MUDISS – Museo Diocesano Sorrentino Stabiese, Giuseppe Panariello “VANITAS VANITATUM” a cura di Maurizio Vitiello 26 ottobre – 23 novembre 2019

MUDISS
Giuseppe Panariello
“VANITAS VANITATUM”
a cura di Maurizio Vitiello
26 ottobre – 23 novembre 2019

Sarà inaugurata, sabato 26.10.2019, alle ore 17,30, al MUDISS – Museo Diocesano Sorrentino Stabiese, Piazza San Giovanni XXIII – 80053 Castellammare di Stabia (NA), tel. 3391561650, con il patrocinio dell’Associazione Nazionale Sociologi – Dipartimento Campania, la mostra, curata dal sociologo e critico d’arte Maurizio Vitiello, intitolata “VANITAS VANITATUM”, con opere recenti dell’artista Giuseppe Panariello.

  • Saluti: Egidio Di Lorenzo, Direttore del MUDISS.
  • Interventi
  • Nicola Caroppoo, giornalista e storico dell’arte; 
  • Pino Cotarellii, giornalista, redattore di Teatrocult News e Proscenio; 
  • Franco Lista, docente UNISOB, architetto e artista;
  • Elena Saponaro, docente Fondazione Humaniter e sociologa;
  • Carlo Spina, avvocato ed ecologista.
  • ModeratoreMaurizio Vitielloo, sociologo e critico d’arte contemporanea, docente Fondazione Humaniter, Eurios, UNITRE/Vomero – Napoli, Libera Università di Castel Sant’Elmo – Napoli, Responsabile Cultura e Arti Visive dell’Associazione Nazionale Sociologi – Dipartimento Campania.
  • Intervento musicale:
  • Antonino Russo, flauto;
  • Francesco Pesante, chitarra – allievi del Liceo Musicale “F. Severi” di Castellammare di Stabia.
  • Contributi:
  • Elena Cavalieri, dirigente scolastica;
  • Angelo Ruggeri, docente di flauto;
  • Francesco Ardizio, docente di chitarra.

La mostra resterà aperta sino sabato 23 novembre 2019; orario: lunedì: 9.00-13.00, mercoledì 9.00-13.00/16.00-20.00; sabato. 9.00-13.00/16.00-20.00.

Scheda della mostra “Vanitas Vanitatum”, a cura di Maurizio Vitiello.

Giuseppe Panariello è un artista di alto profilo linguistico, che, recentemente, ha vinto il primo premio alla “Biennale Internazionale della Calabria Citra” (BiCc), a Praia a Mare (CS), e il secondo premio alla XLVI edizione del “Premio Sulmona”. Ha all’attivo numerose partecipazioni a rassegne e a varie personali in gallerie pubbliche e musei di prestigio. Con la locuzione “Vanitas Vanitatum” si apre e si chiude il lungo discorso di Qoelet, che occupa i dodici capitoli del libro omonimo. Qoelet, o Ecclesiaste, uomo saggio e maestro, dopo aver esplorato ogni aspetto della vita materiale, giunge alla conclusione (già preannunciata all’inizio del testo) che tutto è vanità. Il che non deve impedire all’uomo di riconoscere in Dio il creatore e di osservare i suoi comandamenti, come conclude il breve paragrafo finale a opera di un commentatore posteriore. Le elaborazioni convinte di Giuseppe Panariello contengono sensi e segmenti di una declinazione che ci fa pensare a Mark Rothko.

… I quadri devono essere miracolosi.
Nell’istante in cui un quadro è terminato,
ha fine l’intimità tra la creazione e il creatore.
Il creatore diventa esterno alla sua stessa opera.
Per lui, come per chiunque altro
Il quadro dovrà essere una rivelazione,
la soluzione inattesa e inedita di un problema
che da sempre urge dentro.
… non credo che sia mai stata questione
di essere figurativi o astratti.
Piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio
E a questa solitudine, di dilatare il petto
E tornare a respirare. (Mark Rothko)

Giuseppe Panariello, tra l’altro, precisa: “C’è discontinuità pittorica. Una netta contrapposizione con generi e mode pittoriche. Oggi, la pittura è governata dall’urgenza degli eventi sociali, dalla cronaca, dalla crisi mondiale della politica e tantissime altre criticità. Oggi, l’artista è il poeta contemporaneo della ricerca, necessaria per avviare una riflessione sulle variabili fondamentali sull’arte, senza cedere alla tentazione di far prevalere il mercato sulla personalità lavorativa.”

