazione (Litografia Cafieri, 1989) e Colloqui con mio padre – diario di una disabile dell’udito (Graus Editore, 2013). Questo libro ha vinto, nel 2016, il 2° Premio Letterario Internazionale “Emily Dickinson” ed ha incantato i lettori per lo stile e il ritmo del racconto.

Premio Poerio Imbriani, 2019. Palazzo San Giacomo, “Sala Giunta” Napoli.

L’evento è stato organizzato dall’Associazione Culturale Alessandro Poerio in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, la Società Napoletana di Storia Patria, l’Associazione Amici degli Archivi onlus e il Lions Club Napoli 1799.
Hanno aderito all’iniziativa: il Coordinamento Nazionale delle Associazioni Risorgimentali, i Comitati Provinciali di Caserta, di Salerno e Irpino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, la Biblioteca Nazionale di Napoli, la Fondazione Vittorio Imbriani, l’Associazione Nazionale Sociologi – Dipartimento Campania, il Museo Civico di Taverna, il Centro Studi Storici di Mestre, l’Associazione Faro Tricolore e l’Associazione Mestre Mia.
La giornata ha visto alle ore 10,00 nel Cimitero Monumentale di Poggioreale una cerimonia nel corso della quale è stato deposto un cuscino di fiori nella Chiesa Madre dove è conservato il cuore di Carlo Poerio.
Alle ore 12,00 nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo la cerimonia di premiazione con molti studenti attenti.
Presenti : Eleonora de Majo, Assessore alla Cultura del Comune di Napoli; Elena Coccia, Consigliere Delegato della Città Metropolitana di Napoli; Morena Cecere, Assessore alla Cultura del Comune di Montesarchio; Beya Abdelbaki, Console della Tunisia.
Ha saggiamente coordinato: Renata De Lorenzo, Presidente della Società Napoletana di Storia Patria.
Dopo i saluti di Giulio Raimondi, Presidente onorario dell’Associazione Amici degli Archivi onlus, di Nicola Terracciano, Presidente del Comitato di Caserta dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, di Ferdinando Creta, Direttore del Museo Archeologico del Sannio Caudino, e di Maurizio Vitiello, Sociologo e critico d’arte, sono intervenuti Nino Daniele, Presidente del Coordinamento delle Città d’Arte Italiane, Roberto Russo, Giornalista del Corriere del Mezzogiorno, Domenico Nicolas Balzano, Presidente della Camera Penale di Torre Annunziata, e Anna Poerio Riverso, Presidente dell’Associazione Culturale Alessandro Poerio e Vicepresidente per il Sud del Coordinamento Nazionale delle Associazioni Risorgimentali.
Il Premio Poerio Imbriani 2019 è stato conferito a: Marta Herling (non presente per un grave lutto), nipote di Benedetto Croce e Segretario Generale dell’Istituto di Studi Storici; Antonio Scurati al suo posto ha ritirato la madre), scrittore e accademico; Lello Esposito, scultore e pittore.
Menzione Speciale conferita a Biagina Laudanna, Presidente dell’Associazione Ideacolo e ideatrice del racconto animato Carlo Poerio. La prigionia di un ideale.
Ai premiati è stato consegnato un bassorilievo realizzato da Adriano Ciavolino.
Alle ore 15,30 alla Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III si è tenuta una visita guidata alla Sezione Manoscritti, dove saranno mostrati alcuni documenti autografi di Alessandro e Carlo Poerio.
L’Assessore alla Cultura e al Turismo Eleonora de Majo ha precisato: “Con il “Premio Poerio-Imbriani” il Comitato Organizzatore dal 2011 ha istituito un importante riconoscimento in onore di questa prestigiosa famiglia napoletana che ha segnato attivamente la storia d’Italia. Il Comune di Napoli da anni ha fortemente scelto di esserne parte attiva e quest’anno l’evento si svolge nella più prestigiosa cornice istituzionale, la Sala Giunta di Palazzo San Giacomo. Sono lieta della viva partecipazione a questa giornata commemorativa e trasmetto a tutti i partecipanti un saluto sentitissimo ed un invito ad approfondire gli studi sugli avvenimenti del Risorgimento e sulla vita di tanti patrioti”

#BluParthenopeNews

#FuoriLuogo. Creatività dai Territori. Yelena Uvarova.

  I am an illustrator, animal painter, my favorite Christmas theme and Russian winter. 

