La #Bacheca: #AnniNOVANTA. Gli Zingari e il Rinascimento – Prima del tramonto – Ho sognato di vivere

Firenze è una città volgare.” Il libro “Gli Zingari e il Rinascimento” è uscito per Feltrinelli nel 1999. Quasi introvabile è stato ora proposto in una nuova veste da Edizioni Piagge. È una sorta di meta-reportage, se fosse un termine consentito, dove Antonio Tabucchi affronta il tema di Rom e Zingari che abitano a Firenze. La città è assunta come esempio emblematico, perché si tratta di un problema generalizzato. È un libro di accusa, senza parole dette a mezza voce, dove ci sono tutti i pregi dello scrittore il quale parla di cose che vede e di parole che ascolta. In coda al reportage, alcuni scritti inediti sul tema degli zingari: da segnalare il racconto immaginario sulla morte di Federico Garcia Lorca, che da solo varrebbe l’intero libro. Antonio Tabucchi non era una persona che parlava a caso. Un libro fastidioso, scomodo, agile, facile da leggere. http://sololibri.net

Da “Rom Tour” – Un film di Silvio Soldini e Giorgio Garini

Più che ’reportage’ questo testo avrebbe dovuto chiamarsi reportage di un reportage. Esso nasce infatti da un diario che ho tenuto accompagnando una persona che teneva un diario su ciò che era venuta a vedere a Firenze…

La #Bacheca#LIBRI

Antonio Tabucchi “gli Zingari e il Rinascimento” (Feltrinelli)
“Avevo conosciuto Liuba nel 1968 a Lisbona. Di origine polacca, famiglia ebrea, i suoi genitori erano arrivati in Portogallo nel 1943, fuggendo dalle persecuzioni naziste, con la speranza di potersi imbarcare da Lisbona per gli Stati Uniti. Non so invece per quali motivi erano rimasti in Portogallo” Con queste frasi si apre il breve e interessantissimo reportage di Antonio Tabucchi “Gli Zingari e il Rinascimento” edito da Feltrinelli.

Prima del tramonto è un film a episodi del 1999 diretto da Stefano Incerti, con Saïd TaghmaouiNinni Bruschetta e Gigi Savoia. In Puglia, il giovane Alì, tunisino, sta per sposare la figlia del boss per cui lavora. I tavoli sono apparecchiati, gli invitati sono arrivati, ma la cerimonia non comincia. All’ultimo momento Alì scappa e si rifugia in un albergo con Assia, la ragazza di cui è innamorato. Intanto Domenico e Vito, due scagnozzi dipendenti dello stesso boss, si incontrano e, sul lungomare, decidono di approfittare della giornata tranquilla per fare qualche guadagno extra, derubando alcuni clandestini. In quella zona c’è un ufficio postale, dove gli impiegati Luca e Matteo sono in forte conflitto con il direttore e temono per la possibile chiusura dell’esercizio. Succede che altri killer al soldo del boss arrivano nell’albergo per eliminare Alì, che però in un secondo momento riesce ad ucciderli e a fuggire. Domenico e Vito arrivano all’ufficio postale, dove il primo entra per cambiare la valuta straniera di cui è in possesso. Nello stesso luogo arriva anche Alì, ferito e sanguinante. Dopo attimi di tensione, all’interno dell’ufficio si apre una cruenta sparatoria. Uno degli impiegati ne approfitta per uccidere il capo, e poi anche Alì. Anche i due scagnozzi muoiono. Quando arriva la polizia, si pensa ad un regolamento di conti. In fondo, sulla spiaggia, il sole sta tramontando.

La #Bacheca: #FILM
Prima Del Tramonto - DVD.it

Sogna ragazzo sogna è un album del cantautore Roberto Vecchioni, pubblicato nell’aprile 1999. C’è l’Uomo, nei dischi di Vecchioni, ed è l’uomo con la U maiuscola. L’Uomo metà divino metà umano, metà mortale metà immortale, metà finito metà infinito. C’è lo splendore e la miseria, l’umiltà e l’ambizione di un essere straordinario. Questo canta Vecchioni da una vita, questo come lo canta lui lo cantano forse in pochi: gli ermetici (De Gregori), gli impegnati (Fossati), i sociali (De Andrè), i politici (Guccini) hanno fatto altro, in definitiva, e l’Uomo in equilibrio su una palla da giocoliere è rimasto a Vecchioni. Dall’uomo il discorso sul sogno si fa veloce e quasi obbligato: Se è vero – come ha detto qualcuno – che “i sogni sono l’unica cosa che non conosce umiliazione”, Vecchioni va oltre e spiega la vita come un gioco d’equilibrio per tenere insieme realtà e sogno senza mai confondere i piani. Vede nel sogno qualcosa di più che un rimedio alle frustrazioni, anzi, gli attribuisce il senso del progetto, che è poi quello che ha guidato Icaro e Leonardo, Galileo e Luther King. “Sogna, ragazzo, sogna” è un disco pieno di parole che fanno male, perché ci rimettono davanti problemi, dilemmi che ci riguardano e che spesso non abbiamo più il coraggio di affrontare: la corrispondenza segreta con la nostra nota interiore, direbbe qualcun altro, il guardare la vita che facciamo e accorgerci che, in fondo in fondo, ci assomiglia. 

  La #Bacheca: #MUSICA

Ma eran cose senza senso
Di nessunissima importanza
Tra una luce limpidissima
E il buio di una stanza
Dove ti ricordo bella, in piedi
A tenermi per la mano
Mentre ora sono qui con Dio
Che non ti rassomiglia nemmeno

Ho sognato di vivere Roberto Vecchioni

La #Bacheca: #TERRITORI. Il djembe, tamburo a calice originario dell’Africa occidentale, in particolare della Guinea Conakry, Mali, Burkina Faso, Senegal e Costa d’Avorio.

Il djembe (trascritto anche come djembèdjembédjambèdjambéjenbejembedjimbe e secondo altre varianti) è un tamburo a calice originario dell’Africa occidentale, in particolare della Guinea ConakryMaliBurkina FasoSenegal e Costa d’Avorio e nelle sue diversificazioni in tutta l’Africa e nel resto del mondo. Viene suonato a mani piene e ha tre colpi principali, lo slap (suono acuto), il tone (suono medio) ed il bass (suono basso). Si tratta di uno strumento che raramente viene utilizzato in solo: si suona piuttosto insieme ad altri tamburi e ad altri strumenti che, attraverso composizioni ritmiche, danno vita ad una poliritmia in cui intervengono degli “a solo” per ogni tamburo. Il djembe è uno strumento di comunicazione sociale e come tale ha un ruolo molto importante nell’accompagnare danze cerimoniali e rituali, ma anche durante le feste “mondane”. Il suonatore di djembe viene chiamato djembefola (fola significa suonatore).

