Piergiorgio Odifreddi, matematico, saggista e divulgatore scientifico, racconta le sue storie straordinarie di animali, scrittori e scienziati.
Ne parlerà in Sala Argento, Pad. 3, sabato 21 maggio 2022 alle ore 18.30 nello spazio della Regione Piemonte
dialogando con Enrico Moriconi, Garante dei Diritti degli Animali della Regione Piemonte.
Condurrà l’incontro Rosalba Nattero, giornalista e scrittrice.
Il dialogo del Garante con Odifreddi è l’occasione per ragionare sui diversi e complessi aspetti che caratterizzano il rapporto degli esseri umani con gli altri animali. La scienza ha visto considerare il ruolo degli animali per lungo tempo come “strumenti” della ricerca e in larga parte lo sono ancora nel campo della sperimentazione, ma ugualmente ha evidenziato sempre più una loro comunanza con gli esseri umani per quanto riguarda la sensibilità, la capacità di sofferenza e di emozioni per giungere al riconoscimento di soggetti senzienti.
Il dialogo è così un’occasione per fare il punto sulle conoscenze attuali per migliorare la conoscenza degli animali e per operare verso un continuo miglioramento del benessere nelle diverse situazioni in cui sono mantenuti per gli interessi umani. Senza dimenticare l’obiettivo, sempre più diffuso nella società, di attivarsi per il riconoscimento dei loro diritti.
sabato 21 maggio 2022, ore 18.30
sala argento – pad. 3
Salone Internazionale del Libro – Torino, Lingotto Fiere
Il film è uscito in Italia il 28 maggio 2004.[1][2] Rivelatosi un successo commerciale, il film divenne il sesto maggior incasso del 2004, ma ricevette un’accoglienza mista, con lodi al reparto effetti speciali e critiche alle numerose inaccuratezze scientifiche.
La visione apocalittica del regista Roland Emmerich sul conflitto tra natura e uomo pone al centro del film l’importanza della conservazione dell’ambiente naturale, ma, mentre nella realtà il pericolo temuto è un surriscaldamento dell’atmosfera, nel film, al contrario, si prospetta un’imminente nuova era glaciale
Durante una campagna di ricerche sulla composizione degli strati di ghiaccio antartici, in stretta relazione con l’osservazione dei cambiamenti climatici, il paleoclimatologo Jack Hall, assieme ai suoi colleghi Frank Harris e Jason Evans, assiste al distacco di una porzione di banchisa dall’Antartide, pari alla superficie del Rhode Island. Alla conferenza delle Nazioni Unite sul surriscaldamento globale tenutosi a Nuova Delhi in India, esponendo i suoi dati, illustrerà le imminenti condizioni che ritiene rendano possibile l’avvento di una glaciazione, anche se non sa quando potrebbe avvenire. Presentando la relazione dei suoi studi, si scontra con il vicepresidente degli Stati Uniti, che non crede a queste previsioni catastrofiche, affermando che l’economia non è abbastanza florida per indirizzare la politica di governo sul cambiamento climatico. Un altro studioso del clima, lo scozzese Terry Rapson, prende per vere le conclusioni di Hall e inizia una collaborazione col professore statunitense.
Jack ha anche una vita privata tormentata, divisa tra lo studio, le esplorazioni e la famiglia. È sposato con una chirurga, la dott.ssa Lucy Hall, ed ha un figlio, Sam, che sente molto la mancanza della figura paterna.
Sam partecipa ai campionati di cultura tra scuole che si tengono negli Stati Uniti, e parte per New York da Washington dove abita, assieme a due compagni di studio, Laura Chapman (della quale è segretamente innamorato) e Brian Parks. L’aeroplano durante il volo entra in una turbolenza dovuta ad un eccezionale temporale, rischiando di precipitare.
Nel mondo incominciano a verificarsi strani eventi atmosferici; il professor Rapson, dal suo centro di studi in Scozia, verifica un preoccupante calo di 13 °C della temperatura oceanica. Messosi in contatto col collega Hall, lo informa dei dati in suo possesso. Sviluppando questi ultimi col suo metodo di calcolo, Jack stabilisce che è imminente una nuova glaciazione, in tempi brevissimi. Incontrando nuovamente il vicepresidente degli Stati Uniti, Jack presenta i suoi dati; ancora una volta non creduto, viene tacciato di sensazionalismo.
A New York intanto piogge torrenziali devastano la città, e un immane maremoto allaga Manhattan. Sam ed i suoi amici, in compagnia di un ragazzo conosciuto al torneo di cultura, J.D., si rifugiano nella Biblioteca Pubblica di New York. Laura nel tentativo riuscito di salvare una madre con la figlia in pericolo si ferisce ad una gamba. Sam riesce a mettersi brevemente in contatto col padre, che gli raccomanda di restare a tutti i costi in un rifugio.