Donatella Trotta, tra l’altro, segnala: “I supporti, poveri, e la materia pittorica, scelta con acuta cognizione per una disamina dei labirinti dell’anima, sommano composizioni senza compiacimenti, ma d’impatto. L’arte oltre l’arte. Per parlare alle coscienze di tutti con il linguaggio radicale – ancestrale – del gesto. E per generare un atto (non soltanto est-etico ma anche poetico, politico) che possa dare un senso nuovo all’insensatezza del mondo, un futuro al principio speranza, un orizzonte (o una meta, perennemente mobile) alla spaesatezza e all’erranza come destino dell’umanità … Nell’attuale crisi globale che è – prima ancora che economico-finanziaria e sociale – fondamentalmente una crisi di senso, e di orientamento, il progetto di Panariello offre così una significativa sintesi tra Oriente e Occidente che da anni, peraltro, ispira in modo subliminale la sperimentazione artistica dell’autore e didatta napoletano, permeando il dettato inconscio della sua concezione laicamente sacrale dell’arte, nutrendo la sua sensibilità vibratile e determinando il suo approccio non impositivo, prescrittivo, dogmatico ma sempre maieutico alla realtà.”.

Giuseppe Panariello sottolinea icone metaforiche, penetranti nella loro semplicità formale, che investono e interrogano l’immaginario. Sono la libera evocazione di passati lontani, di testimonianze post-moderne, di equilibri estetici fondati sulla percezione di un tempo sempre presente. La visione di intenso rigore formale porta alla riflessione su un silenzio dell’anima, quell’anima che ha scandito il tempo e che ha conosciuto i luoghi di uno spazio interiore. L’opera resta come muta testimonianza, residuo di una realtà passata, ma non dissolta. Giuseppe Panariello, Pippo per gli amici, riesce con materiali particolarissimi a esprimere un’estetica d’indubbia qualità performativa e di primo piano concettuale. Dei suoi lavori si possono apprezzare finezza compositiva, equilibrio raggiunto, armonia della bellezza, spiritualità esistenziale, sensibilità ben distribuita, amalgama visivo e il rosso pervasivo, incidente e sinteticamente impostato, folgora istantanei scatti, distribuiti e scalati in una calibratissima teoria di convenienti e appropriate azioni, dinamiche e mirate.
In conclusione, quest’esposizione merita attenzione per meglio comprendere la fattura di opere singolari e particolari, realizzate grazie al “gesto” cromatico con glitter su lamiere di ferro, appositamente fatte arrugginire.
Maurizio Vitiello

#LAlberodelleIdeeMusica, Agricantus ‎– Kaleidos – 1998

“Kaleidos” mescola passato e presente, campiona e propone Grieg, Mussorgsky, Albinoni, Paganini, Prokofiev, Bartòk, Brahms nascosti dentro loops e groove ritmici interetnici, alla scoperta del legame – spesso spezzato nell’immaginario collettivo – che raccorda la vena dei musicisti colti alle loro radici e sperimentazioni popolari.  https://www.rockol.it/

Loosin – ( (Canto popolare armeno) ) (adattamento musicale Tonj Acquaviva)

Loosin yelav ensaretz
saree partzò gadaretz
Shegleeg megleeg yeresov
Pòrvetz kedneen loosin dzov.

“Kaleidos inspired by Mussorgskij, Grieg, Albinoni, Prokofiev, Paganini, Berio, Brahms, Bartok, and in general by classical music composers who have worked on and made more noble the patrimony of popular music, Agricantus have added a new, formidable piece to their jigsaw of world music and stylistic blendings.” Flavio Brighenti – Musica! di Repubblica

Agricantus ‎– Kaleidos – 1998
Romeo & Giulietta · Agricantus
 Mentri m'ammuttanu ti toccu e sentu
occhi vagnati e manu ca si ceiccanu
prucissioni senza santi
su comu ciumi r'acqua
s'immiscanu i culura
unu 'ncapu all'autru.
Romeo & Giulietta
Fonte: Musixmatch

