Cuori ribelli (Far and Away) film del 1992 diretto da Ron Howard tratto da uno scritto di Howard e Bob Dolman.

Cuori ribelli (Far and Away) è un film del 1992 diretto da Ron Howard, e tratto da uno scritto di Howard e Bob Dolman. Il film ha come interpreti principali Tom Cruise e Nicole Kidman. È stato fotografato nel Super Panavision System 65 da Mikael Salomon, con una colonna sonora di John Williams.

Cruise e Kidman interpretano alcuni immigranti irlandesi alla ricerca della loro fortuna nell’America del 1890, prendendo alla fine parte alla Corsa alla terra del 1893. È stato presentato fuori concorso al 45º Festival di Cannes. Alcuni spezzoni del film sono stati impiegati nel video musicale del brano Book of Days di Enya.

In Irlanda, la casa della famiglia di Joseph Donnelly viene bruciata dagli uomini del suo padrone di casa per non aver pagato gli affitti. Giurando vendetta, Joseph tenta di uccidere il padrone di casa, ma conosce la figlia, Shannon, intenta a ribellarsi alle tradizioni di famiglia e fuggire in America. I due decidono di fuggire insieme. Su unUna sera, Joseph va al club di Kelly e scopre Shannon sul palco come una ballerina di burlesque. Mentre cerca di interrompere il ballo, Joseph viene circondato da alcuni ammiratori che lo invitano ad un incontro di boxe con una somma di 200 dollari. Joseph, convinto da Shannon, accetta l’incontro ma durante la lotta viene distratto da uomini che tentano di abusare di Shannon e per questo viene sconfitto e cacciato dal club insieme a Shannon ed anche dall’alloggio.a nave, Shannon e Joseph conoscono il signor McGuire, che cerca di aiutarli a rivendere i cucchiai d’argento che Shannon aveva portato con sé. Arrivati a Boston, McGuire viene ucciso e i cucchiai rubati. Joseph e Shannon fuggono ed incontrano un operaio, Kelly, leader della comunità di immigrati irlandesi, che trova loro un alloggio e dei posti di lavoro, ma purtroppo i due sono costretti a condividere l’unica stanza rimasta; per evitare uno scandalo, Joseph dice che Shannon è sua sorella.

Nei giorni passati, Joseph e Shannon iniziano ad essere attratti l’un l’altro ma entrambi respingono i propri sentimenti. Joseph viene introdotto in un club di boxe diventandone un idolo. Intanto in Irlanda, la casa dei Christie viene bruciata e la famiglia decide di emigrare in America per ritrovare la loro figlia Shannon. Finiti per la strada e senza un soldo, Joseph e Shannon entrano infreddoliti in un casa che sembra abbandonata; lì mangiano e si scaldano e si dichiarano i sentimenti, ma arriva il proprietario della casa; Shannon e Joseph riescono a fuggire, ma Shannon rimane ferita per un colpo di fucile alla spalla. Joseph porta Shannon in una casa, per cercare aiuto, e arriva presso la casa della famiglia dei Christie, giunti in America e si allontana senza riuscire a dichiararle i suoi sentimenti. Joseph trova lavoro presso una ferrovia abbandonando il suo sogno di possedere la terra. Un giorno fugge e va in Oklahoma per rivendicare il suo diritto sulla terra. Qui ritrova Shannon e il suo promesso sposo Stephen, geloso delle sue attenzioni per Shannon e disposto ad ucciderlo. La notte precedente alla corsa per la conquista della terra, il cavallo di Joseph muore e lui ne prende un altro che riesce a prevalere sugli altri, dopo aver scoperto che Stephen aveva imbrogliato controllando illegalmente il territorio prima della gara. it.wikipedia.org

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Riconoscimenti
Recensione Cuori ribelli - Everyeye Cinema

EDIPO A COLONO di SOFOCLE.

Edipo a Colono (in greco antico: Oἰδίπoυς ἐπὶ Κολωνῷ, Oidìpus epì Kolōnō) è una tragedia scritta da Sofocle e rappresentata postuma nel 401 a.C. L’opera viene a volte indicata anche come Edipo coloneo o Edipo secondo, in quanto costituisce la prosecuzione della vicenda raccontata dallo stesso Sofocle nell’Edipo re. La storia collettiva della famiglia di Edipo viene chiamata saga dei Labdacidi.

Edipo, ormai mendico e cieco, nel suo vagabondare insieme alla figlia Antigone, arriva a Colono, un sobborgo nei pressi di Atene, in obbedienza ad un’antica profezia che diceva che lì sarebbero terminati i suoi giorni. Gli abitanti del luogo, conosciuta la sua identità, vorrebbero allontanarlo, ma il re di Atene, Teseo, gli accorda ospitalità e protezione. A questo punto Edipo rivela a Teseo che quando i Tebani diverranno nemici degli Ateniesi la sua tomba preserverà i confini dell’Attica.

L’altra figlia, Ismene, li raggiunge portando la notizia dello scontro fra i fratelli Eteocle e Polinice, anch’essi figli di Edipo. Secondo un oracolo la vittoria sarebbe arrisa a quello dei fratelli che fosse riuscito ad assicurarsi l’appoggio paterno. Arriva anche Creonte, re di Tebe, per convincere Edipo a tornare in patria ma, visto il rifiuto di quest’ultimo, Creonte prende in ostaggio le figlie, che vengono però messe in salvo da Teseo. Giunge poi Polinice nel tentativo di ingraziarsi le simpatie del padre, ma viene scacciato da Edipo. Infine si manifestano una serie di prodigi divini che fanno capire ad Edipo che la sua fine è vicina.

Egli viene accompagnato da Teseo in un boschetto sacro alle Eumenidi e lì sparisce per volontà degli dei, dopo aver predetto al re di Atene lunga prosperità per la sua città. Antigone e Ismene vorrebbero correre a vedere il luogo in cui il loro padre ora riposa ma Teseo le ferma: a nessuno è lecito accostarsi a quel luogo. Le due sorelle si preparano allora a fare rientro a Tebe.