Le origini dello strumento sono certamente molto antiche; una delle ipotesi più diffuse è che provenga dalla regione di Wosolo (oggi nel Mali), dove sarebbe stato inventato dall’etnia Bamana circa 3000 anni fa
È comunque sicuro che questo strumento sia nato nelle regioni tra la Guinea ed il Mali. Si ritiene che il djembe si sia diffuso in Africa Occidentale intorno al primo millennio d.C., probabilmente ad opera dei Numu, una classe di fabbri delle etnie Mandinka e Susu. Nonostante la relazione dello strumento con una particolare classe, tuttavia, in Africa la pratica di suonare il djembe non viene considerata un privilegio ereditario (come avviene per altri strumenti, per esempio quelli tipici dei griot). Pare che anticamente i djembe fossero usati anche per trasmettere messaggi a distanza. Durante il colonialismo, i francesi diedero un contributo fondamentale allo studio e alla diffusione del djembe nel mondo occidentale. In Europa, il djembe iniziò a essere conosciuto a partire dagli anni quaranta, e divenne sempre più popolare nei decenni successivi.

Dancers of Les Ballets Africains in Bonn, Germany, 1962

Molti Europei conobbero il djembe attraverso gli spettacoli de Les Ballets Africains di Papa Ladji Camara e Fodeba Keita. Verso la fine del XX secolo il djembe divenne uno degli strumenti “etnici” più popolari in Occidente. Questo crescente interesse internazionale per lo strumento fece sì che iniziassero a circolare esemplari prodotti in serie; i primi furono quelli realizzati dai mobilifici del Ghana e pensati per la vendita ai turisti. Fonte wikipedia

Djembe2.jpg

Il djembè  è uno degli strumenti più rappresentativi dell’intero continente africano. La sua diffusione nel continente è tale da avere un vasto numero di nomi a seconda di dove. Difatti lo si trova chiamato anche djambè, djambé, jenbe, jembe, djimbe e molte altre varianti.  L’accordatura di questo strumento non è impresa semplice, così come  prendere un progetto consolidato e rinnovarlo completamente. Ciononostante la grande spinta dettata dal marchio Remo ha imposto di costruire percussioni più ecosostenibili e che andassero a migliorare la vita dei musicisti. Fonte: iltamburoparlante

Armin Linke. Fotografo e regista.

Videomaker e fotografo italiano di fama internazionale, Armin Linke lavora da molti anni sui temi della trasformazione del territorio e delle forze economiche e politiche che la promuovono. Prospecting Ocean è uno studio, realizzato grazie alla collaborazione di scienziati, tecnici e legali, sullo sfruttamento delle risorse marine e l’amministrazione dei fondali di tutto il mondo. Da oltre vent’anni Armin Linke indaga su come gli esseri umani usino tecnologie e conoscenze al fine di trasformare la superficie terrestre adattandola alle proprie esigenze. I suoi film e le sue fotografie documentano i cambiamenti prodotti dall’homo sapiens sulla terra, negli oceani e nella biosfera. Linke è stato professore al Karlsruhe University of Arts and Design (HfG) e allo IUAV di Venezia, nonché ricercatore affiliato alla School of Architecture and Planning del MIT di Cambridge, USA. Le sue installazioni multimediali sono state presentate in numerose biennali di architettura a Venezia. Nel 2004 l’installazione Alpi, sul paesaggio alpino contemporaneo, ha vinto un premio speciale come migliore opera nella sezione “Episodi”. La sua personale L’apparenza di ciò che non si vede è stata presentata al ZKM, Karlsruhe (2015-2016), al Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano (2016), al Ludwig Forum, Aachen (2017) e al Centre de la photographie, Genève (2017). Il suo progetto più recente, Prospecting Ocean, commissionato e prodotto da TBA21–Academy, investiga le sfide ecologiche e politiche con cui devono misurarsi oggi i nostri oceani. La sua installazione Carceri d’invenzione, ideata da Armin Linke in collaborazione con Giulia Bruno e Giuseppe Ielasi, e curata da Anselm Franke, è stato il contributo ufficiale tedesco alla XXII Triennale di Milano, Broken Nature: Design Takes on Human Survival. fonte: https://www.fotoindustria.it/

Oggi l’interesse per le persone è molto lontano, prediligi altre forme: ambienti naturali, architettonici. Sì e no perché quando fotografo un ambiente naturale o architettonico, fotografo anche l’iscrizione del gesto umano che ha creato questo ambiente o che ha modificato questo ambiente o che, appunto, ha creato questa architettura o riadattato hai modificato, utilizzato, questa architettura. Perciò, anche se le persone non sono presenti, è sempre una fotografia delle persone attraverso questi gesti negli spazi, attraverso lo spazio che è stato creato. Gli spazi che fotografo sono sempre spazi che sono stati modificati dalle persone degli esseri umani, è sempre comunque una relazione antropologica di lettura gli ambienti naturali architettonici. C’è un fotografo, o un artista a cui ti sei, almeno all’inizio, ispirato? Beh sicuramente ho letto delle biografie già parlato di Ando Gilardi prima, un’altra figura interessante era Man Ray che collaborava con altri artisti, nasce come pittore poi diventa art director di riviste di design, poi elabora manifesti concettuali collabora spesso in collettivi… la figura di un fotografo e artista più aperta e interessante. È importante capire che il mio è stato un lavoro spesso collaborativo, collettivo e perciò diciamo quest’idea di ispirazione e spesso è ancora presente perché in molti progetti ancora collaboro.  Fotografi per tematiche: montagne, laboratori scientifici, luoghi istituzionali, … Difficile rispondere, sarebbe più interessante andare a leggere proprio le fotografie. Diciamo che un esperimento espositivo che ho fatto, con la mostra che è stata presentata al PAC di Milano, “l’apparenza di ciò che non si vede”, era di prendere una serie di fotografie scelte per temi e poi fare leggere ad altri esperti queste fotografie secondo i loro temi o quali temi loro vedevano all’interno delle fotografie, come era possibile rileggere i temi all’interno le fotografie. Penso che un’opera d’arte interessante permette delle letture multiple, più stratificazioni di letture sono possibili, anche più temi sono intrinseci alle immagini, più l’opera d’arte è interessante, ricca. Dunque mi interessava presentare le fotografie non come punto di arrivo, dove io incornicio la foto e la blocco e dico questo è il tema questa è la mia visione, ma usare le fotografie come punto di partenza come “trigger”, iniziatore di discussioni, di messa in gioco. Sicuramente quello che è uno dei temi come la montagna, come il mio film sulle Alpi, in verità non è un film sulla montagna, ma sulla rappresentazione del paesaggio alpino, perché è un film dove le montagne non si vedono quasi mai, si vede casomai come vengono utilizzate, si vede come vengono rappresentate nei laboratori scientifici per controllare il territorio, si vedono le montagne nei dipinti o come vengono proiettate il nostro immaginario dall’industria turistica. Spesso la rappresentazione stessa del luogo è il tema della fotografia e non il luogo. Il laboratorio scientifico è anche un luogo della rappresentazione perché il laboratorio è dove bisogna ricreare, come in teatro, il mondo esterno, bisogna a volte semplificarlo, o bisogna isolare diverse variabili per poi fare l’esperimento, che è una messinscena e che permette poi di raccogliere e poi standardizzare dei risultati. Perciò il laboratorio è un luogo anche artistico, in cui lo scienziato deve creare uno script, una coreografia, è un luogo di rappresentazione. https://www.rivistasegno.eu/armin-linke-senza-rughe/