L’arte contro la violenza. Il diritto alla vita e la lotta al bullismo. Mostra di pittura di Anna Maria Zoppi

NOI VOCI DI DONNE
ORGANIZZA
L’arte contro la violenza
Il diritto alla vita e la lotta al bullismo

Mostra di pittura di Anna Maria Zoppi “l’artista Casalese”

L’evento sarà inaugurato il 23 OTTOBRE alle ore 10:00 e resterà aperto al pubblico AL 31 OTTOBRE 2019 . L’orario di visita dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00 presso la sede operativa del Centro Antiviolenza Noi Voci di Donne, in via San Gennaro (ex Caserma Sacchi).
L’obiettivo dell’esposizione è quello di realizzare un clima culturale, relazionale e istituzionale in grado di consentire ai giovani di partecipare ed essere protagonisti e di stimolarli alla ricerca della cultura e dell’arte, oltre che promuovere l’arte come strumento per sensibilizzare a tematiche attuali e delicate come il diritto alla vita e il contrasto al bullismo.
In particolare, il diritto alla vita sembrerebbe un concetto quasi scontato, ma rappresenta il fondamento e la condizione preliminare per l’esercizio di tutti gli altri diritti, sebbene negli ultimi decenni sia stato posto in serio pericolo.
Il bullismo, che mette in luce le fragilità dei giovani, rappresenta uno dei maggiori fenomeni da prevenire attraverso l’educazione al rispetto e alle diversità; tutto questo attraverso forme alternative di apprendimento quali l’arte e la pittura.
All’esposizione dei quadri dell’artista Zoppi seguirà un laboratorio artistico pratico/dimostrativo dal titolo “Questo sono io!” grazie al quale gli adolescenti avranno la possibilità di esprimere se stessi e le loro emozioni attraverso una diversa forma di comunicazione.

Anna Maria Zoppi, una donna solare, sorridente, talentuosa, dotata di molta sensibilità e con una grande vena artistica che porta con sé dalla nascita. Gli spunti per dipingere li prende dalle situazioni della vita che la circondano. Esprime la sua arte come megafono dello spirito e della sua straordinaria interiorità. Emerge comunque una donna determinata, dove in un territorio pieno di pregiudizi è riuscita, a dedicarsi all’arte e fare arte, e nelle sue opere emerge forte il riscatto sociale e culturale di tutte le donne “casalesi” che vogliono rappresentare la bellezza e le professionalità del loro territorio. https://www.facebook.com/events/391390461792876/

FRANÇOISE GILOT, CARLTON LAKE. LA MIA VITA CON PICASSO

Françoise Gilot, née le 26novembre1921 à Neuilly-sur-Seine (Hauts-de-Seine), est une artiste peintre et écrivaine française. Elle est régente du Collège de ‘Pataphysique.

Françoise Gilot commence des études de droit mais, plus attirée par sa passion pour l’art, suit les traces de sa mère, une aquarelliste, et s’oriente vers le dessin et la peinture. En mai 19431, elle rencontre Pablo Picasso, alors amant de Dora Maar. Elle devient sa compagne de 1944 à 1953, et la mère de deux de ses enfants, Claude (1947) et Paloma (1949). Picasso, durant leur période de vie commune, la représentera sous l’apparence de la Femme fleur, radieuse et solaire.

Dans le sillage de Picasso, elle continue à mener sa propre carrière d’artiste peintre. En 1964, elle publie Vivre avec Picasso, un livre relativement intime sur leur vie commune, qui rencontrera un énorme succès2 et quelques critiques, pour l’époque, d’opportunisme. Ce livre mettra Picasso dans une grande colère, qui ira jusqu’à ne plus vouloir recevoir ses enfants.

Après sa séparation d’avec Picasso, Françoise Gilot épouse le peintre Luc Simon, dont elle a une fille, Aurélia. En 1970, elle se marie avec le docteur Jonas Salk, pionnier de la vaccination de la poliomyélite, qu’elle a rencontré l’année précédente par l’intermédiaire d’amis communs à La Jolla en Californie, et avec qui elle vivra jusqu’à la mort de celui-ci en 1995.

