La #Bacheca: #Libri. La via verso Dio. Scritti scelti – Mohandas Karamchand Gandhi, Enea Edizioni

La via verso Dio. Scritti scelti - Mohandas Karamchand Gandhi - copertina

Selezionati e organizzati da M.S. Deshpande, gli scritti contenuti in “La via verso Dio” si basano su una vita di esperimenti con la verità e rivelano l’essenza degli insegnamenti di Gandhi sull’amore, l’anima, la meditazione, il servizio, l’abbandono e la preghiera. Qualunque sia la sua fede, il lettore troverà saggezza e ispirazione nei molti messaggi presenti nella raccolta. Questo libro esplora le profonde radici religiose delle imprese terrene di Gandhi e, utilizzando le sue stesse parole, rivela il suo approccio intellettuale, morale e spirituale al divino. Questa edizione comprende una prefazione di Arun Gandhi, nipote del Mahatma, e un’introduzione di Michael Nagler, professore emerito di letteratura classica e comparata presso l’Università della California a Berkeley.

Quando mio nonno aveva confessato ai suoi amici cristiani quanto fosse rimasto impressionato dal discorso della montagna, loro gli avevano chiesto: “Perché non ti converti al cristianesimo?”. La sua risposta era stata: “Quando mi convincerete che tutti i cristiani vivono secondo il discorso della montagna, sarò il primo a cambiare religione”. In un’altra occasione aveva affermato che la religione è come una madre: per quanto buona possa essere quella del tuo amico, tu non puoi rinunciare alla tua. Nello spirito dell’amore per la propria madre, scelse di rimanere induista, ma la sua scelta fu anche dettata dalla libertà che quella filosofia garantisce all’individuo. Definisco l’induismo una filosofia, poiché non è né una religione organizzata né uno stile di vita, ma è fondato sulla fede e lascia l’individuo libero di decidere come praticare il culto. Si dice che l’induismo abbia più di cinquantamila divinità, ma questo non significa necessariamente che gli induisti credono nell’esistenza di altrettanti dei. Vuol dire solo che le immagini di Dio sono così numerose, e dal momento che nessuno conosce la sua vera immagine, chi può condannare quella particolarmente cara a qualcuno? Gandhi preferiva attingere dall’induismo, perché era l’unica confessione religiosa che gli permetteva la forma di culto universale da lui praticata, che includeva inni e preghiere di tutte le principali religioni del mondo. La maggior parte delle altre religioni organizzate la considererebbe una blasfemia, tuttavia non si può negare che vi sia una grande differenza fra l’essenza o il nucleo dell’induismo scoperto e adottato da Gandhi e quello che oggi viene praticato come religione. Gandhi credeva sinceramente nell’unicità di Dio: le immagini e i nomi sono diversi, ma Dio è uno. Spero che l’essenza del suo messaggio raggiunga i lettori attraverso i suoi scritti e venga correttamente capita e accettata dall’umanità intera, affinché le diverse immagini di Dio possano essere comprese e rispettate. Arun Gandhi  https://www.ibs.it/

La Mostra “LIBERVM ES” “Arte in Omaggio” alle artiste più grandi della storia dell’arte femminile. In memoria di Evelyn Nesbit e Pippa Bocca. Curatrice Rita Valenzuela.

  • La Mostra “LIBERVM ES” “Arte in Omaggio” alle artiste più grandi della storia dell’arte femminile:
  • Artemisia Gentileschi, Berthe Morisot, Camille Claudel, Frida Kahlo, Giovanna Garzoni, Mary Cassatt, Marie Guillemine Benoist, Rebecca Horn, Tamara de Lempicka
  • In memoria di Evelyn Nesbit e Pippa Bocca.
  • Rita Valenzuela, curatrice.
  • Ringraziamo le donne artiste e aspiranti artiste che si sono unite per questo omaggio:
  • Scultrici:
  • ITALIA: Ambra Graziani, Maria Grazia Cotugno e Maria Rosaria Riccardi Brizzi,
  • BRASILE: Corina Proietti.
  • Pittrici:
  • ITALIA: Natalia Lombardo, Natascia Campanelli, Germana Brida, Gianna Attiani, Caterina Mulieri, Raffaella Catalano, Stefania Z Zeta, Tiziana Trusiani, Maria Pia Michieletto e Patrizia Parodi.
  • Calligrafa :
  • GERMANIA: Susanna Cardelli
  • Fotografe:
  • CANADA: Norma Troiano.
  • COLOMBIA: Karyna Palacios
  • ITALIA: Mina Pugliese.
  • LITUANIA: Agnè SuMonte.
  • REPUBBLICA DOMINICANA: Rita Valenzuela
  • Creatrice di gioielli:
  • ITALIA: Elisabetta Buosi
  • Poetessa:
  • ITALIA: Letizia Leone
  • INGRESSO LIBERO
  • INFO: 347 682 6636
  • Disponibilità di prenotazioni
  • Dal 7 al 13 maggio 2021, dalle 9.00 alle 21.00, nella galleria Arca de Noesis via Ostilia 3b, Colosseo, Roma, Italia.

Il giardino dell’Eden (o di Eden)

Il giardino dell’Eden (o di Eden) è un luogo citato nel libro biblico Genesi.