L’artista moscovita Elena Uvarova, designer di abbigliamento certificata, stilista, ha studiato in una scuola d’arte e alla fine dell’istituto ha lavorato per qualche tempo come artista in una casa modello. Ma un desiderio appassionato di vecchia data per il disegno l’ha fatta andare ad artisti liberi.

Credo che la comunicazione con un gatto nobiliti una persona, anche i gatti stessi, secondo me, la pensano così, in ogni caso i due membri della nostra famiglia e le mie muse. In tutta onestà, dirò che il nostro cane non la pensa così, ma lo dà per scontato. http://www.uvarova-art.narod.ru/8gatticane.htm

Elena Uvarova è un’artista russa, vive a Mosca. In inverno c’era molta neve ed era possibile pattinare fino alla pista, dato che, per la gioia dell’uomo e della bestia, nessuno aveva spruzzato sale sui marciapiedi e la neve era densamente annegata. E c’era tutto ciò di cui un bambino aveva bisogno per diventare un artista, cani, gatti, uccelli, i più bei alberi e giocattoli di Natale, libri e film interessanti, una casa delle bambole (fatta dal nonno) e un mucchio di matite e vernici colorate, molte scuole d’arte, una delle quali io. Ho visitato e, naturalmente, la mia famiglia ha vissuto in questa città, in cui ognuno ha lavorato a modo suo, nonno e madre dipinte, nonna cucita e cucinata deliziosamente.

Non ho alcun titolo, proprio come non ho un abbonamento in nessun sindacato di artisti o designer, non aspiro a questo, cosa cambierà la mia tessera nel mio lavoro? Come diceva il gatto Matroskin: “baffi, zampe e coda sono i miei documenti!”
Dima e io partecipiamo costantemente a mostre e fiere, questo ci permette di guadagnarci da vivere con la nostra creatività.
L’esperienza delle mostre organizzate gratuitamente per me è piccola, ma ancor più costosa.


Il primo, al quale Dima ed io arrivammo con valigie gigantesche di lavoro, si tenne in Belgio, in un posto vicino ad Anversa. Si può dire che i fiamminghi furono i primi ad apprezzare il mio lavoro.
È stato bello vedere la loro calda reazione al mio lavoro, esattamente come la nostra alle mostre. È stato interessante visitare il paese in cui Pietro 1 ha portato così tanti campioni culturali ben radicati in noi, per sentire l’influenza dell’Olanda, dell’arte fiamminga e dell’artigianato sull’arte russa.


La seconda mostra, delle mie riproduzioni, è stata a Ivanovka, il Museo-Museo Rachmaninov, non ero presente, ma, come ci è stato detto, a causa del successo ottenuto, è rimasta nella mostra permanente del museo.

Definire il mio stile non è un compito facile, nel senso che lo stile è una direzione nell’arte, che implica un insieme di caratteristiche inerenti all’opera di un gran numero di artisti, uniti da un compito, idea o periodo di tempo, ma devo darlo, perché a volte i critici d’arte scrivono solo un peccato. Generalmente ho paura degli storici dell’arte, non sai mai di chi ti seguiranno nel tentativo di mettere tutti sugli scaffali. Dirò una cosa, non aderisco a nessuno stile e la mia conoscenza della storia dell’arte è molto modesta, ma hai davvero bisogno di concetti su stili e indicazioni per un bambino che dipinge il suo cane e gatto, un pupazzo di neve che è stato accecato di recente e come è andata a cavalcare tutta la famiglia diapositive e la principessa, su cui leggono una fiaba. Secondo me, tutto è semplice e chiaro, non c’è nulla di nuovo nelle mie storie, devi solo ricordare la tua infanzia, amare e capire gli animali, aspettare il capodanno e i compleanni, beh, nel mio caso, per studiare a lungo.
In senso lato, il mio stile può essere attribuito alla grafica del libro, l’arte ingenua può essere attribuita solo nel significato, ma io la chiamo lunga, ma secondo me questa definizione si adatta di più – è un disegno di un bambino adulto e istruito.

Artista animale, i miei argomenti preferiti sono il Natale e l’inverno russo.