Peignant douze heures par jour, elle a exposé ses œuvres à New York, en Californie et à Paris. https://fr.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7oise_Gilot

Pablo Picasso en 1962
Françoise Gilot, Carlton Lake. La mia vita con Picasso

«Pablo mi disse che la nostra relazione avrebbe portato la luce nella vita di entrambi. La mia comparsa nella sua vita era come una finestra che si apriva e che voleva restare aperta».

Una donna bellissima procede spedita sulla spiaggia, il volto ha un’espressione decisa e divertita. Un passo dietro di lei, un uomo più anziano la segue facendole ombra. La foto ritrae Pablo Picasso insieme a Françoise Gilot, la pittrice che per quasi dieci anni condivise il mondo e la vita del grande artista, diventando la sua musa, la sua più stretta collaboratrice e la madre dei suoi figli. Quando, nel 1964, anni dopo la fine della loro relazione, Françoise Gilot decise di raccontare la loro storia, Picasso fece di tutto per impedirlo: le fece causa tre volte, perdendo ogni volta perché lei riuscì a dimostrare che tutto ciò che aveva scritto non era altro che la verità. Dopo l’ultima sconfitta in tribunale – racconta oggi la pittrice – lui la chiamò per complimentarsi: «Congratulazioni, hai vinto. Sai che a me piacciono i vincitori». Era il suo lato più bello, commenta Françoise, «combatteva contro di te fino alla morte, ma quando era tutto finito sapeva accettare il risultato». Il libro diventò subito un best-seller, vendendo oltre un milione di copie in tutto il mondo. Pagina dopo pagina, il lettore ripercorre le vicende della coppia dal primo incontro in un ristorante a Parigi nel 1943, quando lei aveva solo 21 anni e lui 61, fino a quando, una decina di anni dopo, Françoise lo lasciò. In mezzo, il comune amore per l’arte, gli amici – Miró, Matisse, Braque e Giacometti, per citarne solo alcuni –, ma anche la gelosia e i tanti giorni neri in cui Picasso dava il peggio di sé, come uno dei minotaurimostri dei suoi quadri. La voce di Françoise ci accompagna attraverso la loro storia, restituendo un ritratto unico di quel genio burbero e dispotico, facendo intravedere l’uomo dietro la leggenda. Insieme a lui, i lettori scopriranno in queste pagine un altro personaggio straordinario: la stessa Françoise, artista poliedrica, grande pittrice, donna forte e determinata, tanto da non accettare mai che quell’uomo, che pure aveva amato profondamente, le facesse ombra. La traduzione, voluta da Françoise Gilot nel luglio del 1964, è di Garibaldo Marussi, scrittore, poeta, letterato, critico e storico d’arte, fondatore e direttore del mensile “Le Arti“, e della moglie Liana Marussi.

Il libro è soprattutto una straordinaria lettura di come Picasso concepiva la sua opera. Parlando di colori dice a Françoise: “Ciò che vedi ora è la prima impostazione: la macchia verde, l’affondo del violetto, e quella linea nera che le congiunge. Questi elementi lottano tra loro. E l’intrigo è ovunque”.

Parlando di cubismo ricorda: “Si esprimeva un vago desiderio … di ritornare a una specie di ordine. Cercavamo di andare in una direzione opposta a quella dell’impressionismo. Abbiamo abbandonato colore, emozione, sensazione e gli altri apporti della scuola impressionistica per cercare una base architettonica nella composizione, un’austerità che potesse reinstaurare l’ordine”.

Parlando di luce dice: “L’oscurità deve essere completa dovunque, eccetto che sulla tela, perché il pittore sia ipnotizzato dal suo lavoro e dipinga quasi come se fosse in trance. Deve restare il più possibile chiuso nel suo mondo interiore , se vuole trascendere i limiti che la sua ragione tenta costantemente di imporgli”.