È descritto come il luogo paradisiaco in cui il dio Yahweh (corrispondente al Dio cristiano e musulmano) pose a vivere Adamo ed Eva, la prima coppia umana (dopo averli creati da un’altra parte), perché se ne prendessero cura. La regione di Eden, in cui Yahweh piantò il giardino, è detta trovarsi a oriente; dal giardino usciva un corso d’acqua che si divideva in quattro rami fluviali: il Tigri, l’Eufrate, il Pison (che circondava la terra di Avila) e il Gihon (che circondava la terra di Kush).

“Eden” è un sostantivo ebraico che significa “piacere, delizie”, perciò nella Vulgata di Girolamo la locuzione Gan ‘Eden (גן עדן) fu tradotta come “paradisus voluptatis”, ovvero “giardino/paradiso di delizie” (“paradisus” indicava un tipo di giardino comune nel mondo persiano, il pairidaeza); secondo questa versione “Eden” non indica dunque una regione geografica, trattandosi semplicemente di un attributo del giardino stesso, oppure la regione potrebbe chiamarsi “Delizia”, così come il paese in cui Caino fuggirà si chiamerà Nod, “Fuga”. Gli studi dell’ultimo secolo hanno invece proposto di far derivare “Eden” dal termine sumerico (adottato anche nelle lingue semitiche) edenu, che significa “steppa, deserto”; con ciò Gan ‘Eden (גן עדן) verrebbe ad assumere il significato di “giardino/paradiso nel deserto, oasi”; secondo questa versione “Eden” non indica una regione geografica specifica, ma soltanto una steppa orientale qualsiasi.

Secondo il racconto biblico tra tutti gli alberi piantati nel giardino due erano particolari: l’albero della conoscenza del bene e del male e l’albero della vita. Dio proibì all’uomo di mangiare i frutti del primo e la disobbedienza portò alla cacciata dal giardino dell’Eden, negando all’uomo anche i frutti del secondo, come in Genesi 3,22: Poi Dio YHWH disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre».

Nella Divina Commedia di Dante Alighieri il paradiso terrestre è posto sulla sommità del monte del purgatorio (situato agli antipodi del mondo allora conosciuto) e rappresenta l’ultima tappa del percorso di purificazione che compiono le anime per poter accedere al paradiso. È rappresentato come una foresta lussureggiante percorsa dal fiume Letè che toglie la memoria del male commesso e il fiume Eunoè che rinnova la memoria del bene compiuto. Il giardino dell’Eden compare in tutti i canti dal ventottesimo al trentatreesimo del Purgatorio. Il poeta fa qui il suo primo incontro con Beatrice e conosce Matelda, una donna che funge da allegoria dello stato d’innocenza dell’uomo prima del peccato originale. Inoltre assiste a una processione che rappresenta la storia dell’uomo e del suo rapporto con la fede, dal peccato originale al tempo di Alighieri.

L’Eden si collocherebbe nell’odierna regione della Mesopotamia meridionale, più precisamente nella pianura attraversata dal fiume Shatt al-‘Arab, sepolto sotto decine di metri di sedimenti. Nello Shatt al-‘Arab oggi confluiscono due dei fiumi citati nella Genesi: il Tigri e l’Eufrate. Se poi si considera che il golfo Persico era completamente all’asciutto durante l’ultima glaciazione ed è stato allagato dalla trasgressione marina fra i 5000 o 6000 anni prima di Cristo, è possibile che l’Eden si trovi ora in fondo al mare. Questa teoria e l’identificazione degli altri due fiumi (Pison e Ghicon) è stata proposta dall’archeologo Juris Zarins.

Un’altra ipotesi sulla localizzazione dell’Eden si trova nel saggio Omero nel Baltico di Felice Vinci, dove l’autore, nell’ambito della totale localizzazione geografica dei poemi omerici in Scandinavia, teorizza diversi collegamenti con le mitologie di molti altri popoli, tra cui quello ebraico; e una volta identificata l’Etiopia con la penisola di Nordkynn, anche in Norvegia: «Esaminiamo […] uno dei fiumi che la bagnano, il Tana (che pertanto potrebbe corrispondere al Gihon biblico): esso nasce in una zona della Lapponia finlandese […] da cui effettivamente si dipartono altri corsi d’acqua. Uno è l’Ivalo, che i Lapponi chiamano Avvil. L’assonanza con Avila […] da sola potrebbe essere casuale, ma proprio questo territorio è ricco d’oro». Il passo citato prosegue con l’identificazione di Tigri ed Eufrate con i loro corrispettivi scandinavi; il complesso di questi fiumi delinea, secondo Vinci, “una sorta di Mesopotamia finnica, straordinariamente assomigliante a quella asiatica”. Giardino dell’Eden

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Man Made in the Image of God, as in Genesis 1:26 to 2:3, illustration from a Bible card published 1906 by the Providence Lithograph Company
Ridpath's history of the world; being an account of the ethnic origin, primitive estate, early migrations, social conditions and present promise of the principal families of men (1897) (14596902587).jpg
Identifier: ridpathshistoryo01ridp (find matches) Title: Ridpath’s history of the world; being an account of the ethnic origin, primitive estate, early migrations, social conditions and present promise of the principal families of men .. Year: 1897 (1890s) Authors: Ridpath, John Clark, 1840-1900 Subjects: World history Ethnology

Fantasia film d’animazione del 1940 diretto da registi vari, prodotto dalla Walt Disney Productions