  La #Bacheca: STORIE #ascoltando

Giuseppe Antonello Leone

Giuseppe Antonello Leone (Pratola Serra6 luglio 1917 – Napoli26 giugno 2016) è stato un pittorescultore e poeta italiano. Giuseppe Antonello Leone nacque a Pratola Serra, in provincia di Avellino, il 06 luglio 1917. Si formò inizialmente ad Avellino, dove conseguì il diploma di licenza presso la Scuola Statale d’Arte per la ceramica, allievo di Settimio Lauriello ed Emanuele Di Palma. A Napoli frequentò l’Istituto d’Arte e nel 1936 si diplomò Maestro d’Arte per la ceramica. Si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Napoli dove si diplomò in pittura con il massimo dei voti nel 1940, seguendo i corsi dei Maestri Pietro Gaudenti, Eugenio Scorzelli e Mino Maccari. Nello stesso anno vinse una borsa di studio governativa di perfezionamento in pittura nell’Accademia di Belle Arti di Napoli e frequentò il corso di decorazione pittorica con i maestri Emilio Notte e Alessandro Monteleone. In quegli anni, sposò la pittrice e scrittrice Maria Padula, nata a Montemurro, docente di Disegno dal vero nell’Istituto statale d’Arte di Potenza e poi a Napoli.

Tra le raccolte di Leone, Vi saranno le more ai rovi (1986), Eretico: poesie (1993), Venti paralleli: poesie (1999). Della sua attività è stato scritto:

«Per Leone parlerei di umiltà, che è ben altra cosa, e di pudore. È questo pudore che lo muove nel suo lavoro. C’è un clima perfettamente compiuto, insomma: poetico, non poetazzato. Dove le cose, i gesti, i sentimenti, son vivi d’un respiro proprio, autentico, alimentato da una forza che è insieme, abbandono alla proprio verità ed estremo pudore. Ho scritto queste righe da semplice lettore che altro non sono. Per mio conto, tornerò spesso a questa lettura con la commozione della prima volta.» (Luigi Compagnone)

Giuseppe Antonello Leone fu autore di significative opere pubbliche, importanti anche per le diverse tecniche usate: affrescomosaico, ceramica maiolicata, vetrata, graffito. Leone, di fatto, è definibile come un futurista: nel suo libro Lo spirito delle dinamiche dell’Energia, Mario Maiorino parla della mostra “Novecento” citando altri artisti come Francesco Cangiullo e Saverio Gatto, laddove Giuseppe Antonello Leone viene definito, nello stesso libro, anche da Aniello Montano come un “classico rivoluzionario”. Tra le sue opere spicca il trittico intitolato Zolfo, dipinto nel 1934 sui muri di una scuola in provincia di Salerno, composto da tre opere, che purtroppo sono state rovinate col tempo.

Giuseppe Antonello Leone, Il circo (graffito a dieci strati, Potenza)
Giuseppe Antonello Leone - Wikiwand
Giuseppe Antonello Leone, I segni dello Zodiaco (bassorilievo maiolicato)

In molti luoghi della città di Potenza è possibile ammirare opere di Giuseppe Antonello Leone. Nel 1950 realizzò un Medaglione in bronzo per la tomba di Concetto Valente situata nel muro di cinta del Cimitero, mentre del 1959 sono le Pale di altare situate nella Chiesa di sant’Anna Sant’Anna, San Gioacchino e la MadonnaGesù tra gli operaiNella bottega di San Giuseppe e del 1960 è una Via Crucis sistemata nella Cappella dell’allora Ospedale San Carlo (incerta l’attuale collocazione). Nel 1966 realizzò il graffito a dieci strati Il circo, a proposito del quale scrisse:

«Tutta la cultura è legata ai graffiti. E noi il graffito lo intendiamo come primo segnale di cultura: attraverso la gestualità e il graffiare, vale a dire lasciare il segno. Di solito il graffito è di due strati. Bene, siamo in grado di produrre un graffito di dieci strati, ecco la parola polistrato, con malta elaborata, vari colori e conseguente effetto plastico e di pulizia cromatica. È un procedimento tecnico-artistico semplice ma complesso. Occorre tener conto della tecnica e della sensibilità umana. Fattore non meno importante è la qualità del materiale: in questo caso anche sabbia di mare o di fiume lavata, calce cotta con legna. Volete un esempio concreto di quanto fin qui detto? Lo trovate nella città di Potenza.»
Giuseppe Antonello Leone - Wikiwand
Giuseppe Antonello Leone, Gesù tra gli operai (Chiesa dei SS. Anna e Gioacchino, Potenza)

Giuseppe Antonello Leone è un animatore di oggetti inanimati, li cerca talvolta nella natura. Lunghi sono stati i suoi percorsi fra le terre brulle della sua campagna natia, guardando sotto il sole, il vento o la pioggia i sassi che millenni di erosioni hanno plasmato. Li ha osservati tentando di trovarvi non le età geologiche ma i misteri antropomorfi che in essi si celano. E vi ha scoperto la faccia della sirena o quella di Benedetto Croce. Talvolta con un colpo di scalpello o un segno di colore, una grattata di lima o un graffio di matita, li ha animati…

Giuseppe Antonello Leone - Philippe Daverio - copertina

L’uomo, la bestia e la virtù – Luigi Pirandello

L’uomo, la bestia e la virtù è una commedia, o, come dice lo stesso autore, un apologo in tre atti, scritta nel 1919 da Luigi Pirandello tratta dalla novella Richiamo all’obbligo (1906). Il farsesco tema trattato dalla commedia è ben rappresentato dal titolo: l’uomo è la prima maschera, quella del professor Paolino che nasconde sotto il suo ostentato perbenismo la tresca con la signora Perella, che indossa la maschera della virtù: quella cioè di una morigerata e pudica madre di famiglia praticamente abbandonata dal marito, capitano di marina che appare agli occhi della gente con la maschera della bestia: convive con una donna a Napoli e, nelle rare occasioni in cui incontra la moglie rifiuta, con ogni pretesto, di avere rapporti con lei.

La prima rappresentazione della commedia si ebbe a Milano, al Teatro Olímpia, il 2 maggio 1919, ad opera della “Compagnia di Antonio Gandusio“; il pubblico, che forse non si aspettava questa commedia di Pirandello dai toni farseschi e scollacciati, non accolse bene la prima rappresentazione dell’opera. Successivamente rivalutata dalla critica[1] e dal pubblico, la commedia ebbe tanto successo in Italia e all’estero, da essere una delle più rappresentate della produzione teatrale pirandelliana.