Nel mondo intanto gli eventi atmosferici degenerano, fino a che Los Angeles viene distrutta da una serie di tornado. In Scozia, nel frattempo, una formazione di elicotteri da trasporto militari si addentra nell’occhio di un ciclone anomalo. Si tratta di una tempesta che trasporta rapidamente aria fredda, direttamente da strati alti dell’atmosfera, e al cui interno si raggiunge la temperatura di -101 °C (-150 °F), sufficiente a congelare il carburante dei velivoli, che si schiantano rovinosamente al suolo, con la successiva morte dell’equipaggio per congelamento istantaneo. Sapendo che il record nel mondo è di -93,2 °C. Rapson avvisa immediatamente Hall e la conclusione è che tre di questi cicloni (gli altri su Canada e Siberia) si stanno indirizzando nell’area a nord dell’equatore. È l’avvento di una nuova glaciazione.
Acquisito dal collezionista Giuseppe Ricci Oddi nel 1925 da Luigi Scopinich, un’analisi a raggi X effettuata nel 1996 per intuizione della maturanda Claudia Maga rivelò che il ritratto era una versione ridipinta di un lavoro perduto di Klimt, scomparso nel 1917. Il ritratto originale mostrava una donna con un cappello, Ritratto di ragazza. Quest’ultimo venne esposto nel 1912 a Dresda, ed era stato rappresentato solamente nell’illustrazione pubblicata sulla rivista Velhagen & Klasings Monatshefte (XXXII-XXXIII. 1917-18, p. 32).
Il dipinto è stato ufficialmente smarrito il 22 febbraio 1997 poco prima di una mostra speciale in galleria, durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio. Il furto avvenne qualche giorno prima e la sua cornice fu lasciata sui tetti dell’edificio.
Nel dicembre 2019, 23 anni dopo il furto, una borsa contenente il dipinto è stata recuperata da un incavo in una parete esterna della galleria da dei giardinieri che stavano eseguendo dei lavori di pulizia.[7] A metà gennaio 2020 il dipinto è stato autenticato,[8] e verrà esposto dal 28 novembre 2020 presso la Galleria di arte moderna Ricci Oddi di Piacenza.
More than 17 years since it was stolen from a gallery in northern Italy, Gustav Klimt’s Portrait of a Woman is reportedly once again the subject of a police investigation after technological advances allowed for the case to be reopened.
Ma chi è la donna ritratta in due momenti diversi da Klimt? Perché l’artista avrebbe cancellato il primo ritratto per realizzarne un altro sopra? Da chi è stato rubato il quadro, chi è stato ad averlo restituito e perché? “Da piacentino – spiega l’autore – e da persona che lavora in Ricci Oddi come assistente del compianto direttore Stefano Fugazza, il furto di questo Klimt è stato un vero un trauma storico. Un pezzo di storia della città è sparito per molti anni, distendendo una cappa di silenzio. Dietro questo lavoro si cela poi il mio rapporto di grande amicizia con Stefano Fugazza, uomo e storico dell’arte formidabile, la cui carriera è stata molto segnata da quell’episodio. Il fatto che il quadro fosse stato ritrovato alla vigilia della mostra che avevo curato per celebrare Fugazza, a dieci anni dalla scomparsa, in un dicembre reso incantato da una rara nevicata che ha imbiancato Piacenza, mi è sembrato un messaggio straordinario, fortemente narrativo. Così ho dato inizio alla mia storia”.“Da piacentino – spiega l’autore – e da persona che lavora in Ricci Oddi come assistente del compianto direttore Stefano Fugazza, il furto di questo Klimt è stato un vero un trauma storico. Un pezzo di storia della città è sparito per molti anni, distendendo una cappa di silenzio. Dietro questo lavoro si cela poi il mio rapporto di grande amicizia con Stefano Fugazza, uomo e storico dell’arte formidabile, la cui carriera è stata molto segnata da quell’episodio. Il fatto che il quadro fosse stato ritrovato alla vigilia della mostra che avevo curato per celebrare Fugazza, a dieci anni dalla scomparsa, in un dicembre reso incantato da una rara nevicata che ha imbiancato Piacenza, mi è sembrato un messaggio straordinario, fortemente narrativo. Così ho dato inizio alla mia storia”.
Klimt, Riam Munk e il doppio ritratto “Uno dei problemi che più gravano su Klimt è che è stato un artista che ha scritto poco o niente. La poca corrispondenza che abbiamo riguarda sempre cose molto concrete che il pittore doveva fare o comunicare. Questo ripensamento, questa opera doppia resta un mistero. Non abbiamo appunti di lavoro. Tuttavia nell’ultima fase della sua produzione, esiste un soggetto funebre ripetuto, l’ebrea Ria Munk, morta giovane e della quale la madre chiese a Klimt un ritratto. Lui la rifece tre volte cercando una certa perfezione nell’esecuzione. Mi è sembrato che questo potesse essere il percorso di interpretazione anche per il Ritratto di signora, una sorta di celebrazione post mortem. Da lì si è generata tutta la storia romanzesca, ma strettamente intessuta sui dati storici”. http://www.arte.it
Il doppio ritratto “Se il doppio ritratto non esistesse non esisterebbe nemmeno il resto. Tutto quello che rimane è un ritratto ed è doppio. Mi ritrovai a pensare che se la nostra era una famiglia di madri che morivano dando alla luce i propri figli, il Ritratto di Klimt era la chiave di tutto” scrive Dadati. Ogni personaggio talvolta, ignaro di cosa sia e di dove stia andando, un po’ come il doppio ritratto di Klimt, si muove su un terreno di sabbia come in un precario equilibrio dominato dal tema del doppio. Tutte le vite, che prendono forma su un palcoscenico quasi teatrale, diventano così metafora dell’opera, mentre quello che emerge è un senso di grande incertezza, che accomuna le figure di queste pagine all’opera di Klimt.