Tatiana Riabouchinska, ballerina di fama internazionale negli anni Trenta e Quaranta, morta all’eta di 84 anni in una clinica di Los Angeles. Considerata una delle piu versatili danzatrici dell’epoca per il repertorio classico, Walt Disney si ispiro al suo virtuosismo quando realizzo il film Fantasia, nel 1940, in cui si vedono ippopotami ballerini. E lei, molto compiaciuta, reduce dai successi dei piu importanti teatri europei ed americani, si esibi per i disegnatori della Disney per un paio di settimane. Nata a Mosca nel 1916, la sua famiglia lascio la Russia poco prima dello scoppio della rivoluzione, trasferendosi da prima a Praga e poi a Parigi. Nella capitale francese fu notata dal grande coreografo George Balanchine, che la chiamo a far parte del Balletto Russo di Montecarlo. Inizio cosi una carriera sfolgorante che porto la danzatrice a diventare una acclamata star, facendo parte dei piu importanti cast degli anni Trenta e Quaranta e amica dei piu grandi coreografi, che si ispiravano a lei per nuovi progetti.

Fantasia è un film d’animazione del 1940 diretto da registi vari, prodotto dalla Walt Disney Productions e distribuito dalla Walt Disney Company. Con la direzione di storia di Joe Grant e Dick Huemer, e la supervisione di produzione di Ben Sharpsteen, è il 3° nonchè più lungo Classico Disney. Il film è composto da otto segmenti animati impostati su brani di musica classica diretti da Leopold Stokowski, sette dei quali sono eseguiti dall’Orchestra di Filadelfia. Il critico musicale e compositore Deems Taylor agisce come maestro di cerimonie, introducendo ogni segmento in scene live action interstiziali.

Come il primo Classico Disney Biancaneve e i sette nani, anche Fantasia venne ritenuto un film che non avrebbe fatto successo e portato l’azienda al fallimento. A differenza però di BiancaneveFantasia fu effettivamente un insuccesso durante la prima distribuzione nelle sale statunitensi. Il film non poté essere esportato in Europa e fece quasi fallire l’azienda, che però recuperò un anno dopo con il quarto Classico Disney, Dumbo – L’elefante volante.

Disney ebbe l’idea di realizzare il film mentre si avvicinava il completamento dei lavori de L’apprendista stregone, un cortometraggio delle Sinfonie allegre concepito come un ritorno di Topolino, la cui popolarità era declinata. Poiché i costi di produzione erano cresciuti, superando il possibile guadagno, Disney decise di includere il corto in un lungometraggio con altri segmenti impostati su brani classici. La colonna sonora venne registrata usando un processo multicanale e riprodotta in Fantasound, un innovativo sistema di riproduzione del suono che rese Fantasia il primo film commerciale proiettato in stereofonia.

Fantasia debuttò in un numero limitato di sale in tredici città degli Stati Uniti a partire dal 13 novembre 1940. Ricevette reazioni critiche contrastanti, e non fu in grado di realizzare un profitto. Fu dovuto in parte alla seconda guerra mondiale, che tagliava fuori il redditizio mercato europeo, ma anche agli elevati costi di produzione del film, alle spese di affitto dei cinema e all’installazione delle attrezzature Fantasound per le proiezioni limitate. Inoltre parte del pubblico si allontanò dalla Disney improvvisamente diventata “colta”, preferendo le animazioni standard. La pellicola venne riproposta più volte con video e audio eliminati, restaurati e modificati a partire dal 1945 subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, permettendo al film di essere riscoperto dal pubblico europeo. Ad oggi, Fantasia ha incassato 76 milioni di dollari di entrate nazionali ed è il ventiduesimo maggior incasso cinematografico di tutti i tempi negli Stati Uniti al netto dell’inflazione.[2] Il nipote di Walt, Roy E. Disney, co-produsse un sequel uscito nel 1999 dal titolo Fantasia 2000.

Ciro Adrian Ciavolino #EmozioniInMostra2019

Ciro Adrian Ciavolino è nato a Torre del Greco dove vive e lavora. 
Ha compiuto gli studi presso l’Istituto Statale d’Arte di Napoli diplomandosi in Scultura Decorativa. Insegnante di ruolo per concorso nazionale. 
Esercita attività di scultore e soprattutto di pittore, divenendo uno degli artisti della generazione di mezzo della pittura figurativa napoletana, con presenze di prestigio nel panorama artistico dagli anni sessanta a oggi. Innumerevoli le presenze in mostre di carattere nazionale, ottenendo innumerevoli riconoscimenti, con alto numero di primi premi dei quali è difficile tenere il conto. 
Presente in gallerie e collezioni private. 
Ha tenuto Mostre Personali in molte regioni italiane, in particolare centro-sud. 
Molte collettive minori. Tre personali al Caffè Letterario Portico 340, Napoli con il ciclo Pulcinella, Abbasciammare e San Gennaro è passato di qui, tra quelle recenti.
Tra le più importanti le mostre per il Maggio dei Monumenti del Comune di Napoli nel 2004, 2010 e 2015, con il ciclo di 20 opere di grande formato “Una Lady alla Corte dei Borbone” e con il ciclo “Gli Ultimi Canti” nella Basilica di San Giovanni Maggiore di Napoli, dedicata a Giacomo Leopardi. 

