MediTerranei. #Storie. 1799. La battaglia del Canale di Procida

La battaglia del Canale di Procida fu un combattimento navale che si svolse il 17 maggio 1799 nelle acque del mar Tirreno Meridionale, sullo specchio acqueo che separa l’isola dell’arcipelago delle Pitecuse (IschiaVivara e Procida) dalla penisola flegrea, costituendo il punto d’ingresso più settentrionale del Golfo di Napoli da quello di Gaeta, collegandoli.

Allo scontro si addivenne nel vano tentativo dei repubblicani di riconquistare l’isola per mezzo di una flottiglia di imbarcazioni agli ordini di Francesco Caracciolo e posto in essere con un infruttuoso colpo di mano avente l’obiettivo di strapparla al controllo anglo-borbonico e portoghese dopo essere caduta in loro possesso assieme alle altre Pitecuse il 2 aprile 1799, imponendo il blocco navale alla città per tentare poi uno sbarco anfibio sulle coste.

La sera di mercoledì 15 maggio, dopo aver notato una ridotta sorveglianza da parte degli anglo-borbonici con la partenza di alcune navi, tra cui la HMS Culloden di Troubridge richiamata da Nelson, un fuoriuscito procidano giunto a Napoli riferì il fatto e giovedì mattina 16 maggio, dopo un proclama di Caracciolo, direttore generale della Marina, salparono verso mezzogiorno, comandate da lui, 2 galeotte, otto 8 cannoniere, 6 bombardiere e vari feluconi alla volta di Procida, dove giunsero la notte.

la mattina del 17 maggio si addivenne allo scontro, la fregata napoletana lealista Minerva comandata dal conte di Thurn fu più volte colpita e ruppe gli alberi, mentre i repubblicani, non essendosi accorti delle batterie costiere che iniziarono a far fuoco su di loro subirono il danneggiamento di una cannoniera e la perdita di 5 uomini e 3 feriti, ed essendo cambiato il vento questi si ritirarono mentre gli anglo-borbonici, oltre alla già citata fregata, subirono il anche il danneggiamento di una cannoniera e diversi morti.

La battaglia fu documentata dal Monitore Napolitano della Eleonora de Fonseca Pimentel e da due guazzi di Saverio della Gatta esposti al museo nazionale di San Martino. it.wikipedia.org – Battaglia_del_Canale_di_Procida_(1799)

E mentre il massacro si perpetrava, la notizia era giunta a Napoli. Sul numero sedici del Monitore del 2 aprile in poche righe era stato reso noto l’avvistamento di quattro vascelli e tre fregate inglesi ancorate a Procida, con la supposizione di essere imbarcazioni fuggite da Livorno che, per mancanza di vento, erano state obbligate ad entrare nel Golfo.

Sui numeri seguenti le notizie giunsero via via più precise: si disse  della cattura dei rappresentanti del Governo e di altri cittadini, l’intervento del  generale francese Macdonald presso il Comandante inglese Troubridge, minacce e trattative sul rilascio dei prigionieri, e la partenza dell’Ammiraglio Francesco Caracciolo con diverse barche cannoniere di osservazione. Il 18 maggio la Pimentel riportava la notizia di  un tentativo di riconquista dell’isola da parte dei repubblicani per effetto di un’azione dell’Ammiraglio Caracciolo che era partito con altri patrioti alla volta di Procida con due galeotte, otto cannoniere, sei bombardiere e vari feluconi.  La spedizione era stata organizzata in seguito allontanamento di alcune navi inglesi dall’isola.  In effetti l’allontanamento avvenne non per una ritirata degli inglesi, ma quando Vincenzo Speciale, a processi conclusi, tornò per affari suoi a Palermo e per la sconsacrazione dei tre sacerdoti a Cefalù. La notizia dell’allontanamento delle navi , scrisse la Pimentel, era giunta  a Napoli tramite una misteriosa persona che era riuscita ad arrivare  da Procida. Chi? Non si seppe mai.

L’Ammiraglio Francesco Caracciolo giunse sull’isola tentando di portare il suo tanto sospirato aiuto solo a metà maggio, dopo oltre un mese e mezzo da che era stata presa dai Borboni, ed il porto di Marina Grande era ancora popolato da fregate e corvette inglesi nelle cui stive  i prigionieri allo stremo, pativano torture infernali. Seppur inferiori di numero, i patrioti repubblicani comandati dall’Ammiraglio riuscirono a fare fuoco ed a far ricadere delle bombe sulle imbarcazioni nemiche. Al grido di Viva la Repubblica, Viva la Libertà, riuscirono a rompere gli alberi della fregata, ma gli inglesi risposero da terra provocando ingenti danni anche alla flotta repubblicana. Caracciolo fu costretto a  tornare a Napoli con  cinque morti e tre feriti.

