Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo, diceva Tolstoj, ed io, io che avevo costruito e demolito per ben due volte la mia famiglia, non potrei aggiungere altro. La prima volta ero troppo giovane e troppo presa dalla voglia di mettere su la famiglia perfetta, famiglia presto naufragata nell’alcol che rendeva mio marito manesco benché monco di un braccio. La sensazione di vivere in un carcere mi pervadeva. Dietro le sbarre della solitudine provavo strazio, rassegnazione, ira auto distruttrice. Se ripenso a tutte le volte in cui durante quel matrimonio ero umiliata, presa con la forza, picchiata a sangue, ingravidata e costretta ad abortire e alle volte in cui mi sono detestata non riuscendo a guardarmi allo specchio desiderando di scomparire, mi sembra che tutto questo non sia successo a me ma a qualcun’altro.
A quasi trent’anni ero abbastanza consapevole e matura da sapere che non volevo rivivere la storia di mia madre, ma ero anche abbastanza giovane e ingenua per credere che in un altro paese, con un altro uomo, avrei finalmente potuto realizzare il sogno della famiglia perfetta, e il fatto che questa nuova famiglia, con i suoi tre figli di primo letto e la mia bambina era piuttosto allargata, non mi spaventava per nulla, anzi, l’ho allargata ulteriormente mettendo al mondo un’altra bambina.
Neppure il luogo mi spaventava, nonostante le storie sulla brutalità della camorra napoletana che giungevano fino a Belgrado adombrando le descrizioni delle bellezze strabilianti di Napoli e stuzzicando il lato morboso della fantasia dei miei parenti che, manco fossero la Sibilla Cumana, mi predicevano una brutta fine.
Era l’alba quando sono giunta a Napoli. Dietro la sagoma maestosa del Vesuvio, il sole nascente elargiva fasci di luce ignea dissipando la bruma mattutina azzurrognola e specchiandosi nella superficie argentea del mare screziato di riverbero rosso porpora. Si crede che, abbagliato da quel paradiso abitato da diavoli, Goethe avesse detto: Vedi Napoli e poi muori, anche se, come scoprii in seguito, il famoso detto era stato pronunciato per la prima volta quando Goethe aveva solo un anno. Alcuni napoletani credono, invece, che il detto sia un monito ai propri emigranti che, prima di chiudere gli occhi, devono tornare a casa e rivedere Napoli. Mi piace credere che sia così.
Le sbarre della solitudine sono diventate più spesse e più alte, più difficili da superare. Per me, Napoli era diventata la tela sulla quale il mio mal di vivere si proiettava continuamente a tinte scure, la vecchia ruffiana che non potevo perdonare per avermi ingannato presentandosi maestosa, brillante, amichevole, viva, mentre in realtà era corrotta, ambigua e marcia dentro
Anche nelle giornate di sole, un’oscurità tenebrosa, filtrata dallo spioncino delle porte blindate, tagliata dalle grate o infilzata sulle punte aguzze delle recinzioni, rende la luce cupa, velata da un senso di attesa angosciante. Le scale sembrano sospese nell’aria, interrotte, nessuna via di fuga. Non a caso la leggenda metropolitana dice che, dopo che la sorte carceraria toccò anche a suo figlio, il costruttore si sia ucciso proprio perché aveva edificato un carcere dal quale nessuno poteva evadere.
La guardia mi richiama ogni volta quando parlo in serbo o in inglese. Il malessere si comunica a gesti, con gli occhi, mi chiedono tranquillanti, antidolorifici, il Naprosyn che chiamano Padre Pio. La guardia dice che, in mancanza di cocaina, sniffano tutta questa roba. Ognuno cerca di trovare il modo per evadere dalla realtà che lo circonda. L’arte di sopravvivere si mescola ai frammenti di arte vera. Qualcuno ha dipinto dappertutto grossi rami spogli e attorcigliati sui quali si posano farfalle con enormi ali spiegate. Sotto la copia della Trinità di Rublëv le tre guardie giocano a carte come a riproporre, ma in modo sacrilego, l’Ospitalità di Abramo mentre io, davanti alla riproduzione della Vergine col Bambino, la più antica icona serba, mi commuovo interpretando la sua presenza in questo luogo come un segno della presenza dell’anima di mia madre che cerca di risollevarmi.
Finalmente libera, esco correndo incontro al sole e all’aria aperta. Mi sembra che la rosa di carta nella mia mano emani un lieve profumo mentre guardo Napoli con occhi diversi. Questa città è solo una piccola parte del mondo e il mondo è la mia vera casa. Corro ad abbracciare le mie ragazze, consapevole che non esiste né la famiglia del tutto perfetta, né tanto meno del tutto felice. Felici o infelici, esistiamo come parte dell’umanità, grande e meravigliosa famiglia allargata di tutti, anche mia.
Il racconto fa parte della raccolta Lingua madre Duemilaquindici – Racconti di donne straniere in Italia a cura di Daniela Finocchi, Edizioni SEB27, 2015 – https://www.ibs.it/lingua-madre-duemilaquindici-racconti-di-libro-vari/e/9788898670116

La fotografia La rosa di carta di Slobodanka Ciric – vincitrice del Premio Speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo della X edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre. «Un’immagine costruita, una rosa di carta sovrapposta a un’acquaforte del Settecento di Piranesi. Un fiore, colorato, manufatto dei nostri tempi realizzato da un detenuto del carcere di Poggioreale appoggiato su una stampa che data oltre due secoli e mezzo, un vortice di scale dominato da toni grigi, plumbei, cupi, come può essere la vita di ogni giorno in una casa circondariale. Un soffio di speranza tenue, fragile, quasi a spezzare la durezza dell’acquaforte e di quanto essa riesce a evocare».

Una donna, la sua Storia… Una donna, una Storia, tante storie che diventano “centrali” quando, al posto dell’esaltazione del “nulla quotidiano”, ci si ferma ad esecrare le marginalità di una società costruita sul “dominio” della maggioranza indottrinata, o peggio, cresciuta nella cultura del pensiero superiore de “…l’uomo può sbagliare…la donna può restare un passo indietro e perdonare”. Sogni disillusi, speranze tradite. … L'oscuro desiderio di porre fine alla sofferenza. La solitudine, la rinascita. I pregiudizi… Ancora quell’ Amore senza Amore… In un luogo degradato e di sofferenza, un segno che diviene luce, quella Rosa che stride con l’orrore che c'è intorno e che nella sua pura Bellezza apre ad un Tempo nuovo.


