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La trama: Il professor Paolino è un insegnante che tiene lezione privata a ragazzi che necessitano di ripetizioni. È una persona molto precisa, di ineccepibile moralità, almeno nelle intenzioni. Mentre sta facendo lezione a due studenti, viene interrotto dall’arrivo della signora Perella, moglie di un capitano lupo di mare, che passa mesi a bordo della sua nave e che riserva alla vita famigliare solo pochi giorni fra un imbarco e l’altro. La signora è disperata. Sono presenti tutti i sintomi di una gravidanza. E dato che il marito è in navigazione da alcuni mesi, il figlio non può essere suo. In realtà il figlio è del professor Paolino, il quale, munito di grandissimo cuore, ha pensato bene di consolare la pura, casta, irreprensibile signora Perella, arrivando evidentemente a fare, segretissimamente, con lei quello che il marito da tempo non faceva più. Purtroppo ciò pone la signora sull’orlo del baratro di uno scandalo. Occorre trovare un rimedio. Si dà il caso che il capitano Perella debba approdare in città proprio quel giorno. La soluzione potrebbe trovarsi nella speranza che il capitano, dopo una lunga assenza per mare, giungendo a casa fosse attirato dalla moglie ed avesse finalmente con lei un rapporto sessuale. In questo modo si potrebbe ottenere la copertura della gravidanza adulterina. Le cose tuttavia non sono così semplici. Il capitano non solo ha una moglie e un figlio in questa città, ma ha anche un’altra moglie con diversi figli a Napoli. E quando egli torna da una lunga missione per nave, generalmente sbarca prima a Napoli e soddisfa con l’altra moglie i suoi appetiti ravvivati dalla lunga astinenza. In queste condizioni finisce che alla prima moglie manchino gli argomenti efficaci per stimolare il desiderio del marito. Nel terzo atto siamo al mattino presto in casa Parella. Il Capitano si è alzato, apre le finestre per prendere un po’ d’aria, e vede sulla strada il prof. Paolino che passeggia. Ovviamente noi sappiamo che la sua preoccupazione è quella di vedere esposto il vaso di fori che tuttavia, purtroppo, non c’è. Il Capitano, un po’ meravigliato di vederlo lì davanti a casa a quell’ora del mattino, lo invita a salire e gli offre il caffè. Fra i due si apre una conversazione che per Paolino è un tentativo di capire se durante la notte è successo qualche cosa di ciò che egli spera, mentre il Capitano si meraviglia non riuscendo a comprendere certe insinuazioni o certe allusioni. Paolino, rivela al capitano, ha passato la notte insonne, (e noi sappiamo il perché). Ma anche il capitano non ha dormito e per questo ha sentito il bisogno dell’aria pura mattutina. Finalmente entra in scena la signora Perella, tutta scarmigliata e sorridente. Si avvicina alla fioriera, prende in mano un vaso di fiori e lo appoggia alla finestra. Poi un secondo. Poi un terzo, un quarto e un quinto, fra la gioia di Paolino che così apprende che il problema che lo preoccupava è stato risolto.

L'uomo, la bestia e la virtù.jpg

L’uomo, la bestia e la virtù è un film del 1953 diretto da Steno. Il film è tratto dalla commedia omonima che Luigi Pirandello scrisse nel 1919, sebbene la trama finisca per discostarsi dall’opera teatrale. La pellicola, girata col sistema a colori belga Gevacolor, venne ritirata poco tempo dopo l’uscita nelle sale, a causa delle proteste della famiglia di Luigi Pirandello, che non aveva gradito lo stravolgimento dell’opera di partenza

. Per oltre trent’anni il film divenne praticamente introvabile, fin quando nel 1993 fu ritrovato e trasmesso per la prima volta in tv dalla Rai. Il film è stato girato a Cetara (SA), nella costiera amalfitana. Il segretario di edizione del film era il giovane Sergio Leone https://www.ivid.it/trailer/film/1953/l-uomo-la-bestia-e-la-virtu/clip-italiana-27421.html

 Perché civile, esser civile, 
 vuol dire proprio questo: dentro, neri come corvi; 
 fuori, bianchi come colombi; 
 in corpo fiele; in bocca miele.
 [da L'uomo, la bestia e la virtù] 

Cuori ribelli (Far and Away) film del 1992 diretto da Ron Howard tratto da uno scritto di Howard e Bob Dolman.

Cuori ribelli (Far and Away) è un film del 1992 diretto da Ron Howard, e tratto da uno scritto di Howard e Bob Dolman. Il film ha come interpreti principali Tom Cruise e Nicole Kidman. È stato fotografato nel Super Panavision System 65 da Mikael Salomon, con una colonna sonora di John Williams.

Cruise e Kidman interpretano alcuni immigranti irlandesi alla ricerca della loro fortuna nell’America del 1890, prendendo alla fine parte alla Corsa alla terra del 1893. È stato presentato fuori concorso al 45º Festival di Cannes. Alcuni spezzoni del film sono stati impiegati nel video musicale del brano Book of Days di Enya.

In Irlanda, la casa della famiglia di Joseph Donnelly viene bruciata dagli uomini del suo padrone di casa per non aver pagato gli affitti. Giurando vendetta, Joseph tenta di uccidere il padrone di casa, ma conosce la figlia, Shannon, intenta a ribellarsi alle tradizioni di famiglia e fuggire in America. I due decidono di fuggire insieme. Su unUna sera, Joseph va al club di Kelly e scopre Shannon sul palco come una ballerina di burlesque. Mentre cerca di interrompere il ballo, Joseph viene circondato da alcuni ammiratori che lo invitano ad un incontro di boxe con una somma di 200 dollari. Joseph, convinto da Shannon, accetta l’incontro ma durante la lotta viene distratto da uomini che tentano di abusare di Shannon e per questo viene sconfitto e cacciato dal club insieme a Shannon ed anche dall’alloggio.a nave, Shannon e Joseph conoscono il signor McGuire, che cerca di aiutarli a rivendere i cucchiai d’argento che Shannon aveva portato con sé. Arrivati a Boston, McGuire viene ucciso e i cucchiai rubati. Joseph e Shannon fuggono ed incontrano un operaio, Kelly, leader della comunità di immigrati irlandesi, che trova loro un alloggio e dei posti di lavoro, ma purtroppo i due sono costretti a condividere l’unica stanza rimasta; per evitare uno scandalo, Joseph dice che Shannon è sua sorella.

Nei giorni passati, Joseph e Shannon iniziano ad essere attratti l’un l’altro ma entrambi respingono i propri sentimenti. Joseph viene introdotto in un club di boxe diventandone un idolo. Intanto in Irlanda, la casa dei Christie viene bruciata e la famiglia decide di emigrare in America per ritrovare la loro figlia Shannon. Finiti per la strada e senza un soldo, Joseph e Shannon entrano infreddoliti in un casa che sembra abbandonata; lì mangiano e si scaldano e si dichiarano i sentimenti, ma arriva il proprietario della casa; Shannon e Joseph riescono a fuggire, ma Shannon rimane ferita per un colpo di fucile alla spalla. Joseph porta Shannon in una casa, per cercare aiuto, e arriva presso la casa della famiglia dei Christie, giunti in America e si allontana senza riuscire a dichiararle i suoi sentimenti. Joseph trova lavoro presso una ferrovia abbandonando il suo sogno di possedere la terra. Un giorno fugge e va in Oklahoma per rivendicare il suo diritto sulla terra. Qui ritrova Shannon e il suo promesso sposo Stephen, geloso delle sue attenzioni per Shannon e disposto ad ucciderlo. La notte precedente alla corsa per la conquista della terra, il cavallo di Joseph muore e lui ne prende un altro che riesce a prevalere sugli altri, dopo aver scoperto che Stephen aveva imbrogliato controllando illegalmente il territorio prima della gara. it.wikipedia.org

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Riconoscimenti
Recensione Cuori ribelli - Everyeye Cinema

EDIPO A COLONO di SOFOCLE.