I nostri patrioti prigionieri, oramai tramortiti, vissero ore di trepidazione: si aggrapparono a quello spiraglio di luce sperando e pregando con tutta l’anima, si illusero che quell’incubo stava per finire e finalmente sarebbero potuti  tornare liberi. E invece no! Dopo una estenuante battaglia sentirono le navi di Caracciolo allontanarsi e l’inesorabile morte farsi più vicina. Il  tentativo di riconquista dell’isola da parte dei repubblicani  passò alla storia come una impresa eroica: Vincenzo Cuoco, nel suo Saggio Storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, con queste testuali parole lo descrisse:

-Caracciolo valeva una flotta. Con pochi, mal atti e mal serviti barconi, Caracciolo osò affrontar gli inglesi: l’officialità di marina, tutta la marineria era degna di secondar Caracciolo. Si attacca, si dura in un combattimento ineguale per molte ore; la vittoria si era dichiarata finalmente per noi, che pure eravamo i più deboli; ma il vento viene a strapparcela dalle mani nel punto della decisione e Caracciolo è costretto a ritirarsi lasciando gli inglesi malconci, e si potrebbe dire anche vinti se l’unico scopo della vittoria non fosse stato quello di guadagnar Procida. Un altro momento, e Procida forse sarebbe stata occupata. Quante grandi battaglie, che sugli immensi campi del mare han deciso della sorte degli Imperi, non si possono paragonare a questa picciola azione per l’intelligenza e pel coraggio dei combattenti!. Il vento che impedì la riconquista di Procida fu un vero male per noi, perché tratanto i pericoli della Patria si accrebbero. Le disgrazie diluviavano: dopo due o tre giorni si ebbero altri mali a riparare, più urgenti di Procida; e la nostra non divisibile marina fu costretta a difendere il cratere della Capitale. Il ministro della guerra Gabriele Manthonè cercò allora di organizzare un estremo tentativo di attacco dalle spiagge vicine di Miliscola e Pozzuoli.  Palpitante di amor di Patria la sua lettera a tutti i rappresentanti della Marina:

-Cittadini. Voi sentite il sacro fuoco della Libertà. Voi  lo sviluppate  contro il più scellerato de’ nostri nemici l’Inglese. Egli fa la guerra; ma quella dell’inganno e del tradimento. Marinai scuotetevi contro costoro. Gli inglesi fanno la guerra contro il popolo e contro i suoi diritti: rinfacciategli  che la guerra si fa con le armi, e contro le armi, non già con la frode. Mostrate nel vostro coraggio l’orrore per i loro misfatti, la pietà per quegli infelici che essi trascinano alle stragi…Inglesi… l’ora del disinganno suona tra il Popolo Napoletano… Conoscerà la perfidia che vi guida, i disastri che provocate contro degli infelici, vi maledirà…vi aborrirà, volerà infine, raccolto in massa a farvi espiare con la morte la serie mostruoso dei vostri delitti. Si: sarete una volta conosciuti e puniti: Viva il Popolo Napoletano. (Napoli 30 Fiorile.anno  7 della Libertà). Ma anche questo tentativo risultò vano. Nonostante l’ardente amor di Patria, dalle spiagge vicine i patrioti altro non poterono fare che osservare il nemico mentre riparava velocemente i danni subiti alle imbarcazioni e si fortificava tirando a terra un’altra cannoniera. A nulla servirono i propositi di vendetta. Il primo giugno la Repubblica Napoletana santificò i suoi primi eroi. Il patibolo fu eretto nella piazza di Santa Maria delle Grazie, nello stesso luogo in cui i patrioti avevano piantato il loro albero della libertà, dove era nato l’amore tra Bernardo ed Aurora ed  in cui la storia, quasi un secolo dopo, avrebbe immortalato la loro memoria su un cenotafio. Dopo due mesi di catene e torture ascesero al patibolo: Vincenzo Assante, Francesco Buonocore, Giuseppe Cacace, Andrea Florentino, Salvatore Schiano, Onofrio Schiavo, Francesco Feola, Giacinto Calise, Cesare Albano di Spaccone, Michele Costagliola, Michele Ciampriamo, Leopoldo D’Alessandro.