12 ottobre 2019, Sesta Edizione della Giornata del Contemporaneo Incontro con la Scultura di Giuseppe Pirozzi. Napoli via Santa Teresa degli Scalzi n. 76

AMACI - Associazione dei Musei d'Arte Contemporanea Italiani 
Sesta Edizione della Giornata del Contemporaneo
Incontro con la Scultura di Giuseppe Pirozzi

sabato 12 ottobre 2019, ore 9:30 - 13:00
Atelier dello scultore Giuseppe Pirozzi
Palazzo dei Principi Albertini di Cimitile
via Santa Teresa degli Scalzi n. 76 - 80135 Napoli

Una visita alla scoperta della millenaria arte della scultura. 
Un affascinante viaggio culturale, estetico e sensoriale per comprendere come l’idea dell’artista diviene materia viva nello spazio, attraverso un complicato e sapiente processo di azioni e trasformazioni. 
Un incontro con un protagonista della scena artistica contemporanea per conoscere e comprendere la sua poetica e il suo modo di intendere l’arte e la vita.

«Lo stream of consciousness è lo scorrere costante dei pensieri, l’accavallarsi di immagini e sensazioni, che possono essere diverse e anche contrastanti, il frantumarsi e riprendere, il convivere di ricordi e attese in un unico percorso mentale che coincide con quello della vita. Si ripensa a questo guardando l’insieme dell’opera di Giuseppe Pirozzi, che, pur attraversando molteplici variazioni, negli ultimi decenni svolge un unico ampio discorso, che si interrompe e si annoda muovendo nel tempo e nello spazio col passare dall’una all’altra scultura». Con queste parole Marina De Stasio pone in evidenza quel carattere di magmatica, metamorfica e apparentemente caotica progressione e allo stesso tempo di coerente e conforme continuità che rappresenta un tratto tipico del lungo percorso di ricerca attraverso la scultura condotto da Giuseppe Pirozzi dalla metà degli anni Cinquanta ad oggi.

Giuseppe Pirozzi nasce a Casalnuovo di Napoli nel 1934. La sua futura attività artistica è annunciata precocemente da una spiccata sensibilità estetica che si esprime nell’osservazione e nella spontanea restituzione grafica e scultoria degli aspetti più intimi e poetici dell’ambiente naturale e domestico. Dopo gli studi al Liceo Artistico di Napoli, dove ha come maestro e mentore lo scultore Antonio Venditti, frequenta il Corso di Scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli (1954-58) di Alessandro Monteleone e poi di Emilio Greco. Ha modo così di acquisire una piena consapevolezza nell’arte scultoria che gli consente di spaziare tra diverse tecniche e materiali e di affrontare la realizzazione delle prime sculture in bronzo, suo medium d’elezione. Le sue opere di grafica e scultura, segnate in questi primi anni da una personale impronta figurativa, partecipano, già a partire dal 1954, a rassegne locali e nazionali, conseguendo incoraggianti apprezzamenti – Premio Olivetti (premiato), Premio Gemito (premiato), Premio Spoleto, Premio Ministero Pubblica Istruzione (premiato), Biennale d’Arte Sacra di Milano – e il suo lavoro conquista l’interesse di critici come C. Barbieri, B. Mottola, P. Ricci, A. Schettini, A. Miele, C. Lorenzetti, P. Girace, M. Venturoli, M. Stefanile. Nell’ambito della mostra riservata agli allievi delle Accademie di Belle Arti, tenutasi alla Promotrice di Belle Arti di Torino nel 1957, riceve un attestato di stima e d’incoraggiamento per l’opera Figura seduta dallo scrittore partigiano Beppe Fenoglio.http://www.giuseppepirozzi.it/

“Letteratura e Società – Il tempo e la bellezza” ANTONIO LERA. Casina Pompeiana NAPOLI.

ANTONIO LERA (Professore di Psicologia all’Università degli Studi dell’Aquila – Scrittore e Critico Artistico) come poteva non portare alla Casina Pompeiana a Napoli la sua Accademia dei Caffè Letterari d’Italia e d’Europa con l’Evento LETTERATURA E SOCIETA’ ed onorare una città ed un luogo cosi pieni di storia, arte e cultura.  IL TEMPO E LA BELLEZZA prende spunto dal suo ultimo libro che porta lo stesso titolo, e che descrive come la creatività sia di per sé un evento esistenziale destinato a comunicare l’amore: desiderio, sensualità, erotismo nel senso di confezionare quell’entusiasmo che serve per vivere una vita piena. Lera crede nell’esistenza di una scrittura poetica diversa che esiste ed è quella della “messa a fuoco” della persona, della sua ottica nell’apprendere la realtà, con gli antichi valori raccontano un passato perché le nuove generazioni possano conoscere, immaginare e non dimenticare. L’eros e la gioia di vivere con ironia e consapevolezza, uniti al richiamo esplicito dell’attrazione culturale dei Caffè letterari, albergano appunto ne “Il Tempo e la Bellezza.