Tonino Dal Re nacque l’otto dicembre del 1924 da una famiglia contadina alla periferia di Imola. Fin da bambino dimostrò un carattere estroverso, molto irrequieto, sempre alla ricerca del nuovo, con una spiccata predisposizione per il disegno e la manualità. Ancora oggi, il figlio del suo maestro elementare, conserva gelosamente un quadro che Tonino fece all’età di 10 anni e che regalò al maestro. Adolescente, conobbe il poeta Luigi Orsini che lo stimolò a valorizzare la sua vena artistica e gli fece conoscere i pittori imolesi Anacleto Margotti ed il Conte Tommaso Dalla Volpe.
L’assidua frequentazione di questi pittori contribuì alla sua formazione artistica, soprattutto quella con Tommaso Dalla Volpe, con il quale rimase un legame affettivo molto forte, fino alla sua scomparsa negli anni ’60. Tonino Dal Re aveva ormai fatto la sua scelta artistica ed iniziò a dipingere producendo molte opere, raffiguranti paesaggi e momenti caratteristici della sua Romagna. Negli anni ’50 ebbe l’opportunità di affrescare una chiesa, cosa che aveva desiderato fin da bambino. Affrescò in seguito molte chiese, residenze private e teatri. Nel corso degli anni la sua pittura si è molto evoluta nella continua ricerca della narrativa del movimento e del nuovo. Molte le correnti e le tecniche a cui si è dedicato. Dal figurativo, caratterizzato da paesaggi, fiori, ricordi agresti della sua Romagna, ciclisti, pretini e ritratti ha poi spaziato in argomenti più complessi e ricercati: partendo dal surreale fantastico passando al surreale simbolico approdando infine al fantastico visionario. Dal figurativo, caratterizzato da paesaggi, fiori, ricordi agresti della sua Romagna, ciclisti, pretini e ritratti ha poi spaziato in argomenti più complessi e ricercati: partendo dal surreale fantastico passando al surreale simbolico approdando infine al fantastico visionario.
Si è inoltre cimentato nel disegno, nell’acquerello e nelle incisioni. Seppur in minima parte si è dilettato nella tecnica della creta creando svariate statuette. Tonino Dal Re vanta una carriera artistica di ben 75 anni; dal primo quadro fatto a 10 anni all’ultimo quadro da lui dipinto un mese prima della morte a 85 anni
Quando parlava della sua morte, Tonino immaginava sempre che arrivasse all’improvviso, costringendolo a lasciare incompiuto il quadro a cui stava lavorando in quel momento. Negli ultimi tempi, ancora lucidissimo, non era più in grado di accudirsi da solo e dipendeva totalmente dagli altri. Una situazione per lui estremamente umiliante ed insostenibile. Quando si è stancato di vivere in quelle condizioni, ha voluto chiudere in bellezza programmando la sua fine come aveva sempre programmato la sua vita.
Un mese prima della morte aveva iniziato un quadretto raffigurante una scena di pretini che però mise da parte perché l’incontro inaspettato con una nuova modella gli aveva infuso energia, stimolandolo a dipingere il quadro che ha intitolato. La poltrona rossa In esso ha racchiuso un insieme di sensazioni profonde e la carica erotica che ha caratterizzato tutta la sua produzione artistica e la sua vita. Non c’è volgarità, è un omaggio alla donna e alla sua sensualità. Si è identificato nella poltrona rossa che sorregge la donna con espressione allegra e compiaciuta, quasi a dire: “Ho vissuto a lungo e bene” e così ha salutato la vita. Ha poi rimesso sul cavalletto il quadretto dei pretini ma, volutamente, non lo ha completato posando definitivamente i pennelli. Aveva deciso che quella sarebbe stata l’opera incompiuta.Opere uniche di Tonino Dal Re.