Giunge a conclusione la vicenda umana di Edipo, un re che aveva conosciuto grandi glorie e ancor più grandi sventure. Aveva ottenuto il trono grazie ad un’impresa mai riuscita ad altre persone: aveva risposto correttamente all’enigma posto dalla Sfinge. Edipo era dunque un re carismatico, illuminato e rispettato, ma senza sua colpa perse tutto quanto aveva ottenuto, perché si seppe che, sia pure senza saperlo, aveva ucciso il proprio padre Laio, per poi procreare figli con Giocasta, la propria madre. Edipo diventò dunque in breve tempo un mendicante in esilio, cieco e disprezzato da tutti.[1] Con l’Edipo a Colono quel cieco, che aveva subito le peggiori sventure senza averne colpa, viene alla fine riabilitato, poiché la sua sparizione nel boschetto di Colono significa in primis la sua trasformazione in un prescelto, un eroe protettore della città.

«Non nascere, ecco la cosa migliore, e se si nasce, tornare presto là da dove si è giunti. Quando passa la giovinezza con le sue lievi follie, quale pena mai manca? Invidie, lotte, battaglie, contese, sangue, e infine, spregiata e odiosa a tutti, la vecchiaia»
(Sofocle, Edipo a Colono, vv. 1224-1237)
EDIPO
Figlia, sono spento, grigio. Antigone, in che spazi siamo? C'è vita, case, di che gente? 
Chi s'aprirà a Edipo perso nello spazio, gli regalerà qualcosa, oggi, una miseria? 
Pretende molto poco, e trova sempre meno. Ma mi sfamo, e vivo. La pazienza! 
Mi fa scuola il mio soffrire, questo impasto d'anni interminabili. Poi, il mio spirito. 
Figlia, se vedi da fermarci, vicino a passi d'uomo, o a cerchio magico di dèi, fammi riposare, quieto. 
Voglio domandare dove siamo. Dobbiamo avere certezze, qui, noi pellegrini da gente della terra. 
Ci risponderanno, credo, e noi eseguiremo.
ANTIGONE
Sei sfinito, padre. Laggiù: torri, diadema d'una rocca. M'appaiono, molto in lontananza. 
Questo spazio è santo. È una sensazione, viva. Bosco acceso d'alloro, d'ulivi, di grappoli. 
Racchiude fascio d'ali, note musicali d'usignoli. Chì nati, seduto, guarda: qui, sul sasso scabro. 
Ti sei spinto troppo avanti, per un vecchio.
EDIPO
Sì , fammi stare fermo. Custodisci questo cieco.
ANTIGONE
Ho anni d'esperienza. Non sono scolaretta, in questo.
EDIPO
Bene. Fammi da maestra. Dov'è la nostra tappa?
ANTIGONE
So ch'è Atene, questo sì . Ma il punto, no.
EDIPO
Ce l'hanno ripetuto, per la strada, a ogni incontro.
ANTIGONE
La località precisa? Vuoi che mi muova, e chieda?
EDIPO
Sì , Antigone, se c'è vita, qualche casa.
ANTIGONE
C'è gente, non ho dubbi. Anzi, non devo più cercare. 
Arriva una persona. Eccolo, lo vedo.
ANTIGONE
Davanti a te. Hai le domande sulle labbra. Esprimile: la persona è qui.
EDIPO
Uomo, amico, lei mi sta dicendo, lei che fa da vivo occhio anche per me, ch'è una fortuna questo tuo apparire, 
faro nostro, a illuminare con parole il nostro buio...
UOMO
Prima di scrutarmi, interrogarmi, staccati dal sasso. Occupi spazio dove passo d'uomo è una bestemmia.
EDIPO
Quale spazio? Vive un culto? A quale dio?
UOMO
Spazio vergine, e senza vita. Possesso delle dee dell'incubo, creature di Terra e cieco Nero.
EDIPO
Quali dee? Che sovrumano nome, udendolo da te, potrò supplicare?
UOMO
Cosmici occhi! Benevole, è il nome che corre. Almeno da noi. Altre terre, altre lodi.
EDIPO
S'aprano sorridenti al pellegrino! Qui è la mia meta. Non mi staccherò, credo, più.
UOMO
Cosa? Che vuoi dire?
EDIPO
Combacia, la vicenda mia!
UOMO
Ah non ho la forza di strapparti, senza sentire la mia gente. 
Devo denunciare la tua decisione.
EDIPO
Uomo, ti scongiuro, non cancellarmi. Brancolo, vedi. 
Non puoi non farmi luce, in quello che ti chiedo a mani giunte.
UOMO
Spiegati meglio. Non voglio certo umiliarti, ah, non io.
EDIPO
Che luogo è questo, meta del mio andare?
UOMO
Ciò che so dominerai tu pure. Ascolta. Spazio divino, questo dove sei, interamente. 
L'abita, sovrumano, Posidone: racchiude Prometeo titano, con in pugno fiamme. 
La zona che calpesti ha nome "passi di metallo", entrata del paese. E pilastro d'Atene! 
E questo cerchio di poderi ha un vanto: Colono dei cavalli è la radice primitiva, e un nome solo, 
il suo, li unisce e li distingue. 
Sai il luogo, ora: prezioso non di versi, di parole, piuttosto di contatto umano.
EDIPO
Contatti... C'è vita, allora, gente, in queste terre?

  • Teatro Greco di Siracusa, XLV Ciclo di Rappresentazioni Classiche.
  • EDIPO A COLONO di SOFOCLE.
  • Traduzione: Giovanni Cerri
  • Regia: Daniele Salvo
  • Impianto scenico: Massimiliano e Doriana Fuksas
  • Interpreti
  • Edipo: Giorgio Albertazzi
  • Antigone: Roberta Caronia
  • Ismene: Carmelinda Gentile
  • Teseo: Massimo Nicolini
  • Creonte: Maurizio Donadoni
  • Polinice: Giacinto Palmarini
  • India-teatro di Roma
  • Edipo a Colono Regia Mario Martone
  • Scene Mimmo Paladino
  • Costumi Loredana Putignani
  • Luci Pasquale Mari
  • Regista Assistente Andrea De Rosa
  • Regista E Scenografo Assistente Raffaele Di Florio
  • Assistente ai Costumi Youssef Tayamou
  • Con
  • Tony Bertorelli
  • Elena Bucci,
  • Monica Piseddu,
  • Andrea Renzi,
  • Gianfranco Varetto,
  • Valerio Binasco.
  • Coro:
  • Giovanni Calcagno,
  • Davide Compagnone,
  • Francesca Cutolo,
  • Daria De Florian,
  • Raffaele Di Florio,
  • Roberto Latini,
  • Giovanni Ludeno,
  • Maria Grazia Mandruzzato,
  • Maria Teresa Martuscelli,
  • Gianfranco Quero,
  • Mario Raffaele,
  • Salvatore Ragusa.