Edipo a Colono (in greco antico: Oἰδίπoυς ἐπὶ Κολωνῷ, Oidìpus epì Kolōnō) è una tragedia scritta da Sofocle e rappresentata postuma nel 401 a.C. L’opera viene a volte indicata anche come Edipo coloneo o Edipo secondo, in quanto costituisce la prosecuzione della vicenda raccontata dallo stesso Sofocle nell’Edipo re. La storia collettiva della famiglia di Edipo viene chiamata saga dei Labdacidi.

Edipo, ormai mendico e cieco, nel suo vagabondare insieme alla figlia Antigone, arriva a Colono, un sobborgo nei pressi di Atene, in obbedienza ad un’antica profezia che diceva che lì sarebbero terminati i suoi giorni. Gli abitanti del luogo, conosciuta la sua identità, vorrebbero allontanarlo, ma il re di Atene, Teseo, gli accorda ospitalità e protezione. A questo punto Edipo rivela a Teseo che quando i Tebani diverranno nemici degli Ateniesi la sua tomba preserverà i confini dell’Attica.

L’altra figlia, Ismene, li raggiunge portando la notizia dello scontro fra i fratelli Eteocle e Polinice, anch’essi figli di Edipo. Secondo un oracolo la vittoria sarebbe arrisa a quello dei fratelli che fosse riuscito ad assicurarsi l’appoggio paterno. Arriva anche Creonte, re di Tebe, per convincere Edipo a tornare in patria ma, visto il rifiuto di quest’ultimo, Creonte prende in ostaggio le figlie, che vengono però messe in salvo da Teseo. Giunge poi Polinice nel tentativo di ingraziarsi le simpatie del padre, ma viene scacciato da Edipo. Infine si manifestano una serie di prodigi divini che fanno capire ad Edipo che la sua fine è vicina.

Egli viene accompagnato da Teseo in un boschetto sacro alle Eumenidi e lì sparisce per volontà degli dei, dopo aver predetto al re di Atene lunga prosperità per la sua città. Antigone e Ismene vorrebbero correre a vedere il luogo in cui il loro padre ora riposa ma Teseo le ferma: a nessuno è lecito accostarsi a quel luogo. Le due sorelle si preparano allora a fare rientro a Tebe.

Giunge a conclusione la vicenda umana di Edipo, un re che aveva conosciuto grandi glorie e ancor più grandi sventure. Aveva ottenuto il trono grazie ad un’impresa mai riuscita ad altre persone: aveva risposto correttamente all’enigma posto dalla Sfinge. Edipo era dunque un re carismatico, illuminato e rispettato, ma senza sua colpa perse tutto quanto aveva ottenuto, perché si seppe che, sia pure senza saperlo, aveva ucciso il proprio padre Laio, per poi procreare figli con Giocasta, la propria madre. Edipo diventò dunque in breve tempo un mendicante in esilio, cieco e disprezzato da tutti.[1] Con l’Edipo a Colono quel cieco, che aveva subito le peggiori sventure senza averne colpa, viene alla fine riabilitato, poiché la sua sparizione nel boschetto di Colono significa in primis la sua trasformazione in un prescelto, un eroe protettore della città.

«Non nascere, ecco la cosa migliore, e se si nasce, tornare presto là da dove si è giunti. Quando passa la giovinezza con le sue lievi follie, quale pena mai manca? Invidie, lotte, battaglie, contese, sangue, e infine, spregiata e odiosa a tutti, la vecchiaia»
(Sofocle, Edipo a Colono, vv. 1224-1237)
EDIPO
Figlia, sono spento, grigio. Antigone, in che spazi siamo? C'è vita, case, di che gente? 
Chi s'aprirà a Edipo perso nello spazio, gli regalerà qualcosa, oggi, una miseria? 
Pretende molto poco, e trova sempre meno. Ma mi sfamo, e vivo. La pazienza! 
Mi fa scuola il mio soffrire, questo impasto d'anni interminabili. Poi, il mio spirito. 
Figlia, se vedi da fermarci, vicino a passi d'uomo, o a cerchio magico di dèi, fammi riposare, quieto. 
Voglio domandare dove siamo. Dobbiamo avere certezze, qui, noi pellegrini da gente della terra. 
Ci risponderanno, credo, e noi eseguiremo.
ANTIGONE
Sei sfinito, padre. Laggiù: torri, diadema d'una rocca. M'appaiono, molto in lontananza. 
Questo spazio è santo. È una sensazione, viva. Bosco acceso d'alloro, d'ulivi, di grappoli. 
Racchiude fascio d'ali, note musicali d'usignoli. Chì nati, seduto, guarda: qui, sul sasso scabro. 
Ti sei spinto troppo avanti, per un vecchio.
EDIPO
Sì , fammi stare fermo. Custodisci questo cieco.
ANTIGONE
Ho anni d'esperienza. Non sono scolaretta, in questo.
EDIPO
Bene. Fammi da maestra. Dov'è la nostra tappa?
ANTIGONE
So ch'è Atene, questo sì . Ma il punto, no.
EDIPO
Ce l'hanno ripetuto, per la strada, a ogni incontro.
ANTIGONE
La località precisa? Vuoi che mi muova, e chieda?
EDIPO
Sì , Antigone, se c'è vita, qualche casa.
ANTIGONE
C'è gente, non ho dubbi. Anzi, non devo più cercare. 
Arriva una persona. Eccolo, lo vedo.
ANTIGONE
Davanti a te. Hai le domande sulle labbra. Esprimile: la persona è qui.
EDIPO
Uomo, amico, lei mi sta dicendo, lei che fa da vivo occhio anche per me, ch'è una fortuna questo tuo apparire, 
faro nostro, a illuminare con parole il nostro buio...
UOMO
Prima di scrutarmi, interrogarmi, staccati dal sasso. Occupi spazio dove passo d'uomo è una bestemmia.
EDIPO
Quale spazio? Vive un culto? A quale dio?
UOMO
Spazio vergine, e senza vita. Possesso delle dee dell'incubo, creature di Terra e cieco Nero.
EDIPO
Quali dee? Che sovrumano nome, udendolo da te, potrò supplicare?
UOMO
Cosmici occhi! Benevole, è il nome che corre. Almeno da noi. Altre terre, altre lodi.
EDIPO
S'aprano sorridenti al pellegrino! Qui è la mia meta. Non mi staccherò, credo, più.
UOMO
Cosa? Che vuoi dire?
EDIPO
Combacia, la vicenda mia!
UOMO
Ah non ho la forza di strapparti, senza sentire la mia gente. 
Devo denunciare la tua decisione.
EDIPO
Uomo, ti scongiuro, non cancellarmi. Brancolo, vedi. 
Non puoi non farmi luce, in quello che ti chiedo a mani giunte.
UOMO
Spiegati meglio. Non voglio certo umiliarti, ah, non io.
EDIPO
Che luogo è questo, meta del mio andare?
UOMO
Ciò che so dominerai tu pure. Ascolta. Spazio divino, questo dove sei, interamente. 
L'abita, sovrumano, Posidone: racchiude Prometeo titano, con in pugno fiamme. 
La zona che calpesti ha nome "passi di metallo", entrata del paese. E pilastro d'Atene! 
E questo cerchio di poderi ha un vanto: Colono dei cavalli è la radice primitiva, e un nome solo, 
il suo, li unisce e li distingue. 
Sai il luogo, ora: prezioso non di versi, di parole, piuttosto di contatto umano.
EDIPO
Contatti... C'è vita, allora, gente, in queste terre?