In occasione della Visita di S.S. Giovanni Paolo II a Torre del Greco ha realizzato per il palco il grande altorilievo, m. 7 x 2, con Storie del Beato Vincenzo Romano, opera trafugata. L’opera pittorica “San Gennaro protegge Napoli” è stata donata da S.E. il Cardinale Giordano alla Prefettura di Napoli. L’opera “La Pace”, del 1988 è nell’atrio della Scuola Media Angioletti. Alla Scuola “G. Mazza” è il grande telero M. 4 x 4. “Il bene nel mondo”.

Alcuni altorilievi sono in scuole pubbliche.Ha realizzato, inoltre, scenografie teatrali, illustrazioni, murales.Per la Festa dei Quattro Altari che si tiene a Torre del Greco ha relizzato circa 20 tappeti floreali e almeno 15 Altari, dei quali la metà tridimensionali.Svolge attività di scrittore. 
E’ presidente della Associazione Culturale Il Perseo iscritta all’Albo Comunale delle Associazioni Culturali. Con tale Associazione è sorta la Libera Accademia dell’Arte.
E’ iscritto all’Albo Comunale di Torre del Greco dei professionisti in qualità di artista.
E’ stato insignito delle Onorificenze di Cavaliere e di Ufficiale dell’Ordine “
Al merito della Repubblica Italiana” con decreti del Presidente della Repubblica: Saragat (1968) e Pertini (1981) 

Ha partecipato a Emozioni in Mostra “L’Armenia incontra il Mondo” con
“Luna vesuviana”, acrilico su tela juta, 100×120

#EmozioniInMostra
#SenzaFrontiere
#CARTOLINEconVistasulMondo
#Napoli
#29agosto#9settembre

Domenica 15 settembre 2019, ha aderito a #EmozioniInMostra2019. Incontri “Informali” a Maggie’s Paradise, Sorrento.

La #Bacheca: #AnniNOVANTA. Gli Zingari e il Rinascimento – Prima del tramonto – Ho sognato di vivere

Firenze è una città volgare.” Il libro “Gli Zingari e il Rinascimento” è uscito per Feltrinelli nel 1999. Quasi introvabile è stato ora proposto in una nuova veste da Edizioni Piagge. È una sorta di meta-reportage, se fosse un termine consentito, dove Antonio Tabucchi affronta il tema di Rom e Zingari che abitano a Firenze. La città è assunta come esempio emblematico, perché si tratta di un problema generalizzato. È un libro di accusa, senza parole dette a mezza voce, dove ci sono tutti i pregi dello scrittore il quale parla di cose che vede e di parole che ascolta. In coda al reportage, alcuni scritti inediti sul tema degli zingari: da segnalare il racconto immaginario sulla morte di Federico Garcia Lorca, che da solo varrebbe l’intero libro. Antonio Tabucchi non era una persona che parlava a caso. Un libro fastidioso, scomodo, agile, facile da leggere. http://sololibri.net

Da “Rom Tour” – Un film di Silvio Soldini e Giorgio Garini

Più che ’reportage’ questo testo avrebbe dovuto chiamarsi reportage di un reportage. Esso nasce infatti da un diario che ho tenuto accompagnando una persona che teneva un diario su ciò che era venuta a vedere a Firenze…

La #Bacheca#LIBRI

Antonio Tabucchi “gli Zingari e il Rinascimento” (Feltrinelli)
“Avevo conosciuto Liuba nel 1968 a Lisbona. Di origine polacca, famiglia ebrea, i suoi genitori erano arrivati in Portogallo nel 1943, fuggendo dalle persecuzioni naziste, con la speranza di potersi imbarcare da Lisbona per gli Stati Uniti. Non so invece per quali motivi erano rimasti in Portogallo” Con queste frasi si apre il breve e interessantissimo reportage di Antonio Tabucchi “Gli Zingari e il Rinascimento” edito da Feltrinelli.

Prima del tramonto è un film a episodi del 1999 diretto da Stefano Incerti, con Saïd TaghmaouiNinni Bruschetta e Gigi Savoia. In Puglia, il giovane Alì, tunisino, sta per sposare la figlia del boss per cui lavora. I tavoli sono apparecchiati, gli invitati sono arrivati, ma la cerimonia non comincia. All’ultimo momento Alì scappa e si rifugia in un albergo con Assia, la ragazza di cui è innamorato. Intanto Domenico e Vito, due scagnozzi dipendenti dello stesso boss, si incontrano e, sul lungomare, decidono di approfittare della giornata tranquilla per fare qualche guadagno extra, derubando alcuni clandestini. In quella zona c’è un ufficio postale, dove gli impiegati Luca e Matteo sono in forte conflitto con il direttore e temono per la possibile chiusura dell’esercizio. Succede che altri killer al soldo del boss arrivano nell’albergo per eliminare Alì, che però in un secondo momento riesce ad ucciderli e a fuggire. Domenico e Vito arrivano all’ufficio postale, dove il primo entra per cambiare la valuta straniera di cui è in possesso. Nello stesso luogo arriva anche Alì, ferito e sanguinante. Dopo attimi di tensione, all’interno dell’ufficio si apre una cruenta sparatoria. Uno degli impiegati ne approfitta per uccidere il capo, e poi anche Alì. Anche i due scagnozzi muoiono. Quando arriva la polizia, si pensa ad un regolamento di conti. In fondo, sulla spiaggia, il sole sta tramontando.