I condannati giunsero alla forca incatenati, trascinandosi a stenti  l’un l’altro, ed al loro seguito uno stuolo di sgherri, marinai e preti. L’efferato Speciale mantenne la sua perversa promessa. I familiari furono costretti a presenziare e ad indossare abiti  a festa come tutto il folto pubblico che accorse ad assistere al macabro spettacolo. Il tripudio doveva essere grande. L’ignoranza e la tirannia  avevano  vinto sull’intellighentia, la democrazia e la libertà! Le urla delle mogli dei condannati si udirono per tutta l’isola. La moglie di Buonocore, dopo che anche Napoli fu presa, fu rinchiusa nelle carceri della Vicaria ed ebbe compagna di cella Luisa Sanfelice. Dopo due mesi partorì una bambina già morta, tutti i beni furono confiscati e la vendetta del Borbone perseguitò la sua famiglia per generazioni. www.nuovomonitorenapoletano.it

Blu Parthenope Eventi e Comunicazione –  Vesuvio, 365 giorni da raccontare

Armin Linke. Fotografo e regista.

Videomaker e fotografo italiano di fama internazionale, Armin Linke lavora da molti anni sui temi della trasformazione del territorio e delle forze economiche e politiche che la promuovono. Prospecting Ocean è uno studio, realizzato grazie alla collaborazione di scienziati, tecnici e legali, sullo sfruttamento delle risorse marine e l’amministrazione dei fondali di tutto il mondo. Da oltre vent’anni Armin Linke indaga su come gli esseri umani usino tecnologie e conoscenze al fine di trasformare la superficie terrestre adattandola alle proprie esigenze. I suoi film e le sue fotografie documentano i cambiamenti prodotti dall’homo sapiens sulla terra, negli oceani e nella biosfera. Linke è stato professore al Karlsruhe University of Arts and Design (HfG) e allo IUAV di Venezia, nonché ricercatore affiliato alla School of Architecture and Planning del MIT di Cambridge, USA. Le sue installazioni multimediali sono state presentate in numerose biennali di architettura a Venezia. Nel 2004 l’installazione Alpi, sul paesaggio alpino contemporaneo, ha vinto un premio speciale come migliore opera nella sezione “Episodi”. La sua personale L’apparenza di ciò che non si vede è stata presentata al ZKM, Karlsruhe (2015-2016), al Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano (2016), al Ludwig Forum, Aachen (2017) e al Centre de la photographie, Genève (2017). Il suo progetto più recente, Prospecting Ocean, commissionato e prodotto da TBA21–Academy, investiga le sfide ecologiche e politiche con cui devono misurarsi oggi i nostri oceani. La sua installazione Carceri d’invenzione, ideata da Armin Linke in collaborazione con Giulia Bruno e Giuseppe Ielasi, e curata da Anselm Franke, è stato il contributo ufficiale tedesco alla XXII Triennale di Milano, Broken Nature: Design Takes on Human Survival. fonte: https://www.fotoindustria.it/