I testi originali sono su http://www.uvarova-art.narod.ru/

Il linguaggio della Dea – Marija Gimbutas

Il linguaggio della Dea - Marija Gimbutas - copertina

“Il linguaggio della Dea” (1989), pietra miliare dell’archeomitologia, ha rivoluzionato le prospettive sulle origini della nostra cultura. L’autrice è riuscita a ricostruire la civiltà arcaica dell’Europa Antica e a riportare alla luce la presenza centrale del femminile nella storia. I suoi studi spaziano dal neolitico all’età del bronzo. A sostegno delle sue tesi, esamina i reperti, in parte già noti e in parte da lei stessa dissepolti durante i suoi scavi nel bacino del Danubio e nel nord della Grecia, che comprendono un vastissimo repertorio di oltre 2000 manufatti, tutti riprodotti nel volume, mostrando i nessi dimenticati tra il mondo materiale e quello dei miti di una cultura raffinata, la cui genesi è alle radici del patrimonio culturale dell’Occidente. https://www.ibs.it/

Il linguaggio della Dea  Marija Gimbutas  
Editore:
 Venexia
Collana: Civette di Venexia
Anno edizione: 2008
In commercio dal: 1 gennaio 2008
Pagine: 390 p., ill. , Brossura
EAN: 9788887944624

Marija Gimbutas è nata a Vilnius in Lituania da genitori medici che nel 1918 avevano aperto il primo ospedale pubblico lituano; entrambi erano molto attivi per la difesa del patrimonio culturale, cosa che influenzò Marija sin dalla più tenera età. Gimbutas studiò archeologia, folklore, arte popolare e antiche religioni baltiche all’Università di Vilnius. Dopo mille peripezie riuscì a fuggire dalla Lituania durante l’invasione tedesca (come amava dire lei “in una mano mia figlia e nell’altra la tesi”) e riprese gli studi presso l’università di Tubinga, dove si laureò nel 1946 in Archeologia a indirizzo preistorico ed etnologico. 

Nel 1949 si trasferì negli Stati Uniti con il marito ingegnere e le due figlie, e nel 1950 l’Università di Harvard le conferì l’incarico di scrivere un libro sulla Preistoria dell’Europa Orientale, che uscì nel 1956, e la nominò membro permanente della biblioteca e del museo Peabody. Nel 1963 si separò e si trasferì con le figlie in California, dove divenne docente di Archeologia Europea all’Università di Los Angeles, e curatrice della sezione di archeologia riservata al mondo antico presso il Cultural History Museum della stessa università. È autrice di oltre venti opere, tra cui I Baltici (Il Saggiatore, 1967), Goddesses and Gods of Old EuropeThe Civilization of the Goddess, Le dee viventi (Medusa, 2005)e di più di duecento pubblicazioni su argomenti che spaziano dalla preistoria e mitologia dell’Est europeo alle origini degli Indoeuropei.

“Il Linguaggio della Dea” (Venexia, 2008) è forse il libro più noto della grande archeologa. Pubblicato per la prima volta nel 1989 negli Stati Uniti, è subito diventato una pietra miliare dell’archeomitologia e ha operato una rivoluzione radicale di prospettiva sulle origini della cultura europea. 

Jenny Wren, Paul McCartney.

Jenny Wren è una canzone di Paul McCartney, presente nell’album Chaos and Creation in the Backyard, incisa il 21 novembre 2005, secondo singolo estratto dall’album nel Regno Unito.

Il brano è stato scritto a Los Angeles, e parla di una donna con lo stesso nome dal romanzo di Charles Dickens Il nostro comune amico. Si riferisce anche a un uccello inglese conosciuto come lo scricciolo (“Wren”), che risulta essere il preferito da McCartney, il quale ha scritto la melodia nello stesso stile finger picking usato in altri suoi pezzi quali Blackbird, Mother Nature’s Son e Calico Skies. La canzone parla di solitudine, come altri suoi famosi brani e si è aggiudicata una nomination per il Grammy Awards del 2007 nella categoria Best Male Pop Vocal Performance. L’assolo è suonato da uno strumento a fiato armeno, chiamato duduk – il primo nella storia della musica pop – eseguito da un musicista venezuelano, il polistrumentista Pedro Eustache. Il musicista ha ricordato la sua esecuzione come un momento catturato “in una sola take”

Jenny WrenAcoustic Guitar [Epiphone Texan],
Percussion [Ludwig Floor Tom],
Vocals – Paul McCartney
Duduk – Pedro Eustache

Nella canzone l’autore parla dell’aridità dei sentimenti del mondo, e di come gli uomini lasciano scorrere i giorni senza dare importanza all’amore ed al valore della vita, non permettendo a Jenny di cantare. La riflessione passa attraverso la povertà e la tristezza del pianeta e dei suoi abitanti, che come “guerrieri feriti” portano via la canzone. Il testo si conclude con una nota di speranza in cui l’augurio è che gli uomini sappiano redimersi e Jenny possa nuovamente cantare.