#SuoniColoriParole: Miss Sarajevo

Miss Sarajevo è l’unico singolo estratto dall’album del 1995 Original Soundtracks 1 degli U2 e Brian Eno, sotto lo pseudonimo Passengers. Luciano Pavarotti canta parte del brano, nel suo stile operistico.
Miss Sarajevo è una delle quattro canzoni tratte da un vero film. Il film in questione, intitolato proprio Miss Sarajevo è un documentario di Bill Carter su una reginetta di bellezza in un concorso tenuto in Jugoslavia. La vincitrice di tale concorso era la diciassettenne Inela Nogic. Nell’inverno 1993 Carter si recò a Sarajevo per offrire aiuti umanitari, ma si trovò bloccato nel cuore di un conflitto e fu costretto a vivere per sei mesi in un edificio semi-distrutto sopravvivendo con scarso cibo e acqua.

Il video prodotto per Miss Sarajevo, diretto da Maurice Linnane unisce filmati tratti dal documentario di Bill Carter (che mostrano la guerra in corso e il concorso di bellezza Miss Sarajevo del 1993), con materiale preso dalle prime esibizioni dei Passengers nel 1995, in occasione del concerto Pavarotti and Friends a Modena. Fra gli spezzoni del documentario di Carter, una delle immagini più significative è senz’altro quella in cui le partecipanti al concorso di bellezza oggetto della canzone mostrano uno striscione recante la frase “don’t let them kill us” (non lasciate che ci uccidano). La stessa immagine è stata utilizzata per la copertina del disco singolo. https://it.wikipedia.org/wiki/Miss_Sarajevo

La cosa più affascinante di Sarajevo è appunto questa testarda urbanità che sopravvive agli inverni, ai cannoni, alle restrizioni alimentari, all’assenza di luce, acqua e gas. Non capisco davvero perché le grandi televisioni mondiali siano andate laggiù a cercare immagini di morte. Non hanno capito nulla. In guerra, la vera immagine di Sarajevo era la vita. Il suo centellinare ogni residuo comfort, il suo attaccamento testardo ai riti di un’antica vita borghese. A due passi dal rancido delle trincee, i teatri funzionavano, la gente sapeva di sapone, le donne mettevano il rossetto e facevano la messa in piega, persino i soldati tornavano dal fronte con una loro pallida, estenuata nobiltà.
Nella moviola della mia mente, Sarajevo è un signore in giacca e cravatta che esce perfettamente sbarbato da un rudere che è casa sua, è il vecchio Mujo Kulenović che aggiusta il tetto della bottega, è un musulmano che in centro quasi si inchina davanti a un parroco cattolico. Sarajevo è una pentola che non ha mai toccato carne di maiale e che nelle case ortodosse e cattoliche è sempre pronta per gli ospiti di religione islamica; è Kanita Fočaka che a trecento metri dalle linee serbe apre una scuola di buone maniere; è una fila di bambini disciplinati che vanno, in mezzo alla guerra, a imparare il bon ton.
(Paolo Rumiz, da “Maschere per un massacro”, Editori Riuniti, Roma 1996)

C'è un tempo per mantenere le distanze
Un tempo per distogliere lo sguardo
C'è un tempo per tener giù la testa
Per proseguire la tua giornata


C'è un tempo per la matita e il rossetto
Un tempo per tagliare i capelli
C'è un tempo per le compere nella via principale
Per trovare il vestito giusto da indossare
Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia - Paolo Rumiz - copertina
Paolo Rumiz – Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia

Un reportage capace di svelare i veri meccanismi della guerra balcanica dietro i fraintendimenti e le mistificazioni. “La guerra mette a nudo la verità degli uomini e insieme la deforma. Ci sono tanti aspetti di questa verità; uno di essi è la cecità generale – cecità delle vittime, degli spettatori (i servizi d’informazione occidentale, oscillanti tra esasperazione, ignoranza o rimozione dell’orrore e fra cinismo e sentimentalismo) e della “grande politica”, che nel libro di Rumiz fa una figura grottesca.” (Claudio Magris). Con una nuova introduzione dell’autore. (Dai Balcani ci viene un insegnamento: ciò che ci trasforma in carne da cannone è palesemente lo stesso imbonimento che ci fa comprare questo o quel detersivo o votare questo o quel partito.)

In una città, Sarajevo, assediata dalla guerra, come si possono incontrare le vite di un giovane viaggiatore, Bill Carter, e del più grande gruppo rock del mondo, gli U2? Quando una tragedia lo colpisce, Bill Carter si trova trascinato nella zona di guerra cercando di ricostruire le rovine della propria vita; inizia così a far parte del gruppo umanitario indipendente “The Serious Road Trip” e, schivando i cecchini, consegna il cibo ai cittadini di Sarajevo che l’ONU e altri gruppi umanitari non possono raggiungere. Diventa amico di artisti, musicisti, attori e insieme a loro lotta per la sopravvivenza in una città, dove cibo e acqua scarseggiano, dove la morte si incontra ogni giorno, ma dove allo stesso tempo la vita, l’amore e le risate riecheggiano nell’aria. Carter, in questo viaggio, riesce ad andare oltre e a superare l’impossibile, compiendo quel passo surreale che lo porterà ad ottenere l’aiuto di una delle band più famose al mondo, gli U2. Miss Sarajevo è la descrizione di tutto ciò e molto di più: è una giostra emozionale che conduce dall’ Alaska a Sarajevo, da Dublino in Arizona e viceversa. Commovente, ma mai sentimentale, è un’irresistibile storia vera di generosità, coraggio e redenzione.