La vera storia di Iqbal Masih, il ragazzo pakistano di 12 anni divenuto in tutto il mondo il simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Ceduto dalla sua famiglia di contadini ridotta in miseria in cambio di un prestito di 16 dollari, costretto a lavorare in una tessitura di tappeti dall’alba al tramonto, incatenato al telaio come milioni di altri bambini nei paesi più poveri del mondo, Iqbal troverà la forza di ribellarsi, di far arrestare il suo padrone, di denunciare la “mafia dei tappeti”, contribuendo alla liberazione di centinaia di altri piccoli schiavi. Un romanzo di denuncia, commosso e appassionato, sul valore della libertà e della memoria che, a tutti i costi, va salvata, perché senza memoria non c’è speranza per il futuro. https://www.edizioniel.com/
Il grande pregio di questo lungometraggio, che dovrebbe essere mostrato al numero più ampio possibile di coetanei del protagonista, è quello di affrontare temi importanti ad altezza di sguardo di bambino. Perché se il tema di fondo è quello dello sfruttamento del lavoro minorile in condizioni di schiavitù, entrano in gioco anche l’emigrazione, la corruzione di chi dovrebbe essere preposto a salvaguardare la legalità nonché le responsabilità degli occidentali che comprano prodotti senza minimamente preoccuparsi di sapere (oppure sapendolo ma voltando la testa dall’altra parte) da chi e come siano stati realizzati. La scelta di un doppio stile di grafica (le vicende di Iqbal e dei suoi compagni di lavoro e i suoi sogni) potenzia poi la narrazione offrendo un caleidoscopio onirico ricco di fantasia. Viviamo in tempi in cui l’amministratore delegato di Air France-Klm Alexandre de Juniac dinanzi a una platea formata da manager, uomini d’affari e diplomatici nel dicembre 2014 afferma “Come si fa a dire chi è un bambino, visto che un tempo il divieto era ai minori di otto anni, poi è passato a dodici e poi a sedici?”, arrivando a chiedersi se sia giusto o meno non farli lavorare (il video è sul web). Questo film non è solo utile ma qualcosa di più: è necessario.
“‘Iqbal’ non era rassicurante, non era rilassante, non era “natalizio”. Era il racconto più lontano dai buoni sentimenti di quello che si potesse immaginare. Era terribilmente vicino alla cronaca di questo periodo.
“Iqbal” è un film tv che, sia pure con quegli inevitabili bruschi passaggi dei film tv, con quelle inevitabili superficialità psicologiche, riesce a mandare di traverso il panettone di Natale. E a farci diventare indigesti anche i tappeti.” (Alessandra Comazzi, “La Stampa” 23 dicembre 1998) DEDICATO ALLA MEMORIA DI IQBAL MASIH, IL PICCOLO PAKISTANO RIDOTTO IN SCHIAVITU’ CHE HA LOTTATO PER I DIRITTTI DEI BAMBINI SFRUTTATI DAI FABBRICANTI DI TAPPETI, SACRIFICANDO LA PROPRIA VITA.
Selezionati e organizzati da M.S. Deshpande, gli scritti contenuti in “La via verso Dio” si basano su una vita di esperimenti con la verità e rivelano l’essenza degli insegnamenti di Gandhi sull’amore, l’anima, la meditazione, il servizio, l’abbandono e la preghiera. Qualunque sia la sua fede, il lettore troverà saggezza e ispirazione nei molti messaggi presenti nella raccolta. Questo libro esplora le profonde radici religiose delle imprese terrene di Gandhi e, utilizzando le sue stesse parole, rivela il suo approccio intellettuale, morale e spirituale al divino. Questa edizione comprende una prefazione di Arun Gandhi, nipote del Mahatma, e un’introduzione di Michael Nagler, professore emerito di letteratura classica e comparata presso l’Università della California a Berkeley.
Quando mio nonno aveva confessato ai suoi amici cristiani quanto fosse rimasto impressionato dal discorso della montagna, loro gli avevano chiesto: “Perché non ti converti al cristianesimo?”. La sua risposta era stata: “Quando mi convincerete che tutti i cristiani vivono secondo il discorso della montagna, sarò il primo a cambiare religione”. In un’altra occasione aveva affermato che la religione è come una madre: per quanto buona possa essere quella del tuo amico, tu non puoi rinunciare alla tua. Nello spirito dell’amore per la propria madre, scelse di rimanere induista, ma la sua scelta fu anche dettata dalla libertà che quella filosofia garantisce all’individuo. Definisco l’induismo una filosofia, poiché non è né una religione organizzata né uno stile di vita, ma è fondato sulla fede e lascia l’individuo libero di decidere come praticare il culto. Si dice che l’induismo abbia più di cinquantamila divinità, ma questo non significa necessariamente che gli induisti credono nell’esistenza di altrettanti dei. Vuol dire solo che le immagini di Dio sono così numerose, e dal momento che nessuno conosce la sua vera immagine, chi può condannare quella particolarmente cara a qualcuno? Gandhi preferiva attingere dall’induismo, perché era l’unica confessione religiosa che gli permetteva la forma di culto universale da lui praticata, che includeva inni e preghiere di tutte le principali religioni del mondo. La maggior parte delle altre religioni organizzate la considererebbe una blasfemia, tuttavia non si può negare che vi sia una grande differenza fra l’essenza o il nucleo dell’induismo scoperto e adottato da Gandhi e quello che oggi viene praticato come religione. Gandhi credeva sinceramente nell’unicità di Dio: le immagini e i nomi sono diversi, ma Dio è uno. Spero che l’essenza del suo messaggio raggiunga i lettori attraverso i suoi scritti e venga correttamente capita e accettata dall’umanità intera, affinché le diverse immagini di Dio possano essere comprese e rispettate. Arun Gandhi https://www.ibs.it/
Il giardino dell’Eden (o di Eden) è un luogo citato nel libro biblico Genesi.