La #Bacheca: #FILM
Prima Del Tramonto - DVD.it

Sogna ragazzo sogna è un album del cantautore Roberto Vecchioni, pubblicato nell’aprile 1999. C’è l’Uomo, nei dischi di Vecchioni, ed è l’uomo con la U maiuscola. L’Uomo metà divino metà umano, metà mortale metà immortale, metà finito metà infinito. C’è lo splendore e la miseria, l’umiltà e l’ambizione di un essere straordinario. Questo canta Vecchioni da una vita, questo come lo canta lui lo cantano forse in pochi: gli ermetici (De Gregori), gli impegnati (Fossati), i sociali (De Andrè), i politici (Guccini) hanno fatto altro, in definitiva, e l’Uomo in equilibrio su una palla da giocoliere è rimasto a Vecchioni. Dall’uomo il discorso sul sogno si fa veloce e quasi obbligato: Se è vero – come ha detto qualcuno – che “i sogni sono l’unica cosa che non conosce umiliazione”, Vecchioni va oltre e spiega la vita come un gioco d’equilibrio per tenere insieme realtà e sogno senza mai confondere i piani. Vede nel sogno qualcosa di più che un rimedio alle frustrazioni, anzi, gli attribuisce il senso del progetto, che è poi quello che ha guidato Icaro e Leonardo, Galileo e Luther King. “Sogna, ragazzo, sogna” è un disco pieno di parole che fanno male, perché ci rimettono davanti problemi, dilemmi che ci riguardano e che spesso non abbiamo più il coraggio di affrontare: la corrispondenza segreta con la nostra nota interiore, direbbe qualcun altro, il guardare la vita che facciamo e accorgerci che, in fondo in fondo, ci assomiglia. 

  La #Bacheca: #MUSICA

Ma eran cose senza senso
Di nessunissima importanza
Tra una luce limpidissima
E il buio di una stanza
Dove ti ricordo bella, in piedi
A tenermi per la mano
Mentre ora sono qui con Dio
Che non ti rassomiglia nemmeno

Ho sognato di vivere Roberto Vecchioni

La #Bacheca: #TERRITORI. Il djembe, tamburo a calice originario dell’Africa occidentale, in particolare della Guinea Conakry, Mali, Burkina Faso, Senegal e Costa d’Avorio.

Il djembe (trascritto anche come djembèdjembédjambèdjambéjenbejembedjimbe e secondo altre varianti) è un tamburo a calice originario dell’Africa occidentale, in particolare della Guinea ConakryMaliBurkina FasoSenegal e Costa d’Avorio e nelle sue diversificazioni in tutta l’Africa e nel resto del mondo. Viene suonato a mani piene e ha tre colpi principali, lo slap (suono acuto), il tone (suono medio) ed il bass (suono basso). Si tratta di uno strumento che raramente viene utilizzato in solo: si suona piuttosto insieme ad altri tamburi e ad altri strumenti che, attraverso composizioni ritmiche, danno vita ad una poliritmia in cui intervengono degli “a solo” per ogni tamburo. Il djembe è uno strumento di comunicazione sociale e come tale ha un ruolo molto importante nell’accompagnare danze cerimoniali e rituali, ma anche durante le feste “mondane”. Il suonatore di djembe viene chiamato djembefola (fola significa suonatore).

Le origini dello strumento sono certamente molto antiche; una delle ipotesi più diffuse è che provenga dalla regione di Wosolo (oggi nel Mali), dove sarebbe stato inventato dall’etnia Bamana circa 3000 anni fa
È comunque sicuro che questo strumento sia nato nelle regioni tra la Guinea ed il Mali. Si ritiene che il djembe si sia diffuso in Africa Occidentale intorno al primo millennio d.C., probabilmente ad opera dei Numu, una classe di fabbri delle etnie Mandinka e Susu. Nonostante la relazione dello strumento con una particolare classe, tuttavia, in Africa la pratica di suonare il djembe non viene considerata un privilegio ereditario (come avviene per altri strumenti, per esempio quelli tipici dei griot). Pare che anticamente i djembe fossero usati anche per trasmettere messaggi a distanza. Durante il colonialismo, i francesi diedero un contributo fondamentale allo studio e alla diffusione del djembe nel mondo occidentale. In Europa, il djembe iniziò a essere conosciuto a partire dagli anni quaranta, e divenne sempre più popolare nei decenni successivi.

Dancers of Les Ballets Africains in Bonn, Germany, 1962

Molti Europei conobbero il djembe attraverso gli spettacoli de Les Ballets Africains di Papa Ladji Camara e Fodeba Keita. Verso la fine del XX secolo il djembe divenne uno degli strumenti “etnici” più popolari in Occidente. Questo crescente interesse internazionale per lo strumento fece sì che iniziassero a circolare esemplari prodotti in serie; i primi furono quelli realizzati dai mobilifici del Ghana e pensati per la vendita ai turisti. Fonte wikipedia

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Il djembè  è uno degli strumenti più rappresentativi dell’intero continente africano. La sua diffusione nel continente è tale da avere un vasto numero di nomi a seconda di dove. Difatti lo si trova chiamato anche djambè, djambé, jenbe, jembe, djimbe e molte altre varianti.  L’accordatura di questo strumento non è impresa semplice, così come  prendere un progetto consolidato e rinnovarlo completamente. Ciononostante la grande spinta dettata dal marchio Remo ha imposto di costruire percussioni più ecosostenibili e che andassero a migliorare la vita dei musicisti. Fonte: iltamburoparlante

Armin Linke. Fotografo e regista.