Il libro “Miss Sarajevo” di Bill Carter in uscita il 15 giugno in ...
 Bill Carter – Miss Sarajevo

Inela Nogić (born 1976) became world-famous during the Siege of Sarajevo when she won the 1993 Miss Besieged Sarajevo,[1] which was held in a basement in an effort to avoid the barrage of sniper attacks from Serb militias. Inela Nogić and the other contestants held up a banner that read “Don’t let them kill us”. The pageant was documented by an amateur filmmaker, whose footage director Bill Carter then used in his documentary Miss Sarajevo. The documentary was broadcast internationally, provoking a viewer response that added to the international pressure to end the siege. Footage of the documentary was incorporated into the single “Miss Sarajevo” by the Irish band U2 together with Brian Eno and the Italian opera singer Luciano Pavarotti. Inela Nogić’s picture also featured on the cover of the single, taken during the pageant.

After the war ended, Inela Nogić was invited to the 1997 concert given by U2 in Sarajevo and personally escorted by the band.

As of 1994, she has been living in the Netherlands and is the mother of two.

#LAlberodelleIdeeStorie: Il charleston

Il charleston è un ballo di derivazione jazzistica (che si collega al rag time) diffusosi intorno agli anni venti, prima in America e poi in Europa. Di andamento veloce e brillante, ha ritmo sincopato in 4/4. Il charleston è senza dubbio il più brioso, gaio e scoppiettante ballo dell’epoca moderna. Per la sua struttura, si stacca nettamente da tutti gli altri balli, possedendo una personalità inconfondibile ed inimitabile.

La nascita del Charleston - Artista News

Deve il suo nome alla città di Charleston, nella Carolina del Sud. Divenne popolare negli Stati Uniti nel 1923 grazie alla canzone The Charleston di James P. Johnson. Tutti ricordano la magnifica scena del Gattopardo come qualcosa di più che un semplice giro di valzer, come una delle espressioni di un certo tipo di società. E lo stesso si può dire del celebre Cotton club di Coppola: in questo film lo snodarsi delle vicende è scandito dal ritmo del tip tap e del charleston che fanno da sfondo alla New York dei tempi del proibizionismo. Gli anni venti erano quelli di Al Capone, delle sparatorie tra bande di gangster e dei fumosi club dove spesso, come nel film, qualcuno moriva a ritmo di claquette. Ma erano anche gli anni dell’old jazz, delle donne con il caschetto e i cappellini a cloche, dei primi abiti corti, con la vita bassa e la gonna plissettata, delle grosse Ford dalle quali scendevano le ingioiellate signore che si recavano a ballare il charleston. Tra i balli di derivazione jazzistica in voga in quel periodo il charleston era il più scatenato (il tip tap si sarebbe esteso al grande pubblico solo a partire dagli anni trenta): i movimenti che lo caratterizzavano erano così frenetici e la musica d’accompagnamento così sfrenata che qualcuno malignamente arrivò a definirlo “il ballo degli epilettici”. La carica istintiva della musica jazz, unita all’eccentricità dei passi, dovette infatti sembrare ai benpensanti, più che una liberazione dagli schemi precedenti in nome di una nuova spontaneità, una sorta di delirio collettivo. Non potevano certo immaginare che il charleston era solo il punto di partenza di un’evoluzione del ballo – o meglio, di una rivoluzione – che, nata dall’incontro con la musica afro-americana, avrebbe generato nell’arco di qualche decennio fenomeni quali il boogie woogie e il rock’n’roll.

Stage di Charleston per gli amanti del ballo con special training ...

Il charleston infranse tutte le regole dei balli da sala di provenienza europea. Il suo passo consisteva nel gettare all’esterno le gambe con le punte dei piedi rivolte all’interno cercando di mantenere le ginocchia unite. Seguivano poi sgambettamenti velocissimi, contorsioni, salti, calci e tutto ciò che suggeriva il ritmo fortemente sincopato e swinging della musica jazz, sottolineato dal suono di un nuovo strumento a percussione annesso alla grancassa – spesso poi infatti chiamato charleston – costituito da due piatti di metallo posti uno sopra l’altro. Sembra che i primi a ballare una forma di charleston fossero stati gli scaricatori neri del porto dell’omonima città statunitense (Sud Carolina); si ispiravano ai movimenti che solitamente eseguivano per caricare o scaricare le merci dalle navi. Ma è possibile che questo modo di ballare avesse origini molto più lontane: alcuni studiosi infatti ne riconducono i movimenti di base alle danze propiziatorie delle tribù africane. La brillante idea di portare il nuovo ballo dalle banchine del porto di Charleston ai teatri di mezza America venne all’impresario George White, che nel 1923 lo inserì nel programma della rivista musicale “Runnin’ Wild”. Lo spettacolo, interpretato da una compagnia di artisti neri, fu presentato per la prima volta a Broadway e da lì fece il giro di tutte le città del Sud degli Stati Uniti. Il charleston eseguito dai cantanti-ballerini del “chorus” di White non prevedeva alcun accompagnamento musicale: la scansione ritmica era data dal battito delle mani e da quello dei piedi sul pavimento. Durante lo stesso anno Ned Wayburn, direttore artistico della compagnia di Florenz Ziegfeld, introdusse un numero di charleston in “Follies 1923”, in scena al New Amsterdam Theatre di New York.

Charleston, 1920s | Ballo charleston, Storia della moda, Stile anni 20

Il 1925 fu anche l’anno della diffusione del charleston in Europa. La canzone “Yes sir! That’s my baby”, che allegava al disco i passi e le figure del ballo, fece il giro del mondo; la versione italiana, nota come “Lola, cosa impari a scuola”, scatenò una tale frenesia che il Ministero della guerra vietò agli ufficiali di ballarlo perché inconciliabile con il comportamento dignitoso imposto dalla divisa.