È descritto come il luogo paradisiaco in cui il dio Yahweh (corrispondente al Dio cristiano e musulmano) pose a vivere Adamo ed Eva, la prima coppia umana (dopo averli creati da un’altra parte), perché se ne prendessero cura. La regione di Eden, in cui Yahweh piantò il giardino, è detta trovarsi a oriente; dal giardino usciva un corso d’acqua che si divideva in quattro rami fluviali: il Tigri, l’Eufrate, il Pison (che circondava la terra di Avila) e il Gihon (che circondava la terra di Kush).
“Eden” è un sostantivo ebraico che significa “piacere, delizie”, perciò nella Vulgata di Girolamo la locuzione Gan ‘Eden (גן עדן) fu tradotta come “paradisus voluptatis”, ovvero “giardino/paradiso di delizie” (“paradisus” indicava un tipo di giardino comune nel mondo persiano, il pairidaeza); secondo questa versione “Eden” non indica dunque una regione geografica, trattandosi semplicemente di un attributo del giardino stesso, oppure la regione potrebbe chiamarsi “Delizia”, così come il paese in cui Caino fuggirà si chiamerà Nod, “Fuga”. Gli studi dell’ultimo secolo hanno invece proposto di far derivare “Eden” dal termine sumerico (adottato anche nelle lingue semitiche) edenu, che significa “steppa, deserto”; con ciò Gan ‘Eden (גן עדן) verrebbe ad assumere il significato di “giardino/paradiso nel deserto, oasi”; secondo questa versione “Eden” non indica una regione geografica specifica, ma soltanto una steppa orientale qualsiasi.
Secondo il racconto biblico tra tutti gli alberi piantati nel giardino due erano particolari: l’albero della conoscenza del bene e del male e l’albero della vita. Dio proibì all’uomo di mangiare i frutti del primo e la disobbedienza portò alla cacciata dal giardino dell’Eden, negando all’uomo anche i frutti del secondo, come in Genesi 3,22: Poi Dio YHWH disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre».
Nella Divina Commedia di Dante Alighieri il paradiso terrestre è posto sulla sommità del monte del purgatorio (situato agli antipodi del mondo allora conosciuto) e rappresenta l’ultima tappa del percorso di purificazione che compiono le anime per poter accedere al paradiso. È rappresentato come una foresta lussureggiante percorsa dal fiume Letè che toglie la memoria del male commesso e il fiume Eunoè che rinnova la memoria del bene compiuto. Il giardino dell’Eden compare in tutti i canti dal ventottesimo al trentatreesimo del Purgatorio. Il poeta fa qui il suo primo incontro con Beatrice e conosce Matelda, una donna che funge da allegoria dello stato d’innocenza dell’uomo prima del peccato originale. Inoltre assiste a una processione che rappresenta la storia dell’uomo e del suo rapporto con la fede, dal peccato originale al tempo di Alighieri.
L’Eden si collocherebbe nell’odierna regione della Mesopotamia meridionale, più precisamente nella pianura attraversata dal fiume Shatt al-‘Arab, sepolto sotto decine di metri di sedimenti. Nello Shatt al-‘Arab oggi confluiscono due dei fiumi citati nella Genesi: il Tigri e l’Eufrate. Se poi si considera che il golfo Persico era completamente all’asciutto durante l’ultima glaciazione ed è stato allagato dalla trasgressione marina fra i 5000 o 6000 anni prima di Cristo, è possibile che l’Eden si trovi ora in fondo al mare. Questa teoria e l’identificazione degli altri due fiumi (Pison e Ghicon) è stata proposta dall’archeologo Juris Zarins.
Un’altra ipotesi sulla localizzazione dell’Eden si trova nel saggio Omero nel Baltico di Felice Vinci, dove l’autore, nell’ambito della totale localizzazione geografica dei poemi omerici in Scandinavia, teorizza diversi collegamenti con le mitologie di molti altri popoli, tra cui quello ebraico; e una volta identificata l’Etiopia con la penisola di Nordkynn, anche in Norvegia: «Esaminiamo […] uno dei fiumi che la bagnano, il Tana (che pertanto potrebbe corrispondere al Gihon biblico): esso nasce in una zona della Lapponia finlandese […] da cui effettivamente si dipartono altri corsi d’acqua. Uno è l’Ivalo, che i Lapponi chiamano Avvil. L’assonanza con Avila […] da sola potrebbe essere casuale, ma proprio questo territorio è ricco d’oro». Il passo citato prosegue con l’identificazione di Tigri ed Eufrate con i loro corrispettivi scandinavi; il complesso di questi fiumi delinea, secondo Vinci, “una sorta di Mesopotamia finnica, straordinariamente assomigliante a quella asiatica”. Giardino dell’Eden
Man Made in the Image of God, as in Genesis 1:26 to 2:3, illustration from a Bible card published 1906 by the Providence Lithograph Company
Identifier: ridpathshistoryo01ridp (find matches) Title: Ridpath’s history of the world; being an account of the ethnic origin, primitive estate, early migrations, social conditions and present promise of the principal families of men .. Year: 1897 (1890s) Authors: Ridpath, John Clark, 1840-1900 Subjects: World history Ethnology