Zhang Ailing: Lussuria. Traduzione Maria Gottardo e Monica Morzenti.

Nessuno scrittore ha mai usato la lingua cinese con tanta crudeltà come Zhang Ailing, e nessun racconto è bello e crudele come Lussuria.
Ang Lee

Lussuria - Ailing Zhang - copertina
Lussuria
Zhang Ailing
Traduttore: M. GottardoM. Morzenti
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Collana: Scrittori contemporanei
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: 171 p., Brossura
EAN: 9788817018753

Nella Shanghai degli anni Quaranta, fascinosa e cupa, amore e spionaggio si mescolano in un’alchimia fatale. Una studentessa diventa l’amante di un funzionario del governo nazionalista durante l’invasione giapponese. Nel tempo circoscritto in cui la moglie di lui gioca con le amiche una partita di majiang, la ragazza attira l’amante in una gioielleria dove è stato preparato l’attentato che deve ucciderlo. Lui vuole regalarle un anello, lei attraversa tutte le fasi del dubbio, dell’indecisione, del rimorso.
https://bur.rizzolilibri.it/

Lussuria, da cui nel 2007 Ang Lee, autore di una breve prefazione al testo, ha tratto l’omonimo film, Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia, è in tal senso un classico: Jiazhi è una giovane attrice a cui viene chiesto di sedurre un funzionario collaborazionista per indurlo a cadere in una trappola mortale. La donna però si innamora sul serio, con conseguenze tragiche. I fiori di Yin Baoyan, pur se il meno riuscito del lotto, conserva una freschezza rinfrancante nel raccontare la relazione impossibile tra una studentessa e il suo professore, sposato e con figli. Infine Quanto odio getta uno sguardo lucido e cinico al tradimento e alle bassezze umane: Jiayin incontra Zongyu al cinematografo, ma rifiuta il suo corteggiamento. In cerca di lavoro, accetta di fare da insegnante privata alla piccola Xiaoman, ignara che il padre sia proprio Zongyu. Ne nasce una irrefrenabile relazione extraconiugale resa ancora più cupa dall’intrusione del padre perdigiorno di Jiayin, deciso loscamente a trarre tutti i possibili frutti dalla situazione.

Scritti tra il 1979 e il 1983, e qui tradotti dal cinese da Maria Gottardo e Monica Morzenti, i tre racconti, ambientati negli anni ’40, sono lo specchio nudo di un’epoca tormentata, decadente, inquieta. Zhang Ailing (1920-1995), insolita figura di donna indipendente, colta, consapevole di sé, è rimasta un modello insuperato di gusto e convinzione, ancora oggi amata e ricordata come una delle scrittrici più raffinate di tutta la letteratura cinese.

Lussuria – Seduzione e tradimento è un film del 2007 diretto da Ang Lee, tratto dall’omonimo romanzo di Zhang Ailing.

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Il tempo dei gitani. Regia: Emir Kusturica

Il tempo dei gitani è un film del 1988 diretto da Emir Kusturica.

Perhan, giovane gitano, si trova nelle mani di un branco di malviventi che trafficano con gli esseri umani nella Jugoslavia precedente alla dissoluzione della repubblica titoista. I protagonisti finiranno nell’ambiente della microcriminalità milanese.

Il visionario regista, spesso paragonato a Truffaut e Fellini, sfrutta umorismo surreale e amaro per dipingere lo spaccato di vita di un villaggio gitano che si snoda tra personaggi pittoreschi a due e quattro zampe: furfanti, vecchie maghe, papere, nani e giovani alla ricerca di una sposa.

Un romanzo di deformazione a parabola discendente che divide il film a metà: una prima parte colorata da voli pindarici e una seconda parte amara e maledettamente attuale, visibile ogni giorno agli angoli delle strade delle grandi città.