Videomaker e fotografo italiano di fama internazionale, Armin Linke lavora da molti anni sui temi della trasformazione del territorio e delle forze economiche e politiche che la promuovono. Prospecting Ocean è uno studio, realizzato grazie alla collaborazione di scienziati, tecnici e legali, sullo sfruttamento delle risorse marine e l’amministrazione dei fondali di tutto il mondo. Da oltre vent’anni Armin Linke indaga su come gli esseri umani usino tecnologie e conoscenze al fine di trasformare la superficie terrestre adattandola alle proprie esigenze. I suoi film e le sue fotografie documentano i cambiamenti prodotti dall’homo sapiens sulla terra, negli oceani e nella biosfera. Linke è stato professore al Karlsruhe University of Arts and Design (HfG) e allo IUAV di Venezia, nonché ricercatore affiliato alla School of Architecture and Planning del MIT di Cambridge, USA. Le sue installazioni multimediali sono state presentate in numerose biennali di architettura a Venezia. Nel 2004 l’installazione Alpi, sul paesaggio alpino contemporaneo, ha vinto un premio speciale come migliore opera nella sezione “Episodi”. La sua personale L’apparenza di ciò che non si vede è stata presentata al ZKM, Karlsruhe (2015-2016), al Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano (2016), al Ludwig Forum, Aachen (2017) e al Centre de la photographie, Genève (2017). Il suo progetto più recente, Prospecting Ocean, commissionato e prodotto da TBA21–Academy, investiga le sfide ecologiche e politiche con cui devono misurarsi oggi i nostri oceani. La sua installazione Carceri d’invenzione, ideata da Armin Linke in collaborazione con Giulia Bruno e Giuseppe Ielasi, e curata da Anselm Franke, è stato il contributo ufficiale tedesco alla XXII Triennale di Milano, Broken Nature: Design Takes on Human Survival. fonte: https://www.fotoindustria.it/

Oggi l’interesse per le persone è molto lontano, prediligi altre forme: ambienti naturali, architettonici. Sì e no perché quando fotografo un ambiente naturale o architettonico, fotografo anche l’iscrizione del gesto umano che ha creato questo ambiente o che ha modificato questo ambiente o che, appunto, ha creato questa architettura o riadattato hai modificato, utilizzato, questa architettura. Perciò, anche se le persone non sono presenti, è sempre una fotografia delle persone attraverso questi gesti negli spazi, attraverso lo spazio che è stato creato. Gli spazi che fotografo sono sempre spazi che sono stati modificati dalle persone degli esseri umani, è sempre comunque una relazione antropologica di lettura gli ambienti naturali architettonici. C’è un fotografo, o un artista a cui ti sei, almeno all’inizio, ispirato? Beh sicuramente ho letto delle biografie già parlato di Ando Gilardi prima, un’altra figura interessante era Man Ray che collaborava con altri artisti, nasce come pittore poi diventa art director di riviste di design, poi elabora manifesti concettuali collabora spesso in collettivi… la figura di un fotografo e artista più aperta e interessante. È importante capire che il mio è stato un lavoro spesso collaborativo, collettivo e perciò diciamo quest’idea di ispirazione e spesso è ancora presente perché in molti progetti ancora collaboro.  Fotografi per tematiche: montagne, laboratori scientifici, luoghi istituzionali, … Difficile rispondere, sarebbe più interessante andare a leggere proprio le fotografie. Diciamo che un esperimento espositivo che ho fatto, con la mostra che è stata presentata al PAC di Milano, “l’apparenza di ciò che non si vede”, era di prendere una serie di fotografie scelte per temi e poi fare leggere ad altri esperti queste fotografie secondo i loro temi o quali temi loro vedevano all’interno delle fotografie, come era possibile rileggere i temi all’interno le fotografie. Penso che un’opera d’arte interessante permette delle letture multiple, più stratificazioni di letture sono possibili, anche più temi sono intrinseci alle immagini, più l’opera d’arte è interessante, ricca. Dunque mi interessava presentare le fotografie non come punto di arrivo, dove io incornicio la foto e la blocco e dico questo è il tema questa è la mia visione, ma usare le fotografie come punto di partenza come “trigger”, iniziatore di discussioni, di messa in gioco. Sicuramente quello che è uno dei temi come la montagna, come il mio film sulle Alpi, in verità non è un film sulla montagna, ma sulla rappresentazione del paesaggio alpino, perché è un film dove le montagne non si vedono quasi mai, si vede casomai come vengono utilizzate, si vede come vengono rappresentate nei laboratori scientifici per controllare il territorio, si vedono le montagne nei dipinti o come vengono proiettate il nostro immaginario dall’industria turistica. Spesso la rappresentazione stessa del luogo è il tema della fotografia e non il luogo. Il laboratorio scientifico è anche un luogo della rappresentazione perché il laboratorio è dove bisogna ricreare, come in teatro, il mondo esterno, bisogna a volte semplificarlo, o bisogna isolare diverse variabili per poi fare l’esperimento, che è una messinscena e che permette poi di raccogliere e poi standardizzare dei risultati. Perciò il laboratorio è un luogo anche artistico, in cui lo scienziato deve creare uno script, una coreografia, è un luogo di rappresentazione. https://www.rivistasegno.eu/armin-linke-senza-rughe/