Videomaker e fotografo italiano di fama internazionale, Armin Linke lavora da molti anni sui temi della trasformazione del territorio e delle forze economiche e politiche che la promuovono. Prospecting Ocean è uno studio, realizzato grazie alla collaborazione di scienziati, tecnici e legali, sullo sfruttamento delle risorse marine e l’amministrazione dei fondali di tutto il mondo. Da oltre vent’anni Armin Linke indaga su come gli esseri umani usino tecnologie e conoscenze al fine di trasformare la superficie terrestre adattandola alle proprie esigenze. I suoi film e le sue fotografie documentano i cambiamenti prodotti dall’homo sapiens sulla terra, negli oceani e nella biosfera. Linke è stato professore al Karlsruhe University of Arts and Design (HfG) e allo IUAV di Venezia, nonché ricercatore affiliato alla School of Architecture and Planning del MIT di Cambridge, USA. Le sue installazioni multimediali sono state presentate in numerose biennali di architettura a Venezia. Nel 2004 l’installazione Alpi, sul paesaggio alpino contemporaneo, ha vinto un premio speciale come migliore opera nella sezione “Episodi”. La sua personale L’apparenza di ciò che non si vede è stata presentata al ZKM, Karlsruhe (2015-2016), al Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano (2016), al Ludwig Forum, Aachen (2017) e al Centre de la photographie, Genève (2017). Il suo progetto più recente, Prospecting Ocean, commissionato e prodotto da TBA21–Academy, investiga le sfide ecologiche e politiche con cui devono misurarsi oggi i nostri oceani. La sua installazione Carceri d’invenzione, ideata da Armin Linke in collaborazione con Giulia Bruno e Giuseppe Ielasi, e curata da Anselm Franke, è stato il contributo ufficiale tedesco alla XXII Triennale di Milano, Broken Nature: Design Takes on Human Survival. fonte: https://www.fotoindustria.it/
Oggi l’interesse per le persone è molto lontano, prediligi altre forme: ambienti naturali, architettonici.Sì e no perché quando fotografo un ambiente naturale o architettonico, fotografo anche l’iscrizione del gesto umano che ha creato questo ambiente o che ha modificato questo ambiente o che, appunto, ha creato questa architettura o riadattato hai modificato, utilizzato, questa architettura. Perciò, anche se le persone non sono presenti, è sempre una fotografia delle persone attraverso questi gesti negli spazi, attraverso lo spazio che è stato creato. Gli spazi che fotografo sono sempre spazi che sono stati modificati dalle persone degli esseri umani, è sempre comunque una relazione antropologica di lettura gli ambienti naturali architettonici. C’è un fotografo, o un artista a cui ti sei, almeno all’inizio, ispirato?Beh sicuramente ho letto delle biografie già parlato di Ando Gilardi prima, un’altra figura interessante era Man Ray che collaborava con altri artisti, nasce come pittore poi diventa art director di riviste di design, poi elabora manifesti concettuali collabora spesso in collettivi… la figura di un fotografo e artista più aperta e interessante. È importante capire che il mio è stato un lavoro spesso collaborativo, collettivo e perciò diciamo quest’idea di ispirazione e spesso è ancora presente perché in molti progetti ancora collaboro. Fotografi per tematiche: montagne, laboratori scientifici, luoghi istituzionali, … Difficile rispondere, sarebbe più interessante andare a leggere proprio le fotografie. Diciamo che un esperimento espositivo che ho fatto, con la mostra che è stata presentata al PAC di Milano, “l’apparenza di ciò che non si vede”, era di prendere una serie di fotografie scelte per temi e poi fare leggere ad altri esperti queste fotografie secondo i loro temi o quali temi loro vedevano all’interno delle fotografie, come era possibile rileggere i temi all’interno le fotografie. Penso che un’opera d’arte interessante permette delle letture multiple, più stratificazioni di letture sono possibili, anche più temi sono intrinseci alle immagini, più l’opera d’arte è interessante, ricca. Dunque mi interessava presentare le fotografie non come punto di arrivo, dove io incornicio la foto e la blocco e dico questo è il tema questa è la mia visione, ma usare le fotografie come punto di partenza come “trigger”, iniziatore di discussioni, di messa in gioco. Sicuramente quello che è uno dei temi come la montagna, come il mio film sulle Alpi, in verità non è un film sulla montagna, ma sulla rappresentazione del paesaggio alpino, perché è un film dove le montagne non si vedono quasi mai, si vede casomai come vengono utilizzate, si vede come vengono rappresentate nei laboratori scientifici per controllare il territorio, si vedono le montagne nei dipinti o come vengono proiettate il nostro immaginario dall’industria turistica. Spesso la rappresentazione stessa del luogo è il tema della fotografia e non il luogo. Il laboratorio scientifico è anche un luogo della rappresentazione perché il laboratorio è dove bisogna ricreare, come in teatro, il mondo esterno, bisogna a volte semplificarlo, o bisogna isolare diverse variabili per poi fare l’esperimento, che è una messinscena e che permette poi di raccogliere e poi standardizzare dei risultati. Perciò il laboratorio è un luogo anche artistico, in cui lo scienziato deve creare uno script, una coreografia, è un luogo di rappresentazione. https://www.rivistasegno.eu/armin-linke-senza-rughe/
Giuseppe Antonello Leone (Pratola Serra, 6 luglio1917 – Napoli, 26 giugno2016) è stato un pittore, scultore e poetaitaliano. Giuseppe Antonello Leone nacque a Pratola Serra, in provincia di Avellino, il 06 luglio 1917. Si formò inizialmente ad Avellino, dove conseguì il diploma di licenza presso la Scuola Statale d’Arte per la ceramica, allievo di Settimio Lauriello ed Emanuele Di Palma. A Napoli frequentò l’Istituto d’Arte e nel 1936 si diplomò Maestro d’Arte per la ceramica. Si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Napoli dove si diplomò in pittura con il massimo dei voti nel 1940, seguendo i corsi dei Maestri Pietro Gaudenti, Eugenio Scorzelli e Mino Maccari. Nello stesso anno vinse una borsa di studio governativa di perfezionamento in pittura nell’Accademia di Belle Arti di Napoli e frequentò il corso di decorazione pittorica con i maestri Emilio Notte e Alessandro Monteleone. In quegli anni, sposò la pittrice e scrittrice Maria Padula, nata a Montemurro, docente di Disegno dal vero nell’Istituto statale d’Arte di Potenza e poi a Napoli.