A Parigi la “charleston mania” fu portata dalla “Revue Negre” di N. Sissle, in scena al Théâtre des Champs-Eliséees: nel ruolo di solisti si esibivano Louis Douglas e Joséphine Baker, ormai soprannominata “Venere Nera” per la sua esotica bellezza e per la grande sensualità che emanava. Aggressiva, trasgressiva e al tempo stesso raffinata, ballava e contava a ritmo di “Yes, We Have no Banana” con addosso soltanto un gonnellino di banane. Dopo l’esplosione del charleston a Parigi fu la volta dell’Inghilterra. Nel luglio 1925 il Dancing Times organizzò un “tè danzante” allo scopo di insegnare ai maestri inglesi la tecnica del nuovo ballo. Il riscontro con il pubblico apparve travolgente: gli inglesi furono colti da una frenesia anche maggiore dei parigini. Si ballava per le strade e nelle piazze, spesso provocando ingorghi di traffico; a Londra, nella nota Piccadilly Circus, poteva persino capitare di assistere a esibizioni improvvisate sui tetti delle auto all’insegna dei più frenetici sgambettamenti: il ritmo era quello di “I’d Rather Charleston”, il pezzo più in voga allora. Quando, appeso all’ingresso di molte sale da ballo pubbliche, cominciò a comparire un cartello con la sigla P.C.Q. – “Please Charleston Quite”, nacque il flat charleston, una versione molto più tranquilla. A scagliarsi violentemente contro il nuovo ballo erano in molti – il Daily Mail arrivò persino a definirlo “una reminiscenza dei riti orgiastici dei neri” – ma sicuramente meno di quanti amavano ballarlo: da un lato c’erano i soliti benpensanti che lo condannavano per motivi di pubblica decenza ritenendolo volgare e degenerato; dall’altro c’era chi, avendo a cuore la salute pubblica, fisica e “mentale” dei propri concittadini, lo denunciava in quanto pericoloso per le articolazioni a causa della innaturale posizione del corpo che imponeva ai ballerini. https://it.wikipedia.org/wiki/Charleston_(ballo)

Tè per due (Tea for Two) è un film del 1950 diretto da David Butler e interpretato da Doris DayGordon MacRaeEve ArdenS.Z. Sakall. Nanette è una ragazza molto ricca che prende lezioni di canto e di ballo, aspirando a diventare una star del teatro musicale. Siamo nel 1929 e la crisi di Wall Street è alle porte. Suo zio J. Maxwell Bloomhaus, che finora ha investito molto oculatamente il patrimonio di Nanette, comincia a fare degli investimenti azzardati. Nanette, confidando nei suoi mezzi, decide di finanziare con 25.000 dollari la rivista del produttore Larry Blair che le promette una parte importante nello show.

#LAlberodelleIdeeLuoghi: L’ISOLA DI VIVARA

L’isola di Vivara è una piccola isola del golfo di Napoli, di proprietà privata, appartenente al gruppo delle isole Flegree e posta tra Procida, a cui è unita da un ponte, e Ischia.

L’isola misura circa 0,4 km² e ha un perimetro di circa 3 km con una forma a mezzaluna; il punto più elevato misura 110 metri sul livello del mare ed è situato al centro dell’isolotto.

Vivara è sottoposta alla giurisdizione amministrativa del Comune di Procida, cui è collegata da un ponte non carrozzabile che sostiene la condotta idrica che rifornisce Ischia. È attualmente disabitata ed è una riserva naturale statale. Il suo litorale è inoltre compreso nell’Area marina protetta Regno di Nettuno.

L’isola costituisce il margine occidentale di un cratere vulcanico originatosi circa 55000 anni fa, oggi sommerso, delimitato sul lato orientale dal promontorio di Santa Margherita nell’isola di Procida. Sicuramente ancora in epoca romana Vivara era collegata all’isola di Procida da una stretta falesia, oggi scomparsa, sul lato settentrionale del cratere. Lo specchio d’acqua circolare corrispondente al cratere, compreso tra Vivara e Procida è denominato golfo di Genito.

Il ponte sull'Isola di Vivara è completo: previste visite per l ...

L’esistenza di un centro dell’età del bronzo con frammenti di ceramiche importate dall’Egeo fu accertata dall’archeologo di origine tedesca Giorgio Buchner, negli anni trenta del ‘900. Dal 1975 circa vi si svolgono campagne di scavo, in una prima fase curate dall’Università degli Studi di Roma “Sapienza”. Attualmente le ricerche sono a cura dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Gli scavi hanno documentato numerosi aspetti dell’insediamento databile tra il XVII e il XIV secolo a.C. (aspetti culturali di Punta Mezzogiorno, protoappenninico di Punta d’Alaca, appenninico). Campagne di esplorazione sottomarina hanno inoltre permesso di scoprire tracce di popolamento fino a 6-9 metri di profondità, indice di un abbassamento del suolo databile intorno alla fine dello stesso periodo e riconducibile, molto probabilmente, a dinamiche di bradisismo simili a quelle di altre aree dei Campi Flegrei (vedi Baia). L’isola doveva dunque essere più estesa di quanto sia oggi.

L’intera superficie di Vivara è ricoperta da un tipo di vegetazione spontanea conosciuta come macchia mediterranea, costituita da innumerevoli piante dalle mille tonalità di verde, di un metro e più di altezza, con foglie piccole e coriacee. Questo tipo di formazione vegetale si è affermata su Vivara in seguito all’intenso e prolungato sfruttamento agricolo che aveva quasi completamente distrutto l’originaria vegetazione. Non è difficile ipotizzare quale composizione floristica ci fosse prima che l’isolotto fosse quasi completamente raso al suolo per mettere a coltura la terra con oliveti e vigneti: roverella e leccio dovevano essere le piante che maggiormente si incontravano in questo paesaggio mediterraneo privo, fin dall’epoca micenea, di disturbo antropico, e poi preservato per tutto il settecento, dal punto di vista vegetazionale, grazie alla bramosia di caccia dei Borbone. Ma verso la prima metà dell’ottocento le cose cambiano radicalmente. L’isolotto viene ceduto dalla corona borbonica al Comune di Procida, che a sua volta lo cede in enfiteusi ad un privato il quale mette a coltura la terra con olivi e vigneti. Furono piantate migliaia di ulivi e diverse aree a nord e sud est furono adibite alla coltura della vite. Diverse zone furono ampiamente terrazzate per consentirne la coltivazione e ovviamente furono tagliati ampi tratti di foresta di querce. Il terreno non più protetto dalla copiosa copertura vegetale inevitabilmente perse parte del suo cospicuo spessore e molte zone subirono il dilavamento. Questa situazione si protrasse per tutto l’ottocento e parte del primo novecento. Ma nella seconda metà del novecento, a seguito dell’abbandono dei coltivi, la vegetazione ha la possibilità di ricolonizzare il territorio ampiamente sfruttato e lo fa con i primi elementi colonizzatori tipici della macchia mediterranea: ginestre, cisti e molte leguminose. https://it.wikipedia.org/wiki/Isola_di_Vivara