  La #Bacheca: STORIE #ascoltando

Giuseppe Antonello Leone

Giuseppe Antonello Leone (Pratola Serra6 luglio 1917 – Napoli26 giugno 2016) è stato un pittorescultore e poeta italiano. Giuseppe Antonello Leone nacque a Pratola Serra, in provincia di Avellino, il 06 luglio 1917. Si formò inizialmente ad Avellino, dove conseguì il diploma di licenza presso la Scuola Statale d’Arte per la ceramica, allievo di Settimio Lauriello ed Emanuele Di Palma. A Napoli frequentò l’Istituto d’Arte e nel 1936 si diplomò Maestro d’Arte per la ceramica. Si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Napoli dove si diplomò in pittura con il massimo dei voti nel 1940, seguendo i corsi dei Maestri Pietro Gaudenti, Eugenio Scorzelli e Mino Maccari. Nello stesso anno vinse una borsa di studio governativa di perfezionamento in pittura nell’Accademia di Belle Arti di Napoli e frequentò il corso di decorazione pittorica con i maestri Emilio Notte e Alessandro Monteleone. In quegli anni, sposò la pittrice e scrittrice Maria Padula, nata a Montemurro, docente di Disegno dal vero nell’Istituto statale d’Arte di Potenza e poi a Napoli.

Tra le raccolte di Leone, Vi saranno le more ai rovi (1986), Eretico: poesie (1993), Venti paralleli: poesie (1999). Della sua attività è stato scritto:

«Per Leone parlerei di umiltà, che è ben altra cosa, e di pudore. È questo pudore che lo muove nel suo lavoro. C’è un clima perfettamente compiuto, insomma: poetico, non poetazzato. Dove le cose, i gesti, i sentimenti, son vivi d’un respiro proprio, autentico, alimentato da una forza che è insieme, abbandono alla proprio verità ed estremo pudore. Ho scritto queste righe da semplice lettore che altro non sono. Per mio conto, tornerò spesso a questa lettura con la commozione della prima volta.» (Luigi Compagnone)

Giuseppe Antonello Leone fu autore di significative opere pubbliche, importanti anche per le diverse tecniche usate: affrescomosaico, ceramica maiolicata, vetrata, graffito. Leone, di fatto, è definibile come un futurista: nel suo libro Lo spirito delle dinamiche dell’Energia, Mario Maiorino parla della mostra “Novecento” citando altri artisti come Francesco Cangiullo e Saverio Gatto, laddove Giuseppe Antonello Leone viene definito, nello stesso libro, anche da Aniello Montano come un “classico rivoluzionario”. Tra le sue opere spicca il trittico intitolato Zolfo, dipinto nel 1934 sui muri di una scuola in provincia di Salerno, composto da tre opere, che purtroppo sono state rovinate col tempo.

Giuseppe Antonello Leone, Il circo (graffito a dieci strati, Potenza)
Giuseppe Antonello Leone - Wikiwand
Giuseppe Antonello Leone, I segni dello Zodiaco (bassorilievo maiolicato)

In molti luoghi della città di Potenza è possibile ammirare opere di Giuseppe Antonello Leone. Nel 1950 realizzò un Medaglione in bronzo per la tomba di Concetto Valente situata nel muro di cinta del Cimitero, mentre del 1959 sono le Pale di altare situate nella Chiesa di sant’Anna Sant’Anna, San Gioacchino e la MadonnaGesù tra gli operaiNella bottega di San Giuseppe e del 1960 è una Via Crucis sistemata nella Cappella dell’allora Ospedale San Carlo (incerta l’attuale collocazione). Nel 1966 realizzò il graffito a dieci strati Il circo, a proposito del quale scrisse:

«Tutta la cultura è legata ai graffiti. E noi il graffito lo intendiamo come primo segnale di cultura: attraverso la gestualità e il graffiare, vale a dire lasciare il segno. Di solito il graffito è di due strati. Bene, siamo in grado di produrre un graffito di dieci strati, ecco la parola polistrato, con malta elaborata, vari colori e conseguente effetto plastico e di pulizia cromatica. È un procedimento tecnico-artistico semplice ma complesso. Occorre tener conto della tecnica e della sensibilità umana. Fattore non meno importante è la qualità del materiale: in questo caso anche sabbia di mare o di fiume lavata, calce cotta con legna. Volete un esempio concreto di quanto fin qui detto? Lo trovate nella città di Potenza.»
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Giuseppe Antonello Leone, Gesù tra gli operai (Chiesa dei SS. Anna e Gioacchino, Potenza)

Giuseppe Antonello Leone è un animatore di oggetti inanimati, li cerca talvolta nella natura. Lunghi sono stati i suoi percorsi fra le terre brulle della sua campagna natia, guardando sotto il sole, il vento o la pioggia i sassi che millenni di erosioni hanno plasmato. Li ha osservati tentando di trovarvi non le età geologiche ma i misteri antropomorfi che in essi si celano. E vi ha scoperto la faccia della sirena o quella di Benedetto Croce. Talvolta con un colpo di scalpello o un segno di colore, una grattata di lima o un graffio di matita, li ha animati…

Giuseppe Antonello Leone - Philippe Daverio - copertina

L’uomo, la bestia e la virtù – Luigi Pirandello

L’uomo, la bestia e la virtù è una commedia, o, come dice lo stesso autore, un apologo in tre atti, scritta nel 1919 da Luigi Pirandello tratta dalla novella Richiamo all’obbligo (1906). Il farsesco tema trattato dalla commedia è ben rappresentato dal titolo: l’uomo è la prima maschera, quella del professor Paolino che nasconde sotto il suo ostentato perbenismo la tresca con la signora Perella, che indossa la maschera della virtù: quella cioè di una morigerata e pudica madre di famiglia praticamente abbandonata dal marito, capitano di marina che appare agli occhi della gente con la maschera della bestia: convive con una donna a Napoli e, nelle rare occasioni in cui incontra la moglie rifiuta, con ogni pretesto, di avere rapporti con lei.