Tra le raccolte di Leone, Vi saranno le more ai rovi (1986), Eretico: poesie (1993), Venti paralleli: poesie (1999). Della sua attività è stato scritto:
«Per Leone parlerei di umiltà, che è ben altra cosa, e di pudore. È questo pudore che lo muove nel suo lavoro. C’è un clima perfettamente compiuto, insomma: poetico, non poetazzato. Dove le cose, i gesti, i sentimenti, son vivi d’un respiro proprio, autentico, alimentato da una forza che è insieme, abbandono alla proprio verità ed estremo pudore. Ho scritto queste righe da semplice lettore che altro non sono. Per mio conto, tornerò spesso a questa lettura con la commozione della prima volta.» (Luigi Compagnone)
Giuseppe Antonello Leone fu autore di significative opere pubbliche, importanti anche per le diverse tecniche usate: affresco, mosaico, ceramica maiolicata, vetrata, graffito. Leone, di fatto, è definibile come un futurista: nel suo libro Lo spirito delle dinamiche dell’Energia, Mario Maiorino parla della mostra “Novecento” citando altri artisti come Francesco Cangiullo e Saverio Gatto, laddove Giuseppe Antonello Leone viene definito, nello stesso libro, anche da Aniello Montano come un “classico rivoluzionario”. Tra le sue opere spicca il trittico intitolato Zolfo, dipinto nel 1934 sui muri di una scuola in provincia di Salerno, composto da tre opere, che purtroppo sono state rovinate col tempo.
Giuseppe Antonello Leone, Il circo (graffito a dieci strati, Potenza)
Giuseppe Antonello Leone, I segni dello Zodiaco (bassorilievo maiolicato)
In molti luoghi della città di Potenza è possibile ammirare opere di Giuseppe Antonello Leone. Nel 1950 realizzò un Medaglione in bronzo per la tomba di Concetto Valente situata nel muro di cinta del Cimitero, mentre del 1959 sono le Pale di altare situate nella Chiesa di sant’Anna Sant’Anna, San Gioacchino e la Madonna, Gesù tra gli operai, Nella bottega di San Giuseppe e del 1960 è una Via Crucis sistemata nella Cappella dell’allora Ospedale San Carlo (incerta l’attuale collocazione). Nel 1966 realizzò il graffito a dieci strati Il circo, a proposito del quale scrisse:
«Tutta la cultura è legata ai graffiti. E noi il graffito lo intendiamo come primo segnale di cultura: attraverso la gestualità e il graffiare, vale a dire lasciare il segno. Di solito il graffito è di due strati. Bene, siamo in grado di produrre un graffito di dieci strati, ecco la parola polistrato, con malta elaborata, vari colori e conseguente effetto plastico e di pulizia cromatica. È un procedimento tecnico-artistico semplice ma complesso. Occorre tener conto della tecnica e della sensibilità umana. Fattore non meno importante è la qualità del materiale: in questo caso anche sabbia di mare o di fiume lavata, calce cotta con legna. Volete un esempio concreto di quanto fin qui detto? Lo trovate nella città di Potenza.»