  • Teatro Greco di Siracusa, XLV Ciclo di Rappresentazioni Classiche.
  • EDIPO A COLONO di SOFOCLE.
  • Traduzione: Giovanni Cerri
  • Regia: Daniele Salvo
  • Impianto scenico: Massimiliano e Doriana Fuksas
  • Interpreti
  • Edipo: Giorgio Albertazzi
  • Antigone: Roberta Caronia
  • Ismene: Carmelinda Gentile
  • Teseo: Massimo Nicolini
  • Creonte: Maurizio Donadoni
  • Polinice: Giacinto Palmarini
  • India-teatro di Roma
  • Edipo a Colono Regia Mario Martone
  • Scene Mimmo Paladino
  • Costumi Loredana Putignani
  • Luci Pasquale Mari
  • Regista Assistente Andrea De Rosa
  • Regista E Scenografo Assistente Raffaele Di Florio
  • Assistente ai Costumi Youssef Tayamou
  • Con
  • Tony Bertorelli
  • Elena Bucci,
  • Monica Piseddu,
  • Andrea Renzi,
  • Gianfranco Varetto,
  • Valerio Binasco.
  • Coro:
  • Giovanni Calcagno,
  • Davide Compagnone,
  • Francesca Cutolo,
  • Daria De Florian,
  • Raffaele Di Florio,
  • Roberto Latini,
  • Giovanni Ludeno,
  • Maria Grazia Mandruzzato,
  • Maria Teresa Martuscelli,
  • Gianfranco Quero,
  • Mario Raffaele,
  • Salvatore Ragusa.

#SuoniColoriParole: Miss Sarajevo

Miss Sarajevo è l’unico singolo estratto dall’album del 1995 Original Soundtracks 1 degli U2 e Brian Eno, sotto lo pseudonimo Passengers. Luciano Pavarotti canta parte del brano, nel suo stile operistico.
Miss Sarajevo è una delle quattro canzoni tratte da un vero film. Il film in questione, intitolato proprio Miss Sarajevo è un documentario di Bill Carter su una reginetta di bellezza in un concorso tenuto in Jugoslavia. La vincitrice di tale concorso era la diciassettenne Inela Nogic. Nell’inverno 1993 Carter si recò a Sarajevo per offrire aiuti umanitari, ma si trovò bloccato nel cuore di un conflitto e fu costretto a vivere per sei mesi in un edificio semi-distrutto sopravvivendo con scarso cibo e acqua.

Il video prodotto per Miss Sarajevo, diretto da Maurice Linnane unisce filmati tratti dal documentario di Bill Carter (che mostrano la guerra in corso e il concorso di bellezza Miss Sarajevo del 1993), con materiale preso dalle prime esibizioni dei Passengers nel 1995, in occasione del concerto Pavarotti and Friends a Modena. Fra gli spezzoni del documentario di Carter, una delle immagini più significative è senz’altro quella in cui le partecipanti al concorso di bellezza oggetto della canzone mostrano uno striscione recante la frase “don’t let them kill us” (non lasciate che ci uccidano). La stessa immagine è stata utilizzata per la copertina del disco singolo. https://it.wikipedia.org/wiki/Miss_Sarajevo

La cosa più affascinante di Sarajevo è appunto questa testarda urbanità che sopravvive agli inverni, ai cannoni, alle restrizioni alimentari, all’assenza di luce, acqua e gas. Non capisco davvero perché le grandi televisioni mondiali siano andate laggiù a cercare immagini di morte. Non hanno capito nulla. In guerra, la vera immagine di Sarajevo era la vita. Il suo centellinare ogni residuo comfort, il suo attaccamento testardo ai riti di un’antica vita borghese. A due passi dal rancido delle trincee, i teatri funzionavano, la gente sapeva di sapone, le donne mettevano il rossetto e facevano la messa in piega, persino i soldati tornavano dal fronte con una loro pallida, estenuata nobiltà.
Nella moviola della mia mente, Sarajevo è un signore in giacca e cravatta che esce perfettamente sbarbato da un rudere che è casa sua, è il vecchio Mujo Kulenović che aggiusta il tetto della bottega, è un musulmano che in centro quasi si inchina davanti a un parroco cattolico. Sarajevo è una pentola che non ha mai toccato carne di maiale e che nelle case ortodosse e cattoliche è sempre pronta per gli ospiti di religione islamica; è Kanita Fočaka che a trecento metri dalle linee serbe apre una scuola di buone maniere; è una fila di bambini disciplinati che vanno, in mezzo alla guerra, a imparare il bon ton.
(Paolo Rumiz, da “Maschere per un massacro”, Editori Riuniti, Roma 1996)

C'è un tempo per mantenere le distanze
Un tempo per distogliere lo sguardo
C'è un tempo per tener giù la testa
Per proseguire la tua giornata


C'è un tempo per la matita e il rossetto
Un tempo per tagliare i capelli
C'è un tempo per le compere nella via principale
Per trovare il vestito giusto da indossare
Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia - Paolo Rumiz - copertina
Paolo Rumiz – Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia

Un reportage capace di svelare i veri meccanismi della guerra balcanica dietro i fraintendimenti e le mistificazioni. “La guerra mette a nudo la verità degli uomini e insieme la deforma. Ci sono tanti aspetti di questa verità; uno di essi è la cecità generale – cecità delle vittime, degli spettatori (i servizi d’informazione occidentale, oscillanti tra esasperazione, ignoranza o rimozione dell’orrore e fra cinismo e sentimentalismo) e della “grande politica”, che nel libro di Rumiz fa una figura grottesca.” (Claudio Magris). Con una nuova introduzione dell’autore. (Dai Balcani ci viene un insegnamento: ciò che ci trasforma in carne da cannone è palesemente lo stesso imbonimento che ci fa comprare questo o quel detersivo o votare questo o quel partito.)

In una città, Sarajevo, assediata dalla guerra, come si possono incontrare le vite di un giovane viaggiatore, Bill Carter, e del più grande gruppo rock del mondo, gli U2? Quando una tragedia lo colpisce, Bill Carter si trova trascinato nella zona di guerra cercando di ricostruire le rovine della propria vita; inizia così a far parte del gruppo umanitario indipendente “The Serious Road Trip” e, schivando i cecchini, consegna il cibo ai cittadini di Sarajevo che l’ONU e altri gruppi umanitari non possono raggiungere. Diventa amico di artisti, musicisti, attori e insieme a loro lotta per la sopravvivenza in una città, dove cibo e acqua scarseggiano, dove la morte si incontra ogni giorno, ma dove allo stesso tempo la vita, l’amore e le risate riecheggiano nell’aria. Carter, in questo viaggio, riesce ad andare oltre e a superare l’impossibile, compiendo quel passo surreale che lo porterà ad ottenere l’aiuto di una delle band più famose al mondo, gli U2. Miss Sarajevo è la descrizione di tutto ciò e molto di più: è una giostra emozionale che conduce dall’ Alaska a Sarajevo, da Dublino in Arizona e viceversa. Commovente, ma mai sentimentale, è un’irresistibile storia vera di generosità, coraggio e redenzione.