La prima rappresentazione della commedia si ebbe a Milano, al Teatro Olímpia, il 2 maggio 1919, ad opera della “Compagnia di Antonio Gandusio“; il pubblico, che forse non si aspettava questa commedia di Pirandello dai toni farseschi e scollacciati, non accolse bene la prima rappresentazione dell’opera. Successivamente rivalutata dalla critica[1] e dal pubblico, la commedia ebbe tanto successo in Italia e all’estero, da essere una delle più rappresentate della produzione teatrale pirandelliana.

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La trama: Il professor Paolino è un insegnante che tiene lezione privata a ragazzi che necessitano di ripetizioni. È una persona molto precisa, di ineccepibile moralità, almeno nelle intenzioni. Mentre sta facendo lezione a due studenti, viene interrotto dall’arrivo della signora Perella, moglie di un capitano lupo di mare, che passa mesi a bordo della sua nave e che riserva alla vita famigliare solo pochi giorni fra un imbarco e l’altro. La signora è disperata. Sono presenti tutti i sintomi di una gravidanza. E dato che il marito è in navigazione da alcuni mesi, il figlio non può essere suo. In realtà il figlio è del professor Paolino, il quale, munito di grandissimo cuore, ha pensato bene di consolare la pura, casta, irreprensibile signora Perella, arrivando evidentemente a fare, segretissimamente, con lei quello che il marito da tempo non faceva più. Purtroppo ciò pone la signora sull’orlo del baratro di uno scandalo. Occorre trovare un rimedio. Si dà il caso che il capitano Perella debba approdare in città proprio quel giorno. La soluzione potrebbe trovarsi nella speranza che il capitano, dopo una lunga assenza per mare, giungendo a casa fosse attirato dalla moglie ed avesse finalmente con lei un rapporto sessuale. In questo modo si potrebbe ottenere la copertura della gravidanza adulterina. Le cose tuttavia non sono così semplici. Il capitano non solo ha una moglie e un figlio in questa città, ma ha anche un’altra moglie con diversi figli a Napoli. E quando egli torna da una lunga missione per nave, generalmente sbarca prima a Napoli e soddisfa con l’altra moglie i suoi appetiti ravvivati dalla lunga astinenza. In queste condizioni finisce che alla prima moglie manchino gli argomenti efficaci per stimolare il desiderio del marito. Nel terzo atto siamo al mattino presto in casa Parella. Il Capitano si è alzato, apre le finestre per prendere un po’ d’aria, e vede sulla strada il prof. Paolino che passeggia. Ovviamente noi sappiamo che la sua preoccupazione è quella di vedere esposto il vaso di fori che tuttavia, purtroppo, non c’è. Il Capitano, un po’ meravigliato di vederlo lì davanti a casa a quell’ora del mattino, lo invita a salire e gli offre il caffè. Fra i due si apre una conversazione che per Paolino è un tentativo di capire se durante la notte è successo qualche cosa di ciò che egli spera, mentre il Capitano si meraviglia non riuscendo a comprendere certe insinuazioni o certe allusioni. Paolino, rivela al capitano, ha passato la notte insonne, (e noi sappiamo il perché). Ma anche il capitano non ha dormito e per questo ha sentito il bisogno dell’aria pura mattutina. Finalmente entra in scena la signora Perella, tutta scarmigliata e sorridente. Si avvicina alla fioriera, prende in mano un vaso di fiori e lo appoggia alla finestra. Poi un secondo. Poi un terzo, un quarto e un quinto, fra la gioia di Paolino che così apprende che il problema che lo preoccupava è stato risolto.

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L’uomo, la bestia e la virtù è un film del 1953 diretto da Steno. Il film è tratto dalla commedia omonima che Luigi Pirandello scrisse nel 1919, sebbene la trama finisca per discostarsi dall’opera teatrale. La pellicola, girata col sistema a colori belga Gevacolor, venne ritirata poco tempo dopo l’uscita nelle sale, a causa delle proteste della famiglia di Luigi Pirandello, che non aveva gradito lo stravolgimento dell’opera di partenza

. Per oltre trent’anni il film divenne praticamente introvabile, fin quando nel 1993 fu ritrovato e trasmesso per la prima volta in tv dalla Rai. Il film è stato girato a Cetara (SA), nella costiera amalfitana. Il segretario di edizione del film era il giovane Sergio Leone https://www.ivid.it/trailer/film/1953/l-uomo-la-bestia-e-la-virtu/clip-italiana-27421.html

 Perché civile, esser civile, 
 vuol dire proprio questo: dentro, neri come corvi; 
 fuori, bianchi come colombi; 
 in corpo fiele; in bocca miele.
 [da L'uomo, la bestia e la virtù]