Giuseppe Antonello Leone, Gesù tra gli operai (Chiesa dei SS. Anna e Gioacchino, Potenza)
Giuseppe Antonello Leone è un animatore di oggetti inanimati, li cerca talvolta nella natura. Lunghi sono stati i suoi percorsi fra le terre brulle della sua campagna natia, guardando sotto il sole, il vento o la pioggia i sassi che millenni di erosioni hanno plasmato. Li ha osservati tentando di trovarvi non le età geologiche ma i misteri antropomorfi che in essi si celano. E vi ha scoperto la faccia della sirena o quella di Benedetto Croce. Talvolta con un colpo di scalpello o un segno di colore, una grattata di lima o un graffio di matita, li ha animati…
L’uomo, la bestia e la virtùè una commedia, o, come dice lo stesso autore, un apologo in tre atti, scritta nel 1919 da Luigi Pirandello tratta dalla novellaRichiamo all’obbligo (1906). Il farsesco tema trattato dalla commedia è ben rappresentato dal titolo: l’uomo è la prima maschera, quella del professor Paolino che nasconde sotto il suo ostentato perbenismo la tresca con la signora Perella, che indossa la maschera della virtù: quella cioè di una morigerata e pudica madre di famiglia praticamente abbandonata dal marito, capitano di marina che appare agli occhi della gente con la maschera della bestia: convive con una donna a Napoli e, nelle rare occasioni in cui incontra la moglie rifiuta, con ogni pretesto, di avere rapporti con lei.
La prima rappresentazione della commedia si ebbe a Milano, al Teatro Olímpia, il 2 maggio 1919, ad opera della “Compagnia di Antonio Gandusio“; il pubblico, che forse non si aspettava questa commedia di Pirandello dai toni farseschi e scollacciati, non accolse bene la prima rappresentazione dell’opera. Successivamente rivalutata dalla critica[1] e dal pubblico, la commedia ebbe tanto successo in Italia e all’estero, da essere una delle più rappresentate della produzione teatrale pirandelliana.
La trama: Il professor Paolino è un insegnante che tiene lezione privata a ragazzi che necessitano di ripetizioni. È una persona molto precisa, di ineccepibile moralità, almeno nelle intenzioni. Mentre sta facendo lezione a due studenti, viene interrotto dall’arrivo della signora Perella, moglie di un capitano lupo di mare, che passa mesi a bordo della sua nave e che riserva alla vita famigliare solo pochi giorni fra un imbarco e l’altro. La signora è disperata. Sono presenti tutti i sintomi di una gravidanza. E dato che il marito è in navigazione da alcuni mesi, il figlio non può essere suo. In realtà il figlio è del professor Paolino, il quale, munito di grandissimo cuore, ha pensato bene di consolare la pura, casta, irreprensibile signora Perella, arrivando evidentemente a fare, segretissimamente, con lei quello che il marito da tempo non faceva più. Purtroppo ciò pone la signora sull’orlo del baratro di uno scandalo. Occorre trovare un rimedio. Si dà il caso che il capitano Perella debba approdare in città proprio quel giorno. La soluzione potrebbe trovarsi nella speranza che il capitano, dopo una lunga assenza per mare, giungendo a casa fosse attirato dalla moglie ed avesse finalmente con lei un rapporto sessuale. In questo modo si potrebbe ottenere la copertura della gravidanza adulterina. Le cose tuttavia non sono così semplici. Il capitano non solo ha una moglie e un figlio in questa città, ma ha anche un’altra moglie con diversi figli a Napoli. E quando egli torna da una lunga missione per nave, generalmente sbarca prima a Napoli e soddisfa con l’altra moglie i suoi appetiti ravvivati dalla lunga astinenza. In queste condizioni finisce che alla prima moglie manchino gli argomenti efficaci per stimolare il desiderio del marito. Nel terzo atto siamo al mattino presto in casa Parella. Il Capitano si è alzato, apre le finestre per prendere un po’ d’aria, e vede sulla strada il prof. Paolino che passeggia. Ovviamente noi sappiamo che la sua preoccupazione è quella di vedere esposto il vaso di fori che tuttavia, purtroppo, non c’è. Il Capitano, un po’ meravigliato di vederlo lì davanti a casa a quell’ora del mattino, lo invita a salire e gli offre il caffè. Fra i due si apre una conversazione che per Paolino è un tentativo di capire se durante la notte è successo qualche cosa di ciò che egli spera, mentre il Capitano si meraviglia non riuscendo a comprendere certe insinuazioni o certe allusioni. Paolino, rivela al capitano, ha passato la notte insonne, (e noi sappiamo il perché). Ma anche il capitano non ha dormito e per questo ha sentito il bisogno dell’aria pura mattutina. Finalmente entra in scena la signora Perella, tutta scarmigliata e sorridente. Si avvicina alla fioriera, prende in mano un vaso di fiori e lo appoggia alla finestra. Poi un secondo. Poi un terzo, un quarto e un quinto, fra la gioia di Paolino che così apprende che il problema che lo preoccupava è stato risolto.
L’uomo, la bestia e la virtù è un film del 1953 diretto da Steno. Il film è tratto dalla commedia omonima che Luigi Pirandello scrisse nel 1919, sebbene la trama finisca per discostarsi dall’opera teatrale. La pellicola, girata col sistema a colori belga Gevacolor, venne ritirata poco tempo dopo l’uscita nelle sale, a causa delle proteste della famiglia di Luigi Pirandello, che non aveva gradito lo stravolgimento dell’opera di partenza
Perché civile, esser civile,
vuol dire proprio questo: dentro, neri come corvi;
fuori, bianchi come colombi;
in corpo fiele; in bocca miele.
[da L'uomo, la bestia e la virtù]