 Caffè Letterari d’Italia e d’Europa animano lo scenario culturale del nostro tempo: Caffè Greco di Roma, Giubbe Rosse di Firenze, Caffè Pedrocchi di Padova, Caffè Letterario di Spoleto, Caffè Florian di San Benedetto Del Tronto, Caffè Minotauro di Verona, Sala Guareschi Parco Dei Principi di Bari, Caffè Letterario Notturno Sud di Bologna, Legatoria Artigiana di Napoli, Caffè Letterario Lucaffe’ di Ferrara, Arte Della Seta Fondazione Lisio di Firenze, Caffè Paszkowski di Firenze, Caffè Letterario Cibo Per La Mente – Palazzo Gennarini di Taranto, Gran Caffè Quadri di Venezia.

  • Il tempo e la bellezza
  • di Antonio Lera
  • Editore: Flavius Editore
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • EAN: 9788888419978
  • ISBN: 8888419977
  • Pagine: 70
  • Formato: brossura
  • “Il Tempo e la Bellezza”,  descrive come la creatività sia di per sé un evento esistenziale destinato a comunicare l’amore: desiderio, sensualità, erotismo nel senso di confezionare quell’entusiasmo che serve per vivere una vita piena.

Chris Bohjalian: Le ragazze del castello di sabbia

È il 1915 quando Elizabeth Endicott arriva ad Aleppo, in Siria, con un diploma da infermiera e la conoscenza molto limitata della lingua armena, per portare aiuto e cibo ai rifugiati scampati al genocidio armeno. Qui Elizabeth stringe amicizia con Armen, un giovane ingegnere che ha perso la moglie e una figlia piccola a causa della guerra. Quando l?uomo lascia Aleppo per raggiungere l?Egitto, inizia una corrispondenza con la ragazza, di cui si rende conto di essere innamorato, nonostante le profonde differenze tra la giovane e ricca americana e la moglie che ha appena perduto. La storia si dipana poi su due piani temporali diversi e procede nei nostri giorni, seguendo le vicende di Laura Petrosian, una scrittrice di New York i cui nonni sono di origine armena, una caratteristica a cui lei non ha mai dato grande importanza. Ma un giorno una vecchia amica le racconta di aver visto, a Boston, la pubblicità di una mostra che ritrae una donna che potrebbe essere la sua bisnonna. Inizia così per la ragazza un viaggio nel passato della sua famiglia, che la porterà alla scoperta della storia di un grande amore perduto e di un segreto sepolto per generazioni. http://www.elliotedizioni.com/prodotto/le-ragazze-del-castello-di-sabbia/

La voce narrante non è quella dello scrittore americano dal cognome rivelatore della sua ascendenza, ma quella di una donna, nipote della protagonista fittizia del romanzo da cui ha ereditato i capelli biondi: a distanza di quasi un secolo ha fatto delle ricerche, ha letto le lettere e i diari della nonna conservati nell’archivio di un museo, ha trovato una fotografia straziante, di una donna macilenta che ha lo stesso cognome di suo nonno… Perché questo è un romanzo e, in quanto tale, contiene anche una storia d’amore e non solo storie di morte. Ad Aleppo Elizabeth Endicott aveva incontrato un affascinante ingegnere armeno, se ne era innamorata, lo aveva sposato. E al figlio non avevano quasi mai parlato del ‘Genocidio Di Cui Non Si Sa Quasi Nulla’. Alla nipote che racconta verrà spontaneo parlare degli armeni come della ‘mia gente’ soltanto alla fine della ricerca, riappropriandosi così delle sue origini. https://www.wuz.it/recensione-libro/7917/ragazze-del-castello-sabbia-Chris-Bohjalian.html