Procidani e non solo attendevano questo giorno da undici anni. Precisamente dal 2002, da quando l’isolotto di Vivara aveva chiuso ad ogni accesso pubblico, pur essendo  una riserva di stato. Oggi però il vincolo di “off limits” è sempre più debole e si avvicina una riapertura a cittadini e turisti, già dalla settimana di Pasqua. Venerdì 22 è stato ufficializzato un protocollo d’intesa per la sua gestione pubblico-privata, firmato da Maurizio Marinella, l’imprenditore napoletano presidente della riserva, e da Vincenzo Capezzuto, sindaco di Procida. Vivara riaprirà per tre giorni, da sabato 30 marzo a lunedì primo aprile, accogliendo i visitatori (in tre gruppi da 40 persone al giorno, prenotazioni allo 081 810 9259) per percorsi guidati gratuiti. Mediterraneo”. Naturalmente, trattandosi un’area protetta, gli ingressi saranno sempre a numero chiuso, probabilmente pagando una cifra simbolica. Vivara è un esempio unico in Europa di area verde incontaminata e priva di qualsiasi presenza o attività umana (a parte una casina di caccia di epoca borbonica). Tutt’oggi l’accesso è vietato, principalmente a causa di strangolatore burocratiche. (paolo de luca) https://napoli.repubblica.it/cronaca/2013/03/23/foto/riapre_dopo_undici_anni_il_paradiso_di_vivara-55179925/1/

#ascoltando: Sal Nistico e Tullio de Piscopo – Little Italy

#LAlberodelleIdeeLuoghi: L’arcipelago delle Sporadi Meridionali

L’arcipelago delle Sporadi Meridionali è un gruppo di isole situate nel mar Egeo, in Grecia di fronte alle coste turche.

Le Sporadi Meridionali appartengono alle isole greche.

Le isole principali sono Samo, Icaria e le isole del Dodecaneso (Rodi, Coo, Scarpanto, Calimno, Lero, Stampalia, Patmo, Caso, Nisiro, Piscopi, Calchi, Simi, Castelrosso e Alinnia).

Samo è la patria di Epicuro, Aristarco, Pitagora ed Escrione. Vi soggiornarono Anacreonte ospite di Policrate II e Ibico ospite di Policrate I

L’espressione portare vasi a Samo significa fare una cosa inutile dato che a Samo vi era una grande produzione di vasi FOTO: La spiaggia di Psalida

Rodi, dal greco Ῥόδος (pronuncia: Rhòdos), è la più grande delle isole del Dodecaneso e la più orientale delle maggiori isole dell’Egeo; il versante sudorientale è bagnato dal Mar di Levante. Storicamente, era famosa per il Colosso di Rodi, statua del dio Helios, una delle sette meraviglie del mondo antico. La città medievale è considerata patrimonio dell’umanità.

Prassonissi, dove si incontrano Mar Mediterraneo e Mar Egeo

Petaloudes, in italiano nota come: Valle delle Farfalle (in greco Πεταλούδες, che significa appunto “farfalle”), è un comune della Grecia nella periferia dell’Egeo Meridionale (unità periferica di Rodi) con 12.133 abitanti al censimento 2001

Petaloudes – Veduta

Stampalia (in greco Αστυπάλαια, Astypalaia, probabilmente dall’espressione άστυ + παλαιός, àstu + palaiòs, vale a dire “città antica”) è un’isola dell’Egeo. È l’isola più occidentale del Dodecaneso. Geograficamente e storicamente è anche considerata parte delle Cicladi. L’isola costituisce un comune della periferia dell’Egeo Meridionale (unità periferica di Kalymnos) con 1.238 abitanti al censimento 2001. Chora è il centro maggiore, costruita ad anfiteatro intorno alla collina su cui sorge il castello veneziano. Ha un aspetto tipicamente cicladico con candide case e qualche mulino a vento. Chora è il centro maggiore, costruita ad anfiteatro intorno alla collina su cui sorge il castello veneziano. Ha un aspetto tipicamente cicladico con candide case e qualche mulino a vento.

Nisiro è contornata da alcune isolette che formano un arcipelago in miniatura, da cui spicca Gyali. L’isola è in massima parte montuosa. Le sue coste rocciose ospitano litorali fatti di ciottoli neri e ghiaia con qualche rara eccezione. L’antico nome dell’isola era Porfiris. Una voce importante nell’economia locale è l’estrazione della pietra pomice nell’isoletta di Gyali. Palaiocastro è l’acropoli dell’antica città di Nisiro a poca distanza dal porto di Mandraki con resti di mura ciclopiche costruite con materiale lavico. Alcuni dei reperti si trovano nel municipio di Mandraki.

Píscopi (dal greco Episkopi, Επισκοπή; in greco antico e moderno Τήλος, Tilos), è un’isola dell’Egeo appartenente geograficamente al Dodecaneso. L’isola ha subito un progressivo decremento demografico dagli anni seguenti la II guerra mondiale. A quei tempi contava 2500 abitanti e 9 villaggi. Oggi conta solo due centri abitati. I suoi abitanti non hanno mai praticato la pesca preferendo dedicarsi a lavori agricoli.