Il libro “Miss Sarajevo” di Bill Carter in uscita il 15 giugno in ...
 Bill Carter – Miss Sarajevo

Inela Nogić (born 1976) became world-famous during the Siege of Sarajevo when she won the 1993 Miss Besieged Sarajevo,[1] which was held in a basement in an effort to avoid the barrage of sniper attacks from Serb militias. Inela Nogić and the other contestants held up a banner that read “Don’t let them kill us”. The pageant was documented by an amateur filmmaker, whose footage director Bill Carter then used in his documentary Miss Sarajevo. The documentary was broadcast internationally, provoking a viewer response that added to the international pressure to end the siege. Footage of the documentary was incorporated into the single “Miss Sarajevo” by the Irish band U2 together with Brian Eno and the Italian opera singer Luciano Pavarotti. Inela Nogić’s picture also featured on the cover of the single, taken during the pageant.

After the war ended, Inela Nogić was invited to the 1997 concert given by U2 in Sarajevo and personally escorted by the band.

As of 1994, she has been living in the Netherlands and is the mother of two.

#LAlberodelleIdeeStorie: Il charleston

Il charleston è un ballo di derivazione jazzistica (che si collega al rag time) diffusosi intorno agli anni venti, prima in America e poi in Europa. Di andamento veloce e brillante, ha ritmo sincopato in 4/4. Il charleston è senza dubbio il più brioso, gaio e scoppiettante ballo dell’epoca moderna. Per la sua struttura, si stacca nettamente da tutti gli altri balli, possedendo una personalità inconfondibile ed inimitabile.

La nascita del Charleston - Artista News

Deve il suo nome alla città di Charleston, nella Carolina del Sud. Divenne popolare negli Stati Uniti nel 1923 grazie alla canzone The Charleston di James P. Johnson. Tutti ricordano la magnifica scena del Gattopardo come qualcosa di più che un semplice giro di valzer, come una delle espressioni di un certo tipo di società. E lo stesso si può dire del celebre Cotton club di Coppola: in questo film lo snodarsi delle vicende è scandito dal ritmo del tip tap e del charleston che fanno da sfondo alla New York dei tempi del proibizionismo. Gli anni venti erano quelli di Al Capone, delle sparatorie tra bande di gangster e dei fumosi club dove spesso, come nel film, qualcuno moriva a ritmo di claquette. Ma erano anche gli anni dell’old jazz, delle donne con il caschetto e i cappellini a cloche, dei primi abiti corti, con la vita bassa e la gonna plissettata, delle grosse Ford dalle quali scendevano le ingioiellate signore che si recavano a ballare il charleston. Tra i balli di derivazione jazzistica in voga in quel periodo il charleston era il più scatenato (il tip tap si sarebbe esteso al grande pubblico solo a partire dagli anni trenta): i movimenti che lo caratterizzavano erano così frenetici e la musica d’accompagnamento così sfrenata che qualcuno malignamente arrivò a definirlo “il ballo degli epilettici”. La carica istintiva della musica jazz, unita all’eccentricità dei passi, dovette infatti sembrare ai benpensanti, più che una liberazione dagli schemi precedenti in nome di una nuova spontaneità, una sorta di delirio collettivo. Non potevano certo immaginare che il charleston era solo il punto di partenza di un’evoluzione del ballo – o meglio, di una rivoluzione – che, nata dall’incontro con la musica afro-americana, avrebbe generato nell’arco di qualche decennio fenomeni quali il boogie woogie e il rock’n’roll.

Stage di Charleston per gli amanti del ballo con special training ...

Il charleston infranse tutte le regole dei balli da sala di provenienza europea. Il suo passo consisteva nel gettare all’esterno le gambe con le punte dei piedi rivolte all’interno cercando di mantenere le ginocchia unite. Seguivano poi sgambettamenti velocissimi, contorsioni, salti, calci e tutto ciò che suggeriva il ritmo fortemente sincopato e swinging della musica jazz, sottolineato dal suono di un nuovo strumento a percussione annesso alla grancassa – spesso poi infatti chiamato charleston – costituito da due piatti di metallo posti uno sopra l’altro. Sembra che i primi a ballare una forma di charleston fossero stati gli scaricatori neri del porto dell’omonima città statunitense (Sud Carolina); si ispiravano ai movimenti che solitamente eseguivano per caricare o scaricare le merci dalle navi. Ma è possibile che questo modo di ballare avesse origini molto più lontane: alcuni studiosi infatti ne riconducono i movimenti di base alle danze propiziatorie delle tribù africane. La brillante idea di portare il nuovo ballo dalle banchine del porto di Charleston ai teatri di mezza America venne all’impresario George White, che nel 1923 lo inserì nel programma della rivista musicale “Runnin’ Wild”. Lo spettacolo, interpretato da una compagnia di artisti neri, fu presentato per la prima volta a Broadway e da lì fece il giro di tutte le città del Sud degli Stati Uniti. Il charleston eseguito dai cantanti-ballerini del “chorus” di White non prevedeva alcun accompagnamento musicale: la scansione ritmica era data dal battito delle mani e da quello dei piedi sul pavimento. Durante lo stesso anno Ned Wayburn, direttore artistico della compagnia di Florenz Ziegfeld, introdusse un numero di charleston in “Follies 1923”, in scena al New Amsterdam Theatre di New York.

Charleston, 1920s | Ballo charleston, Storia della moda, Stile anni 20

Il 1925 fu anche l’anno della diffusione del charleston in Europa. La canzone “Yes sir! That’s my baby”, che allegava al disco i passi e le figure del ballo, fece il giro del mondo; la versione italiana, nota come “Lola, cosa impari a scuola”, scatenò una tale frenesia che il Ministero della guerra vietò agli ufficiali di ballarlo perché inconciliabile con il comportamento dignitoso imposto dalla divisa.

A Parigi la “charleston mania” fu portata dalla “Revue Negre” di N. Sissle, in scena al Théâtre des Champs-Eliséees: nel ruolo di solisti si esibivano Louis Douglas e Joséphine Baker, ormai soprannominata “Venere Nera” per la sua esotica bellezza e per la grande sensualità che emanava. Aggressiva, trasgressiva e al tempo stesso raffinata, ballava e contava a ritmo di “Yes, We Have no Banana” con addosso soltanto un gonnellino di banane. Dopo l’esplosione del charleston a Parigi fu la volta dell’Inghilterra. Nel luglio 1925 il Dancing Times organizzò un “tè danzante” allo scopo di insegnare ai maestri inglesi la tecnica del nuovo ballo. Il riscontro con il pubblico apparve travolgente: gli inglesi furono colti da una frenesia anche maggiore dei parigini. Si ballava per le strade e nelle piazze, spesso provocando ingorghi di traffico; a Londra, nella nota Piccadilly Circus, poteva persino capitare di assistere a esibizioni improvvisate sui tetti delle auto all’insegna dei più frenetici sgambettamenti: il ritmo era quello di “I’d Rather Charleston”, il pezzo più in voga allora. Quando, appeso all’ingresso di molte sale da ballo pubbliche, cominciò a comparire un cartello con la sigla P.C.Q. – “Please Charleston Quite”, nacque il flat charleston, una versione molto più tranquilla. A scagliarsi violentemente contro il nuovo ballo erano in molti – il Daily Mail arrivò persino a definirlo “una reminiscenza dei riti orgiastici dei neri” – ma sicuramente meno di quanti amavano ballarlo: da un lato c’erano i soliti benpensanti che lo condannavano per motivi di pubblica decenza ritenendolo volgare e degenerato; dall’altro c’era chi, avendo a cuore la salute pubblica, fisica e “mentale” dei propri concittadini, lo denunciava in quanto pericoloso per le articolazioni a causa della innaturale posizione del corpo che imponeva ai ballerini. https://it.wikipedia.org/wiki/Charleston_(ballo)