Kusturica voleva originariamente realizzare un film sui Doukhobors, una minoranza russa che vive in Canada, ma ha cambiato idea dopo aver letto su un quotidiano che una famiglia di rom aveva venduto un neonato in Italia. Per sviluppare la storia il regista visitò per due mesi la comunità rom di Skopje (dove poi girò la prima parte del film) informandosi sulla cultura gitana e facendosi raccontare storie che poi utilizzò per scrivere la sceneggiatura. Durante questi sopralluoghi vennero anche selezionati 120 zingari tra i quali alcuni vennero scelti per interpretare ruoli importanti nel film. In particolare la nonna del protagonista, Baba, lo zio Merdzan e il vicino Zabit. Il protagonista Perhan invece è interpretato da un giovane Davor Dujmović, che aveva già lavorato con Kusturica in Papà è in viaggio d’affari. Il film è stato recitato in lingua romaní ed in serbocroato. Alcune scene del film sono un omaggio al film del regista jugoslavo Aleksandar Petrovic “Ho incontrato anche zingari felici” (menzionato anche dal cantante Claudio Lolli nel 1976 in “Ho visto anche degli zingari felici”).

Titolo originale: Дом за вешање (Dom za Vesanje)
Paese: Inghilterra/Italia/Jugoslavia
Anno: 1988
Durata: 142 min
Genere: drammatico
Regia: Emir Kusturica
Soggetto: Emir Kusturica
Sceneggiatura: Emir Kusturica, Gordan Mihic
Produttore: Mirza Pasic, Harry Saltzman
Casa di produzione: Forum Sarajevo
Distribuzione: (Italia)Columbia Pictures
Fotografia: Vilko Filac
Montaggio: Andrija Zafranovic
Musiche: Goran Bregović
Scenografia: Miljen Kreka Kljakovic
Costumi: Mirjana: Ostojic

La cappella di Santa Maria di Momentana. La Madonna del parto, Piero della Francesca

La cappella di Santa Maria di Momentana è un edificio sacro che si trova in località Cappella di Momentana a Monterchi.

Una piccola chiesa di campagna dedicata a Santa Maria de Momentana o de Silva, ricordata fin dal XIII secolo, sorgeva isolata in questo luogo. L’edificio attuale deriva dalla trasformazione della chiesa in cappella cimiteriale nel 1785 attraverso la riduzione delle dimensioni originarie. Nel 1956 la chiesa fu completamente ristrutturata mutandone l’assetto, l’orientamento e le dimensioni secondo un asse ortogonale a quello precedente.

Per l’altare maggiore dell’antica chiesetta Piero della Francesca dipinse intorno al 1455 il celebre affresco della Madonna del parto, staccato nel 1911, qui conservato fino al 1992 ed oggi nei locali dell’ex scuola di Monterchi.

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Madonna del parto Piero della Francesca

La Madonna del parto è un affresco (260×203 cm) realizzato da Piero della Francesca, databile al 14551465 circa. Tradizionalmente l’affresco viene fatto risalire al 1459, quando l’artista visitò forse Monterchi in occasione dei funerali della madre, che era originaria del borgo. In ogni caso la datazione oscilla di solito negli studi agli anni sessanta del Quattrocento. L’affresco era destinato all’antica chiesa di Santa Maria di Momentana, già di Santa Maria in Silvis, località di campagna alle pendici della collina di Monterchi. Non si conoscono le ragioni per cui il pittore, già famoso, avesse dipinto un soggetto così impegnativo in una chiesetta di campagna e se ne ignora il committente. La destinazione originaria dell’affresco era la decorazione di un altare laterale, dedicato a sant’Agostino, di cui era titolare il vescovo di Sansepolcro. La Madonna del Parto era spesso visitata dalle partorienti per avere protezione durante il travaglio, le quali compivano un breve pellegrinaggio dal paese arroccato fino alla chiesa posta a valle.

Tra il 1784 e il 1786 il sito della chiesa venne scelto per la costruzione del cimitero di Monterchi, e la chiesa venne demolita per due terzi e riadattata a cappella funebre. In tale occasione l’affresco venne tagliato “a massello”, cioè segnando il muro su cui era dipinto, e spostato entro una nicchia centinata sull’altare maggiore, l’unica zona superstite della costruzione originaria. Nel 1789 si verificò un terremoto che danneggiò la cappella.

L’opera rimase negletta fino alla riscoperta ad opera dell’erudito Vincenzo Funghini, che la visitò l’8 gennaio 1889 riconoscendola come opera di Piero della Francesca e ridestando l’interesse degli studiosi. Nel 1911 la Regia Soprintendenza ai Monumenti decise, per ragioni di tutela e conservazione, lo stacco dell’affresco dalla parete, che venne effettuato dal restauratore Domenico Fiscali, che ricollocò l’opera su un supporto di gesso e rete metallica. In quell’occasione venne anche scoperto sotto la Madonna un’altra frammentaria Madonna col Bambino della prima metà del Trecento (oggi nella chiesa di San Simeone di Monterchi).