Simi (in greco Σύμη, Symi), detta Sime nell’antichità, è un’isola greca del Mar Egeo nell’arcipelago del Dodecaneso, situata 41 km a nord dalle coste dell’isola di Rodi, si estende su una superficie di 58,1 km². L’isola conserva oltre trecento tra monasteri e chiese. Le chiese più importanti sono: Profeta Elias, San Giovanni di Tsagkrias, San Procopio, Madonna Myrtariotissa, Roukouniotis, Santa Marina e il Monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis.  https://it.wikipedia.org/wiki/Sporadi

#ascoltando: Breathe – Douglas Spotted Eagle

#LAlberodelleIdeeLuoghi: Ratisbona

Ratisbona (in tedescoRegensburg, in bavareseRengschburg, letteralmente: «fortezza sul Regen», in cecoŘezno) è una città extracircondariale della Baviera.

Dal 13 luglio 2006 il centro storico della città fa parte del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

Ratisbona sorge nella parte centrale della Baviera (sud est della Germania), nell’alto corso del Danubio presso la confluenza con il suo affluente Regen, a breve distanza dai rilievi della Selva Bavarese e della Selva Boema a est e del Giura francone a nordovest; sorge a una quota di 342 metri sul livello del mare.

lo scenografico interno rococò dell’Alte Kapelle.

Dal punto di vista amministrativo, la città di Ratisbona confina con i comuni di LappersdorfZeitlarnWenzenbachTegernheimBarbingNeutraublingObertraublingPentlingSinzing e Pettendorf, tutti facenti parte del suo circondario.

Il primo insediamento risale all’età della pietra. Il nome della città odierna deriva dal celtico Radasbona, che era riferito a un insediamento nelle vicinanze. Nell’anno 90, i Romani vi costruirono un piccolo forte, appartenente al sistema difensivo del limes germanico-retico, mentre nel 179 venne edificata una fortezza legionaria per la Legio III Italica sotto l’impero di Marco AurelioCastra Regina (il nome romano di Ratisbona) divenne la capitale della Rezia; tra il 356 e il 358 un’invasione di Iutungi e di Alamanni la distrusse. Nell’epoca merovingia Ratisbona era la sede dei duchi Agilolfingi e la capitale della Baviera. Nel 739 Bonifacio di Magonza, considerato il patrono della nazione tedesca, fondò la diocesi di Ratisbona. La città raggiunse il suo apice politico e economico nel XII e XIII secolo, quando si trovò all’incrocio di grandi strade commerciali molto importanti. Da questo tempo datano i principali monumenti della città, lo Steinerne Brücke (ponte di pietra con una lunghezza di 310 metri sul Danubio, costruito tra 1135 e 1146), la cattedrale gotica (consacrata nel 1276), l’Altes Rathaus (Antico palazzo municipale) e le torri patrizie.

Nel 1245 l’imperatore Federico II elevò Ratisbona a Freie Reichsstadt (città libera dell’Impero) e le diede una certa autonomia politica nell’impero. In seguito Ratisbona diminuì d’importanza rispetto ad altre grandi città bavaresi come Norimberga e Augusta. Nel corso dei secoli seguenti numerosi Reichstag (assemblee dei principi del Sacro Romano Impero) vi ebbero luogo, in particolare la Dieta del 1541. Dal 1663 la città fu persino la sede unica di questa istituzione permanente (Immerwährender Reichstag). Fu inoltre a Ratisbona dove l’Impero si sciolse sotto la pressione delle truppe napoleoniche nel 1806 (Reichsdeputationshauptschluss). Nel 1810 la città venne annessa dal nuovo regno di Baviera, creato da Napoleone. Cadde al livello di città provinciale per più di 150 anni. https://it.wikipedia.org/wiki/Ratisbona

#Tratti e #Ritratti: Giorgio Morandi

Giorgio Morandi (Bologna20 luglio 1890 – Bologna18 giugno 1964) è stato un pittore e incisore italiano. Fu uno dei protagonisti della pittura italiana del Novecento.

La sua pittura si può definire unica e universalmente riconosciuta; celebri le sue nature morte olio su tela, dove la luce rappresenta il fondamento delle sue opere. L’apparente semplicità dei contenuti (vasi, bottiglie, ciotole, fiori, paesaggi) viene esaltata dalla qualità pittorica.

Paolo Monti - Servizio fotografico (Bologna, 1968) - BEIC 6330714.jpg
Bologna. Galleria Dè Foscherari. Mostra di acquarelli di Morandi.

Morandi ha vissuto in via Fondazza, a Bologna, con la madre e le tre sorelle Anna, Dina e Maria Teresa. Morandi dipinse sempre nella sua stanza di via Fondazza. Solamente quando costruirono nel 1960 la casa estiva a Grizzana Morandi (il nome dell’artista è stato aggiunto ufficialmente al toponimo del comune nel 1985), ebbe un vero e proprio studio; di fronte a questa casa si trovano i tre Fienili del Campiaro, soggetto frequente nelle tele del pittore.

Giorgio Morandi. Catalogo della mostra Bologna, 15 dicembre 2018 ...
Giorgio Morandi. Catalogo della mostra (Bologna, 15 dicembre 2018-16 febbraio 2019). 189 pagine

La fama di Morandi è legata alle nature morte e in particolare alle “bottiglie”. I soggetti delle sue opere sono quasi sempre cose abbastanza usuali: vasi, bottiglie, caffettiere, fiori e ciotole che, composti sul piano di un tavolo, diventano i veri protagonisti della scena. La sua opera include anche ritratti e paesaggi. Usare pochissimi colori è una sua particolare caratteristica, che lo rende poetico e surreale e, anche se non particolareggiava i suoi soggetti, si può notare come essi non perdano di realismo.

Di grande importanza nel lavoro di Morandi sono le acqueforti, eseguite da autodidatta, che risolvono poeticamente molti problemi espressivi di questa tecnica. Fin dagli esordi del suo percorso artistico portò avanti la passione per le incisioni. Le sue prime lastre, andate perdute, risalgono addirittura al 1911, quando egli era appena ventunenne. Le opere, realizzate con grande cura, sono caratterizzate da segni sottili e rettilinei in un intreccio molto complesso di tratti, con cui raggiunge dimensioni prospettiche di grande efficacia.