A Costantinopoli, la notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra l’élite armena della città. In un mese un migliaio di intellettuali armeni fu deportato verso l’interno dell’Anatolia e massacrato lungo il percorso. Si stima che 1.200.000 persone morirono nelle marce della morte, per fame, per sfinimento, malattia o per mano di sadici soldati turchi. Talat Pascià, all’epoca Ministro degli Interni in Turchia, minimizzò l’eccidio, denunciando uno sparuto numero di 300.000 morti. Fu questo il primo genocidio del secolo XX, quasi una prova generale di quello che i nazisti avrebbero effettuato durante la seconda guerra mondiale. Non è un caso – anzi, è un’oscura e profetica minaccia – che i tedeschi fossero alleati della Turchia contro la Russia. E che la motivazione ufficiale per gli arresti degli armeni fossero le loro presunte trame a fianco della Russia. Il 24 aprile è diventata la data per la commemorazione di questo genocidio, tuttora non riconosciuto dalla Turchia. Paradossalmente, mentre una legge in Francia punisce chi lo nega, una legge in Turchia punisce chi ne parla – ne ha fatto le spese lo scrittore Ohran Pamuk, peraltro ricompensato dal conferimento del Nobel su cui ha indubbiamente influito il suo atteggiamento in sostegno degli armeni

Riccardo Bochicchio SHIT!. Napoli Arte & Rivoluzione 2019

Riccardo Bochicchio SHIT! Questa è la chiave per capire l’ opera…Fine della donna oggetto, donna che usata dal maschio lentamente perde identità fino a svanire nell’evanescenza. Opera di denuncia e di rivoluzione. That’s the way I like It…!

VI edizione premio artistico
Napoli Arte & Rivoluzione nell’ambito di Napoli Expò Art Polis
27 settembre 2019
PAN/Palazzo delle Arti di Napoli

Ararat, la montagna del mistero. Paolo Cossi

Secondo il racconto biblico, dopo il diluvio, l’Arca di Noè si sarebbe adagiata tra le sommità dell’Ararat, il monte che con i suoi oltre cinquemila metri d’altezza è la vetta principale dell’attuale Turchia.
Quale realtà corrisponde a questo racconto? Azad Vartanian, il personaggio principale di Ararat, la montagna del mistero, intende accertarlo.
È convinto che comparando le testimonianze e i reperti storici si possa arrivare a individuare precisamente il sito che custodiva i resti dell’Arca e che ancora ne reca traccia. Giunto sull’Ararat nei pressi del campo, in una “zona impervia e pericolosa, dove non vi sono alberi ma solo rocce vulcaniche e taglienti che generano frane continue”, capisce che, al di là dell’aura sacra che lo circonda, questo sito è soprattutto un luogo eternamente conteso, segnato da un lungo passato di conflitti che hanno lasciato ferite insanabili nella memoria di tutte le popolazioni anatoliche, e ancor oggi strettamente controllato dall’esercito dello Stato turco.
Quelle ferite riaffiorano a poco a poco dalle parole, dai gesti e dai silenzi dell’anziano pastore curdo che amichevolmente ospita Azad, lo istruisce, lo guida ai luoghi desertificati e oscuri dove ebbe luogo, nel 1915, l’eccidio degli armeni che abitavano la montagna, e con ritegno gli mostra quanto vi resta sperso dei loro villaggi e dei loro corpi.
Alla fine, il suo non sarà più soltanto il viaggio avventuroso di un intrepido alpinista e archeologo, e andare fino in fondo alle sue ricerche sull’antico mistero del monte Ararat gl’importerà meno di quel che ha dolorosamente appreso di sé, del mondo in cui vive e degli uomini che lo abitano.

In questo suo nuovo lavoro Paolo Cossi ritorna alle questioni da lui già affrontate in Medz Yeghern. Il grande male ma anche ai temi, a lui cari fin dagli esordi, della vita in montagna.

Alla prima edizione era allegato il DVD di un documentario sui popoli dell’Ararat e sulle ricerche archeologiche di Azad Vartanian, cui si deve anche il soggetto di questo racconto. http://www.hazardedizioni.it/public_html/contemporanea/ararat-ne.html

  • Paolo Cossi
  • Ararat, la montagna del mistero
  • SECONDA EDIZIONE
  • Pagine 112, b/n
  • Formato 17 x 24 cm
  • Finitura brossura, rilegato a filo, copertina a colori con alette
  • Uscita settembre 2015
  • ISBN 978-88-7502-125-2