Il violento terremoto del 26 aprile 1917 costrinse le autorità a mettere l’opera a riparo: prima in un deposito in località Le Ville, dove rimase fino al 12 giugno 1919, poi nel Museo Civico di Sansepolcro, dove fu esposta fino al 13 settembre 1922. In quella data l’opera di Piero tornò nella Cappella di Momentana.

Passata la seconda guerra mondiale, che lasciò la cappella indenne, tra il 1952 e il 1953 la Madonna del parto subì un restauro curato da Dino Dini. La chiesetta venne interessata da pesanti lavori di ristrutturazione nel 1956, che mutarono l’orientamento originario est-ovest in favore di un nuovo asse nord-sud, con la chiusura del vecchio ingresso settecentesco e l’apertura di uno nuovo sul lato meridionale. Qui l’affresco venne esposto sulla parete nord, in quello che era diventato l’altare maggiore.

L’attuale sede dell’affresco
Da «La prima notte di quiete» (Italia, Francia, 1972) di Valerio Zurlini, con Alain Delon, Sonia Petrova, Giancarlo Giannini e Lea Massari. Sceneggiatura di Valerio Zurlini e Enrico Medioli.

L’affresco compare nel film del 1983 di Andrej Tarkovskij Nostalghia, di fronte al quale si svolge una delle scene più suggestive e centrali del film.

Nel film del 1972 di Valerio ZurliniLa prima notte di quiete il professore Daniele Dominici (Alain Delon) illustra questo affresco ad una sua allieva, Vanina Abati (Sonia Petrova), in una descrizione dove si intrecciano emozione e cultura.

https://it.wikipedia.org/wiki/Madonna_del_Parto Il compositore francese Gérard Grisey, appassionato della pittura di Piero, ha preso spunto dalla Madonna del Prato per elaborare la sua opera L’Icône Paradoxale (Omaggio a Piero della Francesca) per due voci femminili e grande orchestra divisa in due gruppi, composta tra il 1993 e il 1994. https://it.wikipedia.org/wiki/Madonna_del_Parto

EX MALO BONUM, personale di Giovanni Ruggiero. Napoli, Movimento Aperto via Duomo 290/C

Venerdì 8 novembre 2019,dalle ore 17.30 presso Movimento Aperto, via Duomo 290/C , Napoli, si inaugura la personale di Giovanni Ruggiero, intitolata : EX MALO BONUM, introdotta dal  testo di Gaetano Romano, “LO SGUARDO E LA FERITA” . In mostra un ciclo di 11 opere  di media  dimensione ,contenitori di legno, in cui sono disposti, con una foto, oggetti di vario tipo, che riconducono ad un  momento significativo  della vita dell’autore. La mostra resterà aperta fino al 30 novembre, lunedì e giovedì, ore 17-19, venerdì ore 10.30-12.30 e su appuntamento

Questi singolari assemblaggi di Giovanni Ruggiero sono qui disposti in due filoni, uno relativo al suo vissuto privato, l’altro ad incontri, esperienze maturate nel corso dei suoi viaggi. “L ‘assemblaggio delle foto  avviene in contenitori di legno chiusi, che dovremo aprire con le nostre mani, ciò conferisce a questa azione di svelamento rigore e valore” scrive Gaetano Romano, “Le cassette  sono offerte chiuse, sicchè tocca allo spettatore aprirle e svelarne il contenuto,”precisa lo stesso Ruggiero.

“ Ma la ricerca vera e propria…..nasce sulle ceneri del dolore, che ha spinto definitivamente Ruggiero ad indagare le molteplici valenze e declinazioni del suo passato, in un momento drammatico della sua esistenza, quando si è appesi ad un esile filo” ,ricorda Gaetano Romano  e precisa poi che: “ tra le ricerche in campo fotografico, quella di Giovanni Ruggiero  assume una valenza del tutto particolare, in virtù del suo  taglio linguistico situandosi e chiamando a sé, modalità installative che collocano la foto in un pattern che dialoga con lo spazio circostante, in una costante ricerca di senso.”

Così avviene che  questi inediti contenitori  piuttosto che chiudere gelosamente ricordi, confinati in un passato ormai lontano, aprano invece a riflessioni ,ad emozioni sempre nuove, e le foto, dialogando con oggetti prelevati dal reale acquisiscano uno spessore tridimensionale, un’evidenza inpensabili.