All’artista è stata dedicata nell’ottobre 2008 una mostra al Metropolitan Museum of Art di New York, che ha contribuito a consolidare la sua fama livello internazionale. https://it.wikipedia.org/

Lamberto Vitali – Giorgio Morandi Pittore
Giorgio Morandi Pittore - Lamberto Vitali - copertina

Tutto quello ciò che viene creato da Giorgio Morandi è ambientato in uno spazio ridotto, un unico ambiente nel quale l’artista trova e perde se stesso di fronte alla meditata condotta verso il riconoscimento dell’oggetto, non come sola materia, ma come materia in movimento, materia in essere. Sono soprattutto le bottiglie, vasi e i paesaggi di Grizzana che vengono continuamente rivisti e approfonditi dal pittore: tutto il visibile è rielaborato, scaricato dell’eccesso realistico per donare nuova luce alla forma dell’oggetto in sé: attraverso tratti definiti, in geometriche proporzioni, rinomina il vero. http://www.artspecialday.com/

Si può dipingere ogni cosa, basta soltanto vederla. Giorgio Morandi

ANNA NOVIKOVA – MARITO SERIALE. LA TRADIZIONE DI EDUARDO E VIVIANI IN UNA LETTURA MODERNA

“Marito Seriale” LA TRADIZIONE DI EDUARDO E VIVIANI IN UNA LETTURA MODERNA DI ANNA NOVIKOVA
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  La Graus Edizioni ha dato alle stampe “Marito Seriale”, la prima commedia teatrale della scrittrice e giornalista russa Anna Novikova, che ha scritto un testo di una vicenda frenetica nella migliore tradizione della pochade o della farsa ambienta in un Napoli che dimostra di conoscere in profondità, nei suoi vezzi e nei suoi vizi, nelle sue debolezze e nella sua forza. Intorno ai due personaggi principali una ridda di caratteristi, tutti ben disegnati, i quali compongono un microcosmo, per lo più operante all’interno di un appartamento, quello della madre del protagonista, efficace metafora del “cosmo” che sta fuori nelle strade, nei vicoli della Napoli di Viviani e di Eduardo.

La Novikova padroneggia con sicurezza il susseguirsi incalzante degli innumerevoli colpi di scena e con la sua ispirazione dà vita a figure indimenticabili Vittorio, “il marito seriale”, e Peppino, Donna Francesca, imponente matriarca e fustigatrice della pigrizia del figlio, ma sempre pronta a preparargli “il miglior caffè di Napoli”, e poi la signora Rosa con le due sorelle, donna Carmelina e donna Teresina, entrambe zitelle, una convinta e l’altra no, e le varie mogli, passate in ordine di divorzio e future, che offrono un divertente affresco di quelli che secondo l’autrice sono alcuni prototipi della donna moderna: Maria Concetta, suora e ninfomane; Paola, attivista, femminista, vegana e animalista; Elisabetta, giovane, bella ed elegante, che diventata magistrato dopo il divorzio; Filomena, con un abbondante seno rifatto e una visione leggera dell’esistenza; Assunta, la quinta donna e l’unica ad aver lasciato Vittorio; e infine Rosaria, la candidata a diventare la sesta sposa, truffatrice seriale, insieme al fratello Apollo di irresistibile bellezza. Ed infine anche i semplici caratteristi Virgilio Alighieri – supervisore carcerario – i due carabinieri e i due infermieri – vengono tratteggiati con cura.

Anche se la presenza dei personaggi femminili è preponderante, vi è nel “Marito seriale” una grande capacità di comprendere anche la natura dell’uomo.

Anna Novikova – come scrive Rocco Familiari nella prefazione – dimostra di avere una istintiva, spiccata attitudine alla regia, le didascalie del testo sono infatti delle precise indicazioni per chi vorrà metterlo in scena.  Comunicato stampa

Biografia Anna Novikova: laureata in lingue e con un dottorato in economia, è una giornalista internazionale che ha lavorato per Russa Today; è autrice di diversi racconti in russo e inglese, nonché di un romanzo e di una sceneggiatura cinematografica in lingua inglese. Nata a Yaroslavl, dove sorge il primo teatro russo, ha girato il mondo per innamorarsi di Napoli, una città in cui il teatro non è confinato al palcoscenico ma, si impossessa della città stessa.

NAPOLI, 8.02.20 CASTEL DELL’OVO, SALA DELLE CARCERI. Presentazione di Aurea Aetas. Eros e Thanatos di Slobodanka Ciric (La città del sole). Rassegna letteraria a cura di Daniela Marra

Ritrovarsi Mostra d’Arte Contemporanea a cura di Yasmin Gambino e Barbara Melcarne Art director: Deborah Di Bernardo
Rassegna letteraria a cura di Daniela Marra
Presentazione di Aurea Aetas. Eros e Thanatos di Slobodanka Ciric (La città del sole) 

Ritrovarsi, verbo riflessivo, trovare di nuovo se stessi… ed è sempre da questa  dimensione che parte un artista per elaborare un opera, ovvero da quella specifica parte di se atta ad  esprimere quel ben preciso sentimento: una dimensione intima, chiusa, individuale.  Una mostra che nasce da un progetto di Yasmin Gambino, aspirante curatrice artistica, che insieme ad un gruppo di artisti, ha individuato appunto in Napoli la città ideale nella quale esporre. Artisti, ventenni ed alle prime armi, che si sono cimentati in opere dai soggetti estremamente contemporanei, specchio del loro tempo come le forme artistiche: un video maker, una fotografa ma anche l’acquerello, il disegno olio su tela. Due gli special Guest: il regista, premio Oscar, Adrian Bol che si muove sulle orme di Kandiski ed il pittore,  professore universitario a Kiev, Adrij Bludov. Realizzato in curatela congiunta a Barbara Melcarne con la direzione artistica di Deborah Di Bernardo e ad arricchire la mostra una ricchissima rassegna letteraria curata da Daniela Marra e Deborah Di Bernardo cui faranno da cornice le opere di Gustavo Delugan, Rosario Viano, Tommaso Viglietti ed il work in progress del catalogo del Maestro scultore Domenico Sepe.Deborah Di Bernardo e Bruno Marfé https://informareonline.com/