Oggi l’interesse per le persone è molto lontano, prediligi altre forme: ambienti naturali, architettonici. Sì e no perché quando fotografo un ambiente naturale o architettonico, fotografo anche l’iscrizione del gesto umano che ha creato questo ambiente o che ha modificato questo ambiente o che, appunto, ha creato questa architettura o riadattato hai modificato, utilizzato, questa architettura. Perciò, anche se le persone non sono presenti, è sempre una fotografia delle persone attraverso questi gesti negli spazi, attraverso lo spazio che è stato creato. Gli spazi che fotografo sono sempre spazi che sono stati modificati dalle persone degli esseri umani, è sempre comunque una relazione antropologica di lettura gli ambienti naturali architettonici. C’è un fotografo, o un artista a cui ti sei, almeno all’inizio, ispirato? Beh sicuramente ho letto delle biografie già parlato di Ando Gilardi prima, un’altra figura interessante era Man Ray che collaborava con altri artisti, nasce come pittore poi diventa art director di riviste di design, poi elabora manifesti concettuali collabora spesso in collettivi… la figura di un fotografo e artista più aperta e interessante. È importante capire che il mio è stato un lavoro spesso collaborativo, collettivo e perciò diciamo quest’idea di ispirazione e spesso è ancora presente perché in molti progetti ancora collaboro.  Fotografi per tematiche: montagne, laboratori scientifici, luoghi istituzionali, … Difficile rispondere, sarebbe più interessante andare a leggere proprio le fotografie. Diciamo che un esperimento espositivo che ho fatto, con la mostra che è stata presentata al PAC di Milano, “l’apparenza di ciò che non si vede”, era di prendere una serie di fotografie scelte per temi e poi fare leggere ad altri esperti queste fotografie secondo i loro temi o quali temi loro vedevano all’interno delle fotografie, come era possibile rileggere i temi all’interno le fotografie. Penso che un’opera d’arte interessante permette delle letture multiple, più stratificazioni di letture sono possibili, anche più temi sono intrinseci alle immagini, più l’opera d’arte è interessante, ricca. Dunque mi interessava presentare le fotografie non come punto di arrivo, dove io incornicio la foto e la blocco e dico questo è il tema questa è la mia visione, ma usare le fotografie come punto di partenza come “trigger”, iniziatore di discussioni, di messa in gioco. Sicuramente quello che è uno dei temi come la montagna, come il mio film sulle Alpi, in verità non è un film sulla montagna, ma sulla rappresentazione del paesaggio alpino, perché è un film dove le montagne non si vedono quasi mai, si vede casomai come vengono utilizzate, si vede come vengono rappresentate nei laboratori scientifici per controllare il territorio, si vedono le montagne nei dipinti o come vengono proiettate il nostro immaginario dall’industria turistica. Spesso la rappresentazione stessa del luogo è il tema della fotografia e non il luogo. Il laboratorio scientifico è anche un luogo della rappresentazione perché il laboratorio è dove bisogna ricreare, come in teatro, il mondo esterno, bisogna a volte semplificarlo, o bisogna isolare diverse variabili per poi fare l’esperimento, che è una messinscena e che permette poi di raccogliere e poi standardizzare dei risultati. Perciò il laboratorio è un luogo anche artistico, in cui lo scienziato deve creare uno script, una coreografia, è un luogo di rappresentazione. https://www.rivistasegno.eu/armin-linke-senza-rughe/

  La #Bacheca: STORIE #ascoltando

Ararat, la montagna del mistero. Paolo Cossi

Secondo il racconto biblico, dopo il diluvio, l’Arca di Noè si sarebbe adagiata tra le sommità dell’Ararat, il monte che con i suoi oltre cinquemila metri d’altezza è la vetta principale dell’attuale Turchia.
Quale realtà corrisponde a questo racconto? Azad Vartanian, il personaggio principale di Ararat, la montagna del mistero, intende accertarlo.
È convinto che comparando le testimonianze e i reperti storici si possa arrivare a individuare precisamente il sito che custodiva i resti dell’Arca e che ancora ne reca traccia. Giunto sull’Ararat nei pressi del campo, in una “zona impervia e pericolosa, dove non vi sono alberi ma solo rocce vulcaniche e taglienti che generano frane continue”, capisce che, al di là dell’aura sacra che lo circonda, questo sito è soprattutto un luogo eternamente conteso, segnato da un lungo passato di conflitti che hanno lasciato ferite insanabili nella memoria di tutte le popolazioni anatoliche, e ancor oggi strettamente controllato dall’esercito dello Stato turco.
Quelle ferite riaffiorano a poco a poco dalle parole, dai gesti e dai silenzi dell’anziano pastore curdo che amichevolmente ospita Azad, lo istruisce, lo guida ai luoghi desertificati e oscuri dove ebbe luogo, nel 1915, l’eccidio degli armeni che abitavano la montagna, e con ritegno gli mostra quanto vi resta sperso dei loro villaggi e dei loro corpi.
Alla fine, il suo non sarà più soltanto il viaggio avventuroso di un intrepido alpinista e archeologo, e andare fino in fondo alle sue ricerche sull’antico mistero del monte Ararat gl’importerà meno di quel che ha dolorosamente appreso di sé, del mondo in cui vive e degli uomini che lo abitano.

In questo suo nuovo lavoro Paolo Cossi ritorna alle questioni da lui già affrontate in Medz Yeghern. Il grande male ma anche ai temi, a lui cari fin dagli esordi, della vita in montagna.

Alla prima edizione era allegato il DVD di un documentario sui popoli dell’Ararat e sulle ricerche archeologiche di Azad Vartanian, cui si deve anche il soggetto di questo racconto. http://www.hazardedizioni.it/public_html/contemporanea/ararat-ne.html

  • Paolo Cossi
  • Ararat, la montagna del mistero
  • SECONDA EDIZIONE
  • Pagine 112, b/n
  • Formato 17 x 24 cm
  • Finitura brossura, rilegato a filo, copertina a colori con alette
  • Uscita settembre 2015
  • ISBN 978-88-7502-125-2