Tè per due (Tea for Two) è un film del 1950 diretto da David Butler e interpretato da Doris DayGordon MacRaeEve ArdenS.Z. Sakall. Nanette è una ragazza molto ricca che prende lezioni di canto e di ballo, aspirando a diventare una star del teatro musicale. Siamo nel 1929 e la crisi di Wall Street è alle porte. Suo zio J. Maxwell Bloomhaus, che finora ha investito molto oculatamente il patrimonio di Nanette, comincia a fare degli investimenti azzardati. Nanette, confidando nei suoi mezzi, decide di finanziare con 25.000 dollari la rivista del produttore Larry Blair che le promette una parte importante nello show.

#LAlberodelleIdeeLuoghi: L’ISOLA DI VIVARA

L’isola di Vivara è una piccola isola del golfo di Napoli, di proprietà privata, appartenente al gruppo delle isole Flegree e posta tra Procida, a cui è unita da un ponte, e Ischia.

L’isola misura circa 0,4 km² e ha un perimetro di circa 3 km con una forma a mezzaluna; il punto più elevato misura 110 metri sul livello del mare ed è situato al centro dell’isolotto.

Vivara è sottoposta alla giurisdizione amministrativa del Comune di Procida, cui è collegata da un ponte non carrozzabile che sostiene la condotta idrica che rifornisce Ischia. È attualmente disabitata ed è una riserva naturale statale. Il suo litorale è inoltre compreso nell’Area marina protetta Regno di Nettuno.

L’isola costituisce il margine occidentale di un cratere vulcanico originatosi circa 55000 anni fa, oggi sommerso, delimitato sul lato orientale dal promontorio di Santa Margherita nell’isola di Procida. Sicuramente ancora in epoca romana Vivara era collegata all’isola di Procida da una stretta falesia, oggi scomparsa, sul lato settentrionale del cratere. Lo specchio d’acqua circolare corrispondente al cratere, compreso tra Vivara e Procida è denominato golfo di Genito.

Il ponte sull'Isola di Vivara è completo: previste visite per l ...

L’esistenza di un centro dell’età del bronzo con frammenti di ceramiche importate dall’Egeo fu accertata dall’archeologo di origine tedesca Giorgio Buchner, negli anni trenta del ‘900. Dal 1975 circa vi si svolgono campagne di scavo, in una prima fase curate dall’Università degli Studi di Roma “Sapienza”. Attualmente le ricerche sono a cura dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Gli scavi hanno documentato numerosi aspetti dell’insediamento databile tra il XVII e il XIV secolo a.C. (aspetti culturali di Punta Mezzogiorno, protoappenninico di Punta d’Alaca, appenninico). Campagne di esplorazione sottomarina hanno inoltre permesso di scoprire tracce di popolamento fino a 6-9 metri di profondità, indice di un abbassamento del suolo databile intorno alla fine dello stesso periodo e riconducibile, molto probabilmente, a dinamiche di bradisismo simili a quelle di altre aree dei Campi Flegrei (vedi Baia). L’isola doveva dunque essere più estesa di quanto sia oggi.

L’intera superficie di Vivara è ricoperta da un tipo di vegetazione spontanea conosciuta come macchia mediterranea, costituita da innumerevoli piante dalle mille tonalità di verde, di un metro e più di altezza, con foglie piccole e coriacee. Questo tipo di formazione vegetale si è affermata su Vivara in seguito all’intenso e prolungato sfruttamento agricolo che aveva quasi completamente distrutto l’originaria vegetazione. Non è difficile ipotizzare quale composizione floristica ci fosse prima che l’isolotto fosse quasi completamente raso al suolo per mettere a coltura la terra con oliveti e vigneti: roverella e leccio dovevano essere le piante che maggiormente si incontravano in questo paesaggio mediterraneo privo, fin dall’epoca micenea, di disturbo antropico, e poi preservato per tutto il settecento, dal punto di vista vegetazionale, grazie alla bramosia di caccia dei Borbone. Ma verso la prima metà dell’ottocento le cose cambiano radicalmente. L’isolotto viene ceduto dalla corona borbonica al Comune di Procida, che a sua volta lo cede in enfiteusi ad un privato il quale mette a coltura la terra con olivi e vigneti. Furono piantate migliaia di ulivi e diverse aree a nord e sud est furono adibite alla coltura della vite. Diverse zone furono ampiamente terrazzate per consentirne la coltivazione e ovviamente furono tagliati ampi tratti di foresta di querce. Il terreno non più protetto dalla copiosa copertura vegetale inevitabilmente perse parte del suo cospicuo spessore e molte zone subirono il dilavamento. Questa situazione si protrasse per tutto l’ottocento e parte del primo novecento. Ma nella seconda metà del novecento, a seguito dell’abbandono dei coltivi, la vegetazione ha la possibilità di ricolonizzare il territorio ampiamente sfruttato e lo fa con i primi elementi colonizzatori tipici della macchia mediterranea: ginestre, cisti e molte leguminose. https://it.wikipedia.org/wiki/Isola_di_Vivara

Procidani e non solo attendevano questo giorno da undici anni. Precisamente dal 2002, da quando l’isolotto di Vivara aveva chiuso ad ogni accesso pubblico, pur essendo  una riserva di stato. Oggi però il vincolo di “off limits” è sempre più debole e si avvicina una riapertura a cittadini e turisti, già dalla settimana di Pasqua. Venerdì 22 è stato ufficializzato un protocollo d’intesa per la sua gestione pubblico-privata, firmato da Maurizio Marinella, l’imprenditore napoletano presidente della riserva, e da Vincenzo Capezzuto, sindaco di Procida. Vivara riaprirà per tre giorni, da sabato 30 marzo a lunedì primo aprile, accogliendo i visitatori (in tre gruppi da 40 persone al giorno, prenotazioni allo 081 810 9259) per percorsi guidati gratuiti. Mediterraneo”. Naturalmente, trattandosi un’area protetta, gli ingressi saranno sempre a numero chiuso, probabilmente pagando una cifra simbolica. Vivara è un esempio unico in Europa di area verde incontaminata e priva di qualsiasi presenza o attività umana (a parte una casina di caccia di epoca borbonica). Tutt’oggi l’accesso è vietato, principalmente a causa di strangolatore burocratiche. (paolo de luca) https://napoli.repubblica.it/cronaca/2013/03/23/foto/riapre_dopo_undici_anni_il_paradiso_di_vivara-55179925/1/

#ascoltando: Sal Nistico e Tullio de Piscopo